Che cosa abbiamo imparato dalla gestione dei “Sentimenti in Negativo”?

La rivista Doppiozero ospite del Circolo dei lettori per quattro incontri con quattro oratori diversi: quattro viaggi diversi all’interno dei concetti di noia, odio, gelosia e invidia. 


_ di Beatrice Brentani

Al Circolo dei Lettori si è ormai concluso un corso molto particolare, dai contenuti letterari e psicologici. Come giudicare, analizzare, come vivere le nostre pulsioni negative? Avevamo già commentato gli esiti del primo incontro in cui si è discusso sul sentimento di “noia” con Marco Belpoliti, direttore editoriale di Doppiozero.

«La noia, per me, era simile a una specie di nebbia nella quale il mio pensiero si smarriva continuamente, intravvedendo soltanto a intervalli qualche particolare della realtà; proprio come chi si trovi in un denso nebbione e intravveda ora un angolo di casa, ora la figura di un passante, ora qualche altro oggetto, ma solo per un istante e l’istante dopo sono già scomparsi.
Nella nebbia della noia, io avevo intravveduto la ragazza e Balestrieri; ma senza annettere loro alcuna importanza, e, comunque, distraendomi continuamente da loro. Così, avveniva che, per settimane, io dimenticassi l’esistenza di quei due che, purtuttavia, vivevano e si amavano a pochi passi da me. Ogni tanto mi ricordavo di loro, quasi con stupore, e pensavo allora: “toh, ci sono sempre, continuano ad amarsi»

 Moravia, La noia, 1960

Che cosa dire, ora, degli altri incontri?

Il 4 ottobre, Pietro Barbetta, direttore del Centro milanese di Terapia della famiglia, ci ha parlato dell’odio. Sentimento ambiguo, l’odio implica venerazione e rancore allo stesso tempo, entrambi concepiti nei confronti di una stessa persona, l’oggetto da noi odiato.

Cosa significa odiare l’altro? Significa scegliere (e la convinzione che sia una vera e propria “scelta” proviene già da Sartre) rinunciare all’unione con l’altro e scegliere di essere soltanto “per sé”; l’altro, che può essere chiunque altro, mi è indifferente e non esiste. È questo, spiega Barbetta, il pensiero che è all’origine di qualsiasi forma di totalitarismo e delle mafie.

«Questa libera determinazione si chiama odio. Esso implica una rassegnazione fondamentale: il pre-sé abbandona la sua pretesa di realizzare un’unione con l’altro; rinuncia ad utilizzare l’altro come strumento per recuperare il suo essere-in-sé. Vuole semplicemente ritrovare una libertà senza limiti di fatto; cioè sbarazzarsi del suo essere impercettibile oggetto per l’altro ed abolire la sua dimensione di alienazione. Ciò equivale a proporsi di realizzare un mondo in cui l’altro non esiste. Il per-sé che odia accetta di non essere altro che per-sé; reso cosciente dalle sue diverse esperienze dell’impossibilità in cui è di utilizzare il suo essere-per-altri, preferisce non essere altro che un annullamento libero del suo essere, una totalità de-totalizzata, una ricerca che si assegna da sé i suoi fini.

Colui che odia, si propone di non essere più, in nessun modo, oggetto; e l’odio si presenta come una posizione assoluta della libertà del per-sé di fronte all’altro. Questo avviene in primo luogo perché l’odio non abbassa l’oggetto odiato. Perché pone la lotta sul suo vero terreno: ciò che odia nell’altro, non è quella fisionomia, quella particolarità, quella singola azione, ma la sua esistenza in generale, come trascendenza-trascesa. Perché l’odio implica un riconoscimento della libertà dell’altro. Solo che questo riconoscimento è astratto e negativo; l’odio conosce solo l’altro-oggetto, e si attacca all’oggetto. Vuole distruggere proprio quell’oggetto».

