“Baruffando” da Venezia a Torino

Al Teatro Goldoni della città lagunare si conclude la tappa veneziana della tournée con l’ultima replica. A Torino ha debuttato il 21 novembre in prima nazionale al Teatro Gobetti e proseguirà fino al 17 dicembre. Due produzioni, due adattamenti, due regie: due Baruffe Chiozzotte. Una sola grande commedia popolare, un unico, inimitabile Carlo Goldoni.

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_di Valentina De Carlo

Coincidenza o no, due importanti Teatri Stabili, quello del Veneto e quello di Torino, hanno messo in cartellone nello stesso periodo dell’anno il penultimo testo veneto di Goldoni, Le Baruffe Chiozzotte (1762), commedia che precede la sua partenza per la ville lumière e l’addio alla sua Venezia, dove lascerà cuore e gloria, morendo in disgrazia tra le braccia dell’ostile Parigi. Nasce così una commedia popolare diversa dalle altre, in cui Goldoni esce dalle case della borghesia veneziana, rappresentata e presa in giro nelle precedenti opere, per scendere in mezzo alla strada, in una piccola calle di Chioggia, tra le reti dei pescatori e i merletti delle donne, in un vivido spaccato di vita degli strati sociali più bassi.

Un affresco realistico e concreto, dove si parla forte, ci si arrabbia tanto e si sta allegri, mentre regna sovrano il linguaggio colorito e frizzante della laguna, nell’ancora più comica sfumatura chiozzotta.

Due rappresentazioni molto diverse tra loro, ma accomunate da un’unica risata che travolge il pubblico da un nord all’altro, le abbiamo viste entrambe, da Venezia a Torino barruffando

LE BARUFFE CHIOZZOTTE, TEATRO STABILE DEL VENETO

Con il bianco delle vele che ondeggiano al vento della laguna e i colori pastello sulle tinte del rosa e del lilla, che avvolgono le donne nei loro larghi e lunghi donzelón, le tipiche gonne simbolo dell’età da marito, siamo subito proiettati in una Chioggia dolce e genuina, fatta di lavoro, di legami forti e di povera gente. In uno strettissimo dialetto chiozzotto fedele al testo, la compagnia del Teatro Stabile del Veneto corre sul filo di un copione dal ritmo perfetto, trascinandoci in una lunga risata che dura per tutto lo spettacolo, facendoci apprezzare le sfumature di una lingua nella lingua. La scelta della regia di Paolo Valerio é quella di una rappresentazione semplice e pura, come il testo scritto dall’autore, che elimina il superfluo e restituisce essenzialità alle parole e ai rapporti umani, dove l’elemento centrale é la naturalezza della gente, quella gente tra cui Goldoni cercava la genuinità dei sentimenti.

In un’altalena giocosa di zuffe e abbracci, pianti e risate, balli e risse, gli attori si arrabbiano e si divertono per davvero, frantumando la quarta parete e coinvolgendoci nelle loro baruffe, che sono il sale della monotona vita chiozzotta, che sono il pretesto per portare a galla verità nascoste e che sono tratto distintivo di un territorio in cui ci si chiama per soprannome, alterando la realtà, ma allo stesso tempo rendendola più autentica, rispecchiandosi in una soggettività dove ciascuno è unico, ma dove tutti sono socialmente uguali, eccezion fatta per il coadiutore. Eppure anche lui, nonostante il suo rango, scende nelle strade, si toglie la parrucca che lo rende così diverso (“Sti siori da la perucca, co nu altri pescaóri no i ghe stà ben”) e si siede con loro per ricostruire la pace, su quelle tante sedie oggetto principale di questa scenografia volutamente scarna, che assumono di scena in scena un ruolo diverso: le sedie dell’attesa degli uomini in mare, della speranza e del riposo, le sedie come luogo dell’equivoco e come arma per le risse, la sedia dell’ascolto in tribunale, la sedia del lavoro e del tempo che scivola via.

Tutti gli scontri e le baruffe, per quanto amare e dolorose talvolta siano, non spengono la vivacità delle donne chiozzotte, che trascinano i loro uomini verso l‘apertura del cuore, dove sono soliti tenere rinchiuse parole ed emozioni e verso la condivisione di sentimenti che altrimenti rischierebbero di essere messi a tacere dall’orgoglio, coinvolgendoli in un ballo sfrenato che é inno alla vita, alla gioia, all’amore, che é un grande viva le chiozzotte!

LE BARUFFE CHIOZZOTTE, TEATRO STABILE DI TORINO

É uno Jurij Ferrini professore/regista quello che entra in scena al Gobetti di Torino con le sue Baruffe, di cui tiene sottobraccio il copione e che dirige in una finta prova generale a sipario aperto, in un esperimento di metateatro pirandelliano in cui ci sentiamo subito coinvolti, chiamati a seguire la messa a punto dello spettacolo. In una mobile scenografia di impalcature di legno che sono case, barche o tribunali, a seconda della scena, si muovono un gruppo di giovani attori con i loro jeans strappati e le loro magliette larghe di tutti i giorni, mentre i costumi di scena sono là, sullo sfondo, soltanto un richiamo lontano.

Stavolta la traduzione del testo é inevitabile, ed é affidata al comico Natalino Balasso, veneto doc, che si lancia nella sfida di rispettare la perfetta architettura e i ritmi sostenuti del copione pur cambiando lingua. Operazione riuscita, ne sono prova le risate del pubblico, che ha comunque un assaggio di dialetto nell’esilarante lingua mezza chiozzotta e mezza inventata di Padron Fortunato, nonché nel napoletano e nel pugliese di altri personaggi, nuove varianti della commedia, ideate per creare una colorata insalata di dialetti, che ci restituisce tutta la nostra autentica varietà e che non allontana, ma avvicina. Tra le tante risate che quest’opera suscita, Ferrini vuole sottolineare però la sua dimensione più malinconica e nostalgica, che il Goldoni ha tratteggiato in un piccola venatura: quella delle periferie e della povertà, quella della solitudine e del rancore, quella della violenza e del dovere.

La traccia di sconforto, lasciata intravedere dall’autore, é accentuata nella messa in scena di Torino con le musiche di Fabrizio De André e con un finale amaro che spegne i sorrisi, che celebra i matrimoni con gli occhi cupi dei funerali, perché senza le baruffe si affievolisce la vitalità chiozzotta e si smette di sognare. Perciò, a maggior ragione, viva le chiozzotte e le loro baruffe!

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