[INTERVISTA] Carl Brave x Franco 126: ciò che siamo, in rima

C’è un po’ di confusione attorno all’identità musicale del fenomeno indie, rap, hip hop italiano del 2017. Non si riesce a capire quale sia l’etichetta, semmai fosse necessario averne una, da apporre su Carl Brave X Franco 126. Romani di Testaccio, il duo ha appena concluso un’estate ricca di date (leggi qui com’è andata al Mish Mash 2017), suonando per tutta italia il loro Polaroid e si appresta ora ad affrontare il passaggio più complicato del successo: confermarsi.

_di Daniele Messina

Gli abbiamo fatto un po’ di domande prima del Live per SuperFico ai Mercati Generali di Catania dello scorso 30 Settembre, su un divanetto con OUTsiders webzine per una chiacchierata tutta serenità e romanesco.

Dall’uscita di Polaroid ai primi riscontri (molto positivi) e risultati (Disco d’oro per Sempre in due, tra gli altri) è passato davvero poco tempo. Ve lo aspettavate?

Carl Brave (C): Bè, ci speravamo.

Franco 126 (F) : È arrivato tutto in maniera graduale. Il disco è uscito ma era una raccolta di singoli, nel senso che solo quando i pezzi sono usciti abbiamo visto che andavano bene tra di loro e come album. Dall’uscita del disco la cosa si è un po’ allargata ma in realtà la risposta del pubblico ce l’avevamo già avuta. Sempre in due, ad esempio, era diventata virale a Roma già a Novembre.

Quindi è stata prima una conferma a livello locale, su Roma e dintorni.

F: Avevamo già un seguito a Roma, e l’abbiamo verificato con i live.

C: Anche a Milano a dire il vero. La gente ci fermava già anche lì. Noi ci stiamo provando da 10 anni a venire fuori. Siamo arrivati a questo genere dopo una lunga trafila. È stata soprattutto un’evoluzione. Prima abbiamo fatto un disco trap che non è mai uscito, esiste solo nei nostri hard disk.

F: Ne è uscito solo un pezzo che è Santo Graal. Lì i testi sono più cupi, è per un pubblico diverso.

C: A una pischella sto pezzo non può piacere. C’è più ansia, è più impegnato.

Può essere questa la chiave del vostro successo? La vostra peculiarità è che non siete incazzati. Parlate tranquillamente di situazioni normali. Non portate rancore e non sputereste in faccia a nessuno.

C: Puntiamo sulla musica che è più melodica e ti dà immagini più “normali”, piuttosto che sulla trap dove è chiaramente più difficile scrivere dei testi rilassati.

F: È da notare anche il fatto che non ci sia traccia di autocelebrazione nei nostri pezzi. Parliamo di noi stessi, lontani dalla mitomania e da tutto l’immaginario egocentrico del panorama rap. Autoesaltarsi è una parte imprescindibile del rap, ma non del nostro.

Insomma, non scrivereste mai un dissing nei confronti di un vostro collega.

C: No, a meno che non ci facciano incazzare. Ma glie annamo a menà piuttosto! Senza dì niente (ride n.d.r.).

Quindi tutto ciò che raccontate viene fuori dalle vostre vite passate e presenti…

C: Abbiamo avuto esperienze fuori. Lui a Londra, io a Berlino. Siamo amici da 8 anni, viviamo nello stesso quartiere, a 100 metri di distanza.

E cosa ne pensa il quartiere? Vi conoscono come musicisti?

C: Sì, sì. Al baretto ascoltano la roba nostra. Anche er bruschettaro l’altro giorno mi diceva che il figlio ascolta i nostri pezzi. Sono i posti in cui andiamo da sempre, dove abbiamo passato una vita intera. Loro ci conoscevano come musicisti già prima naturalmente.

Parliamo del vostro genere: vi hanno etichettato come “indie rap”. Ma voi vi sentite più rap, più hip hop o cos’altro?

C: Più rap. Ma per una questione di flow, di rime. La rappata in sé non è rap puro, nemmeno indie. Ha un’impostazione melodica tutta sua.

F: Ma noi l’indie non l’abbiamo mai ascoltato. Mai proprio.

Cosa ascoltate voi?

F: Chiaramente rap. Ma anche elettronica e cantautorato italiano.

