Siamo stati all’inaugurazione di FICO, la “Disneyland del cibo” targata Eataly

Giovedì siamo stati nel nuovo parco a tema Enogastronomico nato sotto l’egida di Oscar Farinetti dall’ideologia di Andrea Segrè, dalla capacità di Tiziana Primori e dall’iniziativa di Virginio Merola, tutti portatori di energico ottimismo e di fiducia in due piccoli frutti: un fico e una mela. Facciamo il punto su quella che sulla carta si presenta come nuova grande impresa italiana.


_di Giorgia Bollati

Ecco la nuova grande vetrina dell’eccellenza (enogastronomica, s’intende) italiana: Fico, una trovata, ça va sans dire, firmata Oscar Farinetti. Un nuovo grande parco delle meraviglie, un paese dei balocchi, tutto ispirato a Disneyland, come proclama il padre dell’impresa, che non ha mai nascosto una certa ammirazione per il senso di grandezza tipicamente americano.
Ed ecco, dunque, 10 ettari di botteghe, ristoranti, mercati, cultivar e fattorie: Fico è tanto grande che la tentazione di lanciarsi in una corsa godardiana è forte (anche se per arrivare dall’ingresso all’uscita ci vorrebbero ben più di 9 minuti e 45 secondi), ma il team che ha lavorato al progetto ha pensato anche a questo, dando la possibilità ai visitatori di percorrere l’intero parco su una azzurrissima bicicletta griffata Bianchi con tanto di cestino.

L’iniziativa è partita nel 2012 dal già allora sindaco di Bologna Virginio Merola, che ha deciso di affidare il terreno inutilizzato del CAAB (Centro Agro Alimentare di Bologna) a Farinetti e ai suoi collaboratori, veterani dell’imprenditoria forti del successo di EATaly, Italo e prima ancora di Unieuro, chiedendo loro di convertirlo in qualcosa di più grande e spendibile, utilizzando la notevole capacità retorica del marchio per renderlo anche appetibile. La periferia nord-est di Bologna è diventata, dunque, in poco più di 4 anni, da zona studiata negli anni 70 e costruita in ritardo negli anni 90, quando il mercato ormai non rispecchiava più l’ideologia alla base del progetto, uno spazio sede di un’impresa all’avanguardia che asseconda le tendenze attuali, dà loro forma adeguata e anticipa il commercio del futuro.

All’interno del recinto amministrato da Tiziana Primori, la radice contadina si unisce alla produzione, mantenendo uno stretto legame con l’educazione: la filiera, concetto cardine nell’ideologia di EATaly diventa insegnamento, diventa obiettivo, (quasi) spettacolo. Divisi ai due lati del lungo corridoio che costituisce la grande spina dorsale di Fico, i 40 laboratori mostrano come vengono prodotti mortadella e pasta fresca, olio e birra, pane e gelato; le 6 giostre interattive insegnano ai più grandi e ai più piccini come degustare i prodotti naturali e quelli lavorati, come osservare il mondo delle piante e degli animali, come rispettare la terra e il cibo, come vivere il rapporto con le forze della natura.

Fico nasce, come ben illustra il discorso di presentazione del padrino dell’iniziativa, con i dichiarati obiettivi di educare al buon cibo e alla buona alimentazione non solo gli Italiani, ma soprattutto gli stranieri, per i quali dovrebbe costituire meta turistica e vetrina espositiva, con, in primo piano, la realtà contadina.

Controverso, tuttavia, resta il rapporto con il mondo agricolo e artigianale: è effettivamente presente e ben in mostra tra gli stand bolognesi, ma resta un piccolo campione, quasi un ritaglio idillico dipinto per creare un parco giochi. E allora le galline, le mucche e gli asinelli (tutti destinati a condurre un’esistenza indisturbata guardando gli umani passare davanti ai loro occhi, da dietro un recinto metallico contenente sabbia e fieno), mele, maggiorana e basilico diventano simboli, più che una concreta realtà.

Da indagare resta, quindi, la funzione di tali elementi, ma il messaggio arriva a chi lo necessita, ai profani della dieta mediterranea, ai bambini, o semplicemente ai mal frequentatori della buona tavola: questa è la filiera del mediterraneo, questa è la biodiversità italiana, questo orgoglio nazionale, pari a quello dimostrato da Farinetti nella magistrale orazione tenuta davanti al popolo di giornalisti convocato per la presentazione stampa.

Questa è la chiave per proiettare il mercato italiano nel futuro e insegnare agli addetti al lavoro nostrani a sapersi vendere nel modo migliore, prendendo esempio dai francesi, maestri di storytelling e di comunicazione del cibo.

Fico è il tempio del cibo mediatico: nucleo in cui sono concentrate le eccellenze italiane prese nei loro esemplari più commerciabili, poiché, partendo da finanziamenti pubblici pari a zero, le imprese Farinetti e Coop si sono spartite le spese e hanno sistemato all’interno del parco i loro fornitori e partner, tutte già grandi aziende portatrici di un messaggio per le grandi masse. Quale? Il miglior cibo per il maggior numero.

«Una grande impresa, dove è stato curato ogni aspetto,
tra necessari compromessi, attenzione all’immenso patrimonio di biodiversità italiano e volontà di crescere ancora»

Non stupisce, dunque, l’assenza dei piccoli e piccolissimi produttori, in quanto naturalmente, per essere selezionati nel numero dei partecipanti a un’impresa di queste dimensioni, ci vuole un capitale che purtroppo i piccoli artigiani non possiedono. Conclusione infelice, ma, sfortunatamente, inevitabile. Tra le aziende che si incontrano passeggiando nel corridoio ci sono quelle a grande distribuzione di Balocco, Venchi, Granarolo e Mutti, ma, d’altra parte, si trovano anche i consorzi come quelli di Parmigiano Reggiano o della Mortadella IGP, la pasticceria siciliana Palazzolo o il pastificio emiliano Sfogliamo.

Tra i grandi brand di cui il parco riceve il sostegno, ci sono anche quattro università, tra cui la Facoltà di Agraria, che forniscono una base scientifica al progetto e che, insieme ai consorzi, cureranno corsi e convegni, per dedicare sempre maggiore spazio all’educazione e alla soddisfazione di ogni curiosità, come farà anche l’anfiteatro che troneggia al centro della struttura.

E, dopo aver assaporato qualsivoglia cibo proveniente da ogni zona d’Italia (anche se Bologna e circondario sono privilegiati), all’interno di più o meno eleganti ristoranti quali quello del pesce, quello della carne, quello del fritto o la pizzeria, si consiglia una partita a Beach Volley nei campi, con tanto di sabbia, tra le botteghe, oppure una rilassante dormita al lido romagnolo. Saranno, inoltre, funzioni ricoperte dalle società operatrici all’interno di Fico lo svolgimento di indagini di mercato basate su metodologie alternative e divertenti, come quella escogitata dal pastificio Di Martino che insegna al pubblico come rifinire un pacchetto di pasta, e la proclamazione annuale del prezzo ufficiale del grano.

Una grandissima impresa, dunque, dove è stato curato ogni aspetto, tra necessari compromessi, attenzione alla bellezza di un immenso patrimonio biodiverso come quello italiano, e volontà di crescere ancora, puntando sempre più in alto: trovare imperfezioni in tutto ciò è più che probabile, ma, come dice Tiziana Primori, una passione così grande non si può che amare. Non ci resta che capire quale retrogusto prenderà, col passare dei mesi, l’ambiziosa ricetta di FICO…

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