Assalti, assolti e assolutismi: note a margine sul caso Spacey

Condanne e assoluzioni ai tempi dei social network. I confini del chiacchiericcio e del consenso. Un brainstorming sulla tempesta mediatica che ha coinvolto Kevin Spacey.


_di Roberta D’Orazio

È molto difficile per me esprimermi sulle accuse, più o meno velate, rispetto a un’aggressione a scopi sessuali, che Anthony Rapp muove a Kevin Spacey, non solo per la complessità dei fatti, ma perché al centro del ciclone si trova proprio uno dei miei attori e produttori preferiti, ed è difficile prendere le adeguate distanze da ciò che amiamo.

Premetto che non sono io a doverne decretare la colpevolezza o l’innocenza – per quanto propenda per la prima opzione –, la decisione a riguardo sarà presa in sedi più adeguate del bar delle reti sociali. In ogni caso, il caso Spacey apre spazio ad alcune riflessioni che ritengo importanti.

Propendo a pensare che l’attore sia colpevole, quantomeno rispetto ad alcune presunte attenuanti riportate tra tweet e bacheche, alle quali vorrei dedicare alcuni minuti. Allo stesso tempo non sottovaluto l’effetto “tempesta mediatica”, e su questi due temi vorrei provare ad esprimermi.

La fondamentale differenza tra avances e aggressione

Si dice in giro che Spacey, con il ragazzino, ci abbia semplicemente provato. Che di fronte al rifiuto di quest’ultimo, non sia accaduto nulla. Ora, pur non essendo quel tipo di donna che si sente molestata ad esempio dai fischi per strada, credo ci sia una distinzione tra un tentativo di approccio e ciò che Rapp racconta.

Per me, personalmente, affinché sia accettabile che qualcuno mi prenda in braccio, mi butti sul letto e mi si sdrai addosso, dev’esserci stato quantomeno uno scambio, verbale o non, che lasci intendere chiaramente all’altro che entrambi desideriamo la stessa cosa. E questo scambio è ciò che io chiamo flirtare che inizia, appunto, con un tentativo da parte di una delle due persone coinvolte. Se manca questa fase e, di fronte alla mancata rispondenza dell’altro, si continua con le avances, si stanno valicando quantomeno i confini del buon senso.  Se manca direttamente tutto ciò che precede un avvicinamento tanto appassionato come quello di Spacey verso Rapp, sì, si stanno valicando a mio avviso i confini della consensualità.

E no, l’alcool non è un’attenuante in nessuna sede, nemmeno quella legale. E sì, tutti da ubriachi facciamo cose sciocche ma – dirò una banalità – non credo che una sbronza trasformi le persone, semplicemente agisce sui nostri freni inibitori.

L’aggravante in questo caso è la giovanissima età di Rapp a quei tempi. Ammetto l’estrema complessità dei meccanismi dell’attrazione, non nego che gli esseri umani possano sentirsi affascinati da altri esseri umani anche al di là di ciò che l’opinione comune normalmente prevede. Fatico tuttavia ad applicare questo relativismo a un ragazzino di 14 anni, che può essere maturo sessualmente ma non a livello emozionale per accogliere le avances di una persona che ha il doppio dei suoi anni, tanto che Rapp si definisce shockato vita natural durante per quanto accaduto.

Ho sentito dire in questo contesto che ogni caso andrebbe valutato singolarmente. È vero, ma al tempo stesso impossibile, perché aprire le porte a un’estrema soggettività avrebbe conseguenze grottesche, e chiunque potrebbe dire, ad esempio e con ragioni legate alla propria sensibilità, di sentirsi violentato da una parola mal pronunciata.

Per questo esiste una norma generale che si chiama legge, non sempre applicabile a tutti i contesti, come qualsiasi convenzione sociale, ma che quantomeno negli intenti tutela e protegge le vittime. E secondo la legge, la soglia del consenso negli Stati Uniti si raggiunge a 17 anni.

È chiaro, non possiamo chiamare stupro quanto accaduto. Ma è di certo l’avvisaglia di un problema che non si può ignorare. E tante sono le forme di violenza possibili.

Il fatto che si tratti di un’aggressione con scopi sessuali non mi sembra comunque rassicurante. Dunque l’unico elemento che scagionerebbe Spacey è la possibilità che Rapp si sia inventato tutto di sana pianta. Su questo sospendo il giudizio, e attendo che si faccia chiarezza altrove.

Nel frattempo, a quella di Rapp si sono unite altre voci. Quella di alcuni membri dello staff di House of Cards, che ritengono che il set fosse inquinato dalle molestie di Spacey. E quella di Danny Lanzetta, attore bambino che lavorò con il divo. Lanzetta ricorda un momento di ambiguità in cui il collega, più grande di lui, gli avrebbe messo una mano sulla coscia, arrivando “non ricordo dove”, dice l’allora piccola stella di Broadway. Una testimonianza ambigua e messa in dubbio da molti. Non so se si possa ritenere veritiero il racconto, ma a differenza di quanto gridano molti, non trovo minimamente strano il fatto che una vicenda legata a delle possibili molestie sessuali torni alla memoria con confini sfumati e poco chiari, esistendo nell’inconscio umano meccanismi di rimozione e autodifesa.

