[REPORT] La ferita e la cura: siamo stati alla mostra “Björk Digital” a Barcellona

L’artista islandese propone un’esperienza immersiva con la sua peculiare esposizione a base di realtà virtuale. Siamo andati a vederla al CCCB di Barcellona, per raccontarla con un report e una graphic novel, con illustrazioni di Marcelo Videla e testi di Roberta D’Orazio.


_di Roberta D’Orazio

Nella versione rumena di Cenerentola, l’eroina in seguito resa celebre da Walt Disney non presentava affatto i tratti della donna docile e sottomessa che ben conosciamo. Era, piuttosto, una ribelle, pronta a scappare di casa ad ogni buona occasione per poter assistere a una battuta di caccia vestita da arciere. Quando il principe la riconobbe durante la fatidica prova della scarpetta, le domanda chi fosse. Cenerentola rispose di non essere un cacciatore, pur portando con sé arco e frecce. Di non essere una principessa, pur essendo vestita da tale al ballo. E di non essere uno spazzacamino, nonostante il viso sporca di cenere.
Mi sono a lungo interrogata sull’enigmatica risposta. Fu un maestro di teatro a illuminarmi dicendomi che in quel momento la ragazza stava dichiarando i propri sentimenti, perché l’amore è la capacità di affermare ciò che non si è. Ovvero di mostrare le proprie mancanze, le proprie debolezze.

All’uscita dalla mostra Björk Digital, ideata e curata dall’artista islandese, e ospitata a Barcellona nel CCCB fino al 22 ottobre, mi tornano in mente queste parole. La singolare esposizione infatti altro non è che uno scorcio aperto sulle ferite aperte, su tutto ciò che ci rende vulnerabili e per tanto così straordinariamente umani. Il secondo pensiero è che, trattandosi di un’esperienza a contatto con la realtà virtuale, questo tipo di visita al museo non ammette quello che in spagnolo è chiamato postureo, ovvero l’arte di partecipare ad attività interessanti al solo scopo di condividerle sulle reti sociali. Un selfie con le opere di Björk è reso praticamente impossibile dall’assenza di oggetti fisici, eccezion fatta per i vari supporti e gli occhiali che costituiscono la porta tra il reale e il metafisico.

Il percorso è diviso in quattro sezioni, all’ingresso di ciascuna ci attende un operatore. Il primo ci spiega che assisteremo a una proiezione a 360 gradi, letteralmente e figurativamente, del video di Black Lake, brano scritto da Björk in occasione del suo divorzio che segna la fine di una relazione, secondo il punto di vista dell’artista, priva di una qualche forma di equilibrio. La donna ha dichiarato infatti di aver idolatrato il suo partner, senza ricevere nulla in cambio.

A prescindere da come si siano svolti i fatti colpisce il fatto che persino un’eccellenza artistica possa soffrire di un problema comune quale la bassa autostima. Nella sala ci aspetta un’impressionante impianto audio e di un sistema video in dolby surround. Non indossiamo ancora gli occhiali e possiamo muoverci liberamente nella stanza, e ad ogni passo la percezione della canzone stessa cambia. Il brano è struggente, come il vestito indaco dell’artista.

I suoni ci rincorrono, la voce di Björk sembra chiamarci – è interessante vedere come, quasi all’unisono, tutti si girano in una direzione, poi in un’altra, in una sorta di accordo muto tra tutti i presenti.

Nella seconda sala, grazie alla realtà virtuale possiamo ballare con Björk (non solo una, ma tante) su una spiaggia deserta. E ancora: possiamo viaggiare all’interno della sua gola, durante una difficile operazione alle corde vocali. Non esiste momento maggiormente delicato per un cantante: a nudo, sotto i ferri del chirurgo, a mostrare apertamente il momento in cui il suo bene più prezioso si trova in una condizione di rischio.

Chiedo all’operatrice se ci muoviamo tutti insieme, risponde che in alcuni momenti sì. Eppure tutto sembra suggerire qualcosa che apparirà più chiaro nella sessione successiva: esiste una cura. Memore dalla danza collettiva effettuata involontariamente dai partecipanti durante la precedente esperienza, domando all’operatrice se, chiusi in quel pezzettino di mondo che abbiamo condiviso con Björk a titolo individuale, ci siamo mossi tutti insieme, seguendo i passi dell’artista. Mi risponde che spesso accadeva.

La terza parte della mostra fornisce le risposte ad alcuni interrogativi aperti. Esiste una cura. La cura consiste nel cucire la ferita. La cura è nel rapporto umano. Con una sorta di armatura che mappa i miei movimenti, il mio corpo intero supera i confini dello schermo e mi permette di utilizzare ago e filo per unire i cocci del cuore. Mi avvicino così tanto a Björk che lei mi bacia in bocca.

Non è forse l’anima una realtà virtuale?

Dopo un’immersione tanto profonda, si torna in superficie, con una presentazione video di Biophilia, l’applicazione sviluppata da Björk. “È la mia scuola di musica”, dichiara la cantante. “Da piccola sognavo di diventare insegnate, e questo è stato il mio modo per raggiungere l’obiettivo.”
Il punto di partenza sono gli elementi naturali: nell’immaginario dell’artista, comprendere la struttura degli iceberg è un’ottima maniera per spiegare gli accordi, mentre gli arpeggi somigliano ai lampi. Se fino a questo momento le esperienze proposte sono di natura perlopiù individuale, sviluppate nella singolare relazione che si viene a creare tra l’immagine di Björk e ogni individuo partecipante, Biophilia è un’apertura alla volontà di condivisione. Non è un caso che la radice greca del nome richiami, appunto, l’amore per la vita.

Ed è proprio questo il messaggio sovversivo del progetto Björk Digital: in un mondo che non lascia spazio alle debolezze, che colpevolizza le vittime, che denigra ogni forma di fragilità, la vera forza è mostrare le proprie ferite. Come Cenerentola, dichiarare ciò che non si è. E, ancora, continuare ad amare.

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