Starnone, Orlando e le generazioni imbrigliate: “Lacci” al Teatro Carignano

Dopo La Scuola Domenico Starnone riporta al Teatro Carignano di Torino la sua letteratura con Lacci: al suo fianco, ancora un bravissimo Silvio Orlando.

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_di Silvia Ferrannini

La storia raccontata da Domenico Starnone comincia con il grande passo dei due protagonisti: lo spettatore non lo vede ma deve necessariamente presupporlo. Eppure c’è un’evidente stortura in questo rischiosissimo vincolo, e a quel punto rifare il percorso a ritroso non è più possibile. Inciampare fa ancora più male, quando si pensa di aver legato bene quei lacci. Il matrimonio prematuro tra Aldo (Silvio Orlando, il quale non ha bisogno di presentazioni ma possiamo ricordare che aveva già preso parte all’allestimento teatrale del romanzo La Scuola dello stesso Starnone) e Vanda (Vanessa Scalera, già nota negli spazi off romani) è nato per leggerezza e morirà di vecchiaia perché non sono più gli anni ’60, perché Aldo insegue il miraggio di potersi innamorare e fuggire come vuole, perché la famiglia in fondo è un contratto che protegge il patrimonio ma si nutre anche d’ipocrisia.
L’interno piccolo-borghese (curato da Roberto Crea) in cui questo dramma generazionale ha necessariamente luogo ha pareti alte e fredde, inondate da un colore violaceo che, a ben vedere, non illumina niente. L’azione (se ha senso parlare di azione relativamente a una pièce così introspettiva) non si svolgerà che dentro quella casa, la quale è idea nella prima parte, fortezza in cui si difende l’apparente ordine ricostituito, sepolcro degli affetti profanato dai due figli (interpretati da un buon Sergio Romano e una meno convincente Maria Laura Rondanini) quando si dichiareranno stanchi di far parte di questo gioco.
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Aldo va via di casa per quattro anni e si stabilisce temporaneamente a Roma con la nuova giovanissima compagna. È goffo e disinteressato in modo quasi snervante, e per lui nulla possono le disperate lettere di Vanda contro la levità e spensieratezza della giovanissima amante Lidia. Aldo è sordo (o almeno così parrebbe) a tutto: acconsente senza batter ciglio all’affido dei figli alla madre, fa viaggi e trova lavoro, assiste da lontano al tentativo di suicidio di Vanda. Poi ritorna a casa, come un vecchio spettro rimasto nascosto dietro la tenda di camera.
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In effetti basterebbe il prologo epistolare, interpretato con trasporto e commossa partecipazione dalla Scalera, per intravedere la profondità del dolore che assale una donna abbandonata e che si muove incerta tra l’accusa, la supplica, il rammarico e l’ansietà: eppure la sofferenza di Vanda si rispecchia in quel freddo spazio e non apparirà più in scena a partire dal momento in cui Aldo spiega all’amico (Roberto Nobile) e all’uditorio i motivi del suo ritorno a casa. Questo è il momento più raggelante della narrazione: dopo anni di silenzio Aldo chiede di vedere i figli da solo e di ristabilire la quiete del focolare senza alcun motivo apparente e, soprattutto, senza sentire il bisogno di dare spiegazioni agli altri e a se stesso.
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Silvio Orlando (il quale, malgrado la vena di malignità che percorre le gesta del suo personaggio, ha sempre quel quid di tenerezza che non può che sollevare un po’ gli animi malgrado la tragedia) si siede per terra, guardando alternativamente i propri piedi e l’amico, e rimarca i momenti cruciali della sua piccola odissea con voce tranquilla, ignara, inframezzata talora da scrollate di spalle, piccoli accessi di rabbia, occhiate spazientite al cielo. Però si capisce che le lettere le aveva lette tutte. L’egoismo lascia così il posto alla rassegnazione: ho voluto la famiglia, ora ce l’ho, la devo tenere. Ma l’assenza è ancora dolore che brucia e lascia in eredità ai figli solo il modo di allacciarsi le scarpe.

«In Lacci Starnone fa convivere più narrazioni
e le imbriglia dolorosamente l’una all’altra»
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La casa è dunque metafora della cattiva sorte della famiglia e ha le sue fondamenta nel rimorso, nella faticosa sopportazione e nel non-detto di tutti i membri. Di autentico ci sono le memorie nascoste, come fossero bottini di guerra (la propria, intima guerra, che infuria sempre anche sotto la patina della più intaccabile tranquillità), e il gatto domestico, Labes: il nome è abbreviazione di “labestia” ma anche parola di derivazione latina che significa, in modo trasparentissimo, rovina, crollo, disonore.
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In Lacci Starnone fa convivere più narrazioni e le imbriglia dolorosamente l’una all’altra. E tuttavia al di là della puerilità di Aldo, della risolutezza del figlio Sandro e della vaga nevrosi della figlia Anna quel che pare essere più viva qui è l’amarezza di Vanda, che come spiega bene il regista Armando Pugliese stesso non regge all’impatto con sentimenti centripeti e poi di colpo centrifughi, mentre s’è stretto un patto di ipocrisia che non resiste”. La drammaturgia qui spesso pecca di verbosità e ripetitività, all’insegna forse di un eccesso di adesione al testo scritto.
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È tuttavia innegabile che la elegante sobrietà della messinscena complessiva conduce lo spettatore a sciogliere rapidamente i lacci ed arrivare al nucleo profondo del plot. La rivelazione della tragedia sarà evidente fin dalle prime parole di Vanda: non esistono family day qui, ma solo una lunga sinfonia del dolore e pesanti bagagli di errori. Non può che essere il silenzio a fungere da necessario rifugio e fragile roccaforte di una quotidianità la cui ragion d’essere troppo spesso ci sfugge.

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