I facili assolutismi e il phisique du rol della violenza

Altri due aspetti di questa vicenda mi lasciano perplessa: la prima è la difficoltà che abbiamo nell’accettare che anche un uomo possa subire una qualche forma di violenza. La seconda è l’estrema polarizzazione che ha spaccato l’opinione pubblica rispetto alla colpevolezza o innocenza di Spacey. Alcuni lo difendono a spada tratta, altri lo accusano senza esclusione di colpi. Mi domando come possiate essere sempre così sicuri di tutto.

Prendere posizione è doveroso e lecito, ammettere che la propria sia la unica verità possibile è la morte del dialogo e dell’intelligenza.

È vero, non dobbiamo sempre e comunque credere a coloro che si proclamano vittime: tutti possono mentire, per gli scopi più beceri. Ma non capisco come si possa escludere in toto l’una o l’altra possibilità.

Capisco in ogni caso quanto sia difficile pensare che un uomo brillante, elegante, raffinato come Spacey possa essere colpevole. Nel caso in cui lo fosse, questa storia ci insegnerebbe che non tutte le persone che hanno disturbi di natura sessuale hanno il phisique du rol. Non sono tutti come Weinstein, con un’estetica che ben risponde all’immaginario comune della perversione.

Le persone che hanno disturbi di natura sessuale – come la pedofilia – possono essere bellissime. Possono sembrare affidabili. Ci si può persino innamorare di loro. Ribadisco: se le cose stessero esattamente come Rapp ha raccontato, riterrei Spacey colpevole. Con dolore, perché lo adoro. In caso contrario condannerei duramente chi, in questo clima caldo rispetto a questi temi, sta fomentando una causa ingiusta contro un uomo che non può dimostrare, per assenza di testimoni, la propria innocenza.

I media stanno calcando la mano?

Certo, come sempre, su tutto. Esistono in questo contesto persone che fingono di essere vittime di violenza per ottenere l’attenzione pubblica? Non ho elementi per escluderlo e, se così fosse, reputo la calunnia di una gravità pari agli abusi stessi. Allo stesso tempo però mi indigno quando ci si riferisce alle denuncie degli abusi sessuali come ad una “moda del momento”. Capisco che l’insistenza mediatica possa creare questa impressione. Ma oso sperare in un futuro in cui non si chiude la bocca quando si subisce un danno, sia esso fisico o morale.

Ben vengano “mode” come queste, quando stimolano un dibattito.

La quantità di persone che hanno subito abusi sessuali è impressionante nella mia piccola e modesta vita, figuriamoci in un contesto più grande come quello cinematografico. Non capisco dunque perché stupisca il fatto che moltissime persone stiamo parlando della propria esperienza a riguardo. Di certo non si può escludere l’idea che non tutte le presunte vittime siano in buona fede.

Molti lettori commentano, sulle pagine delle testate giornalistiche, che è assurdo doversi sentire obbligati a credere a chiunque denunci una violenza, per non venire tacciati di scarsa sensibilità. Non condivido questa opinione, ma credo di capirne le ragioni sottese. Ciò che maggiormente mi sconforta rispetto alla pressione esercitata dai media è proprio questo: un effetto stucchevole, che stanca le persone, al punto tale da rendere qualsiasi racconto poco credibile.

Si confondono effetto e causa, e il lettore medio inizia a prendere poco sul serio qualsiasi faccenda solo perché ripetuta all’infinito, come una parola che sembra perdere di senso se se ne ascolta costantemente il suono.

È di certo difficile produrre rispetto a un tema tanto delicato solo informazione di qualità – né pretendo di riuscirci con queste accorate righe – e non cedere alla tentazione giornalistica di attivare l'”effetto morbosità“, sfruttando il voyerismo intrinseco in molti lettori per attirare visite sul proprio sito.

Lo sciacallaggio mediatico è orrendo, e sull’onda di questa brutta vicenda, stanno emergendo anche dettagli non attinenti riguardo alla vita di Spacey, allo scopo di infangarne ulteriormente la figura. Se Spacey non ha fatto nulla di ciò di cui viene accusato, sto soffrendo con lui.  D’altra parte però non posso fare a meno di notare e di nutrire una positiva speranza per il dibattito che in questi giorni si sta sollevando, per questa benedetta confusione che provo e per le voci discordanti che ascolto, perché vuol dire che qualcosa finalmente si sta muovendo nelle coscienze delle persone. Spero che a farne le spese non sia un uomo innocente, chiunque sia l’innocente in questa storia.

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