L’eterno ritorno di Dark

È la serie di cui tutti parlano. Nel mese di dicembre è arrivata la prima produzione tedesca targata Netflix: Dark, ambientata in una piccola cittadina teutonica e incentrata sul meccanismo dei viaggi temporali. Mistero, straniamento e una notevole colonna sonora affidata a Ben Frost. 

_di Luigi Affabile

Nietzsche non c’entra nulla. O forse sì. Nella prima serie tedesca distiribuita su Netflix – Dark, scritta da Jantje Friese e diretta da Baran bo Odar – non va in scena la solita storia che caratterizza gran parte delle serie tv, ma qualcosa di più profondo, di più complesso.

Nella fittizia cittadina tedesca di Winden scompare misteriosamente un bambino; lo spettatore si trova subito alle prese con un caotico intreccio narrativo e con un’enigmatica e conturbante realtà. Bugie, tradimenti, false apparenze. Gli abitanti della comunità vengono attraversati da un turbolento vortice di inquietudine e schiacciati da un indizio che rimbomba ininterrottamente nelle loro teste: 

Ci poniamo molti dubbi sulla realtà, sul cosa sia reale e cosa no. Pensare all’universo, al fatto che sia infinito, ci fa letteralmente uscire di senno! Anche nostra figlia di recente ha iniziato a pensarci, mi ha detto “mio Dio, papà, l’universo è infinito!” ed ho visto l’espressione sbigottita sul suo viso. Le classiche domande come “chi è nato prima, l’uovo o la gallina?”, quelle cose che ti fanno rendere conto che non sai assolutamente nulla. Il fatto che ci siano cose che non hanno risposte e per le quali forse non avremo mai risposto ci lascia sconvolti ed è per questo che creiamo questo tipo di storie Baran bo Odar

Siamo nel 2019. Nonstante la buona prova di molti attori, che interpretano i membri di quattro famiglie che abitano la zona: i Kahnwald, i Nielsen, i Doppler, ed i Tiedemann, Dark ha un unico e solo protagonista: il tempo. È doveroso specificare che questa serie non è una “versione tedesca” del capolavoro dei Duffer Brothers Stranger Things, anche se presenta alcuni rimandi con quest’ultima e con altre gloriose produzioni come Twin Peaks e Lost.

Dark però mantiene una peculiare originalità nella stesura della trama e in tanti altri elementi, due su tutti: musica e fotografia. Il compositore australiano Ben Frost, accompagna magistralmente – alternando artisti del calibro di Fever Ray e Teho Teardo ad una playlist degli Anni Ottanta – il susseguirsi di ogni piano di sequenza con suoni graffianti e strazianti, come se volesse far patire allo spettatore le stesse sofferenze che provano gli abitanti di Winden.

La fotografia fredda e sublime di Nikolaus Summerer va oltre l’ambientazione cupa e desolata – circondata da boschi e minacciata perennemente da un cielo grigio e chiuso – sembra quasi eloquente la volontà di scavare oltre l’immagine: in un’intimità inedita, lacerante. Dark ha bisogno di tempo. Non è un libro aperto, ma nemmeno chiuso. Non fatevi travolgere dall’insaziabile voglia di capire e di risolvere i numerosi enigmi. Questa storia non ha né vinti né vincitori, l’imperativo è approfondire ogni singolo secondo, farlo vostro.

 

Passato, presente e futuro. Dark è un buco nero, in cui si pongono – attraverso frequenti viaggi temporali – numerosi interrogativi. Posso cambiare il passato? Cosa accadrà in futuro? Che ruolo hanno i ricordi nella nostra vita? Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte… diceva Nietzsche, seguendo la concezione dell’ eterno ritorno; un, non a caso, elemento fondamentale che ci riporta all’eterno duello: fede o scienza?

È ancora presto per dire se questa produzione nordica sia una delle produzioni più interessanti dell’anno, ma di certo sta facendo molto parlare di sé. Dark è una serie delicata, sensibile; è un’intima rappresentazione di se stessi, filosofica e psicologica allo stesso tempo. Riguardo a cosa credere, siamo liberi di lasciarci trasportare da ogni corrente. Dopotutto, in questo terribile gioco chiamato vita, dipende tutto da noi o siamo semplicemente delle pedine in movimento?

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