Ma il circuito in cui vi siete inseriti è quello dell’indie italiano.

F: Sì, esatto. A noi interessa anche fare questo discorso: noi rappresentiamo il nostro quartiere, la nostra città. E non c’è nulla di più hip hop del rappresentare le proprie radici. La nostra musica è molto più rap del 90% della roba che gira in questo momento.

Le rime e i testi? Di chi sono?

C: Di entrambi. Ognuno scrive i propri pezzi e poi ci confrontiamo; lo facciamo molto.

Nel live i pezzi suonano in una maniera profondamente diversa rispetto al disco…

C: Certo. Sono molto diversi dal vivo. È una nostra scelta.

F: Cambia molto dal vivo. Non ci interessa portare sul palco la versione del disco, che è molto moscio di per sé, noi invece siamo molto energici. È un modo diverso di porci rispetto a quello che abbiamo sempre fatto dal vivo nelle nostre esperienze passate. Sappiamo che c’è tanto da studiare e da imparare, perché devi intonare melodie e non devi solo sputare veleno. Lo sappiamo ma comunque non ci interessa riproporre la versione da disco.

C: Se vuoi quello, ascolti il disco. Ai live offriamo una versione diversa che ti fa cantare e ballare. Se notate ai nostri concerti cantano davvero tutti un sacco, un po’ effetto karaoke. Noi vogliamo questo, la partecipazione.

È stata un’estate piena di date per voi. Com’è andata?

F: Benissimo. A parte una o due date, per il resto è andata alla grande.

C: All’inizio c’è stata qualche data un po’ più fiacca. Ma da lì in poi è stato un continuo crescendo.

Quali sono le ispirazioni per le vostre basi? (Carl Brave è il beatmaker del duo, n.d.r.)

C: Più che di ispirazioni parlerei di influenze. A Berlino ho ascoltato un sacco di elettronica, andavo a ballare la tech-house, e poi da sempre il pop italiano e americano classico da MTV.  È un pot-pourri di tutti questi generi.

Sei mai stato al Berghain (locale simbolo della scena elettronica berlinese, n.d.r.) di Berlino?

C: No. Non ci ho manco provato, mi cacciavano già spesso. Ci sono mille altri locali belli allo stesso modo. Dove non devi fare tre ore di fila e rischiare di essere rimbalzato.

Il vostro rapporto con i social è molto simile al concept che caratterizza il disco, ovvero quello delle polaroid come frammenti di vita quotidiana. I vostri post sono appunto questo?

F: È l’approccio trap. Supportiamo e veniamo sempre supportati dagli altri artisti. Tramite i tag, le citazioni e tutto, è importante che venga fuori l’universo degli artisti e la realtà che c’è dietro a ciò che si vede in superficie.

C: L’aspetto social è nato con il disco. Utilizziamo più che altro Instagram che è quello dove riceviamo più risposte e consensi.

Le collaborazioni, i nuovi singoli ecc… È evidente che avete tanta carne sul fuoco.

C: Siamo due stacanovisti. Stiamo spesso chiusi in studio, la stiamo vivendo molto da Nerd.

F: Sì, perché quando arrivano determinati risultati, il difficile è confermarti. L’importante è non scostarsi troppo da ciò che si è e si fa.

C: Il nostro sound sta cambiando gradualmente. Se metti a confronto Avocado, uno degli ultimi pezzi usciti, e Solo guai, noti che c’è parecchia distanza.

F: Cambia anche per struttura, modo di cantare, non solo la base.

C: La struttura è più pop. Hai maggiore strumentazione, due chitarre, molte più parti cantate e melodiche. Ad esempio Solo guai e Sempre in due, che sono le tracce che mi piacciono di più, sono più flat. Stiamo cercando di aprire i pezzi tendendo più al pop, aggiungendo le varie influenze in un processo di sperimentazione pura.

Ok ma tutto ciò è profondamente indie.

C: Ma lo hai detto tu (ride n.d.r.).

F: Ascoltavo I Cani e Calcutta. I Thegiornalisti ad esempio li abbiamo scoperti solo dopo un po’. La gente ci dava dell’indie e così siamo andati un po’ ad ascoltare cosa volesse dire. Ci piace tantissimo Cosmo. Apprezziamo molto il genere ma non è il nostro background, Polaroid non viene dall’indie, viene dal rap.

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