J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, saggio di ontologia fenomenologica, 1943

Anna Stefi, caporedattrice di “doppiozero” e redattrice della collana Riga di Marcos y Marcos, ha analizzato per noi la gelosia durante il terzo incontro del corso, mercoledì 11 ottobre.  
Incontro forse più pungente e fastidioso, in quanto si è parlato di un sentimento comune a tutti, ma da tutti difficile da ammettere. Perché ammettere di provare “gelosia”, anche se in gradi molto leggeri, implica pur sempre una debolezza, una messa da parte del nostro orgoglio. E dov’è, inoltre, quel rigido confine tra gelosia e invidia? Simone de Beauvoir, in La donna spezzata, era allo stesso tempo gelosa e invidiosa nei confronti della nuova amata del compagno (nonostante lei stessa avesse avuto altri uomini oltre a lui). Ricostruendola etimologicamente, la parola deriva da “zelo”, da cioè una tensione smodata, uno stato di eccesso. Non è razionale, è implicata all’amore e, anche, a una dimensione visiva, che la fa diventare, talvolta, una forma patologica, quasi (o del tutto) una malattia.

«Se lei non avesse fatto quel che aveva voglia di fare, ma io avessi saputo che ne aveva voglia, ebbene sarebbe stato ancora peggio! Sarebbe stato meglio allora che l’avessero fatto, purché io finalmente lo sapessi e potessi uscire dall’incertezza. Insomma, io non ero in grado di dire quel che volevo: volevo, in sostanza, che lei non desiderasse ciò che doveva desiderare! Follia vera e propria, insomma.

La cosa terribile era che io mi attribuivo un pieno e indiscutibile diritto sul corpo di lei, come se si fosse trattato del mio proprio corpo, e allo stesso tempo sentivo che io non ero in grado di dominare quel corpo, che esso non era mio, e che lei invece poteva disporre di esso come le pareva meglio, e nella fattispecie voleva disporne diversamente da come volevo io».

Tolstoj, La sonata Kreutzer

Ci sono molti aspetti della psiche collegati a questo sentimento: la costruzione di nuovi universi, dai quali ci si sente esclusi; il senso di mancanza e di conseguente dolore per questa mancanza; il bisogno di trovare delle risposte, di vederle materializzate, pur sapendo che queste risposte sono sempre in tensione e non saranno mai definitive e assolute; la follia; la vergogna; la ricerca di approvazione nell’altro.

Che fare? Come smettere di essere gelosi?
Possiamo provare a guardare alla gelosia sotto prospettive diverse, smettendo di giudicarla come un sentimento solamente negativo. Mettere a tacere un sentimento tanto incontrollabile non è utile, equivale solo a occultarlo, a nasconderlo, e si rischia di non sapere poi riuscire a gestire un’energia così potente all’interno di sé. Quello che sarebbe utile fare è “accettare”: accettare le proprie zone d’ombra, accettare di non poter dominare l’altro, accettare il fatto che non potremo mai dominare totalmente. Dare spazio, saper lasciare andare. La gelosia, in fondo, non è forse la conseguenza del non-riconoscimento di ciò che è altro da me?

Infine, mercoledì 18 ottobre, Nicole Janigro, psicoanalista junghiana, collaboratrice di “Rivista di Psicologia Analitica” e “doppiozero”, ha discusso sul sentimento d’invidia.

«Uno dei fattori per lo scatenarsi dell’invidia è l’impotenza, sia come impotenza di fatto che come sentimento d’impotenza. L’impotenza rende impossibile o comunque difficile il giusto rapporto tra bisogno d’espansione e insofferenza del limite. La forza non è soltanto conatus existendi, non è solo potenza d’esistere, ma è istanza di crescita e come tale è sforzo per oltrepassare ogni limite predeterminato. (…) Se la meta è troppo alta per la propria forza vale la pena rinunciarci e la rinuncia non è sconfitta, bensì misura, atto di ragione.

Ma l’equilibrio razionale che proporziona il bisogno di sviluppo al limite non è facile da attingere (…). E ciò avviene perché gli uomini sono per lo più valutati per le mete che essi raggiungono e poco considerati per quello che in se stessi sono. A questo punto l’impotenza di fatto si tramuta in sentimento d’impotenza e di invidia dell’altro. L’invidia è quel sentimento che non sopporta il proprio limite naturale in forza di una ragione sociale, poiché è la società che decide del valore degli individui e assume come termine di valore proprio quegli individui che hanno successo. Questo accade prevalentemente nelle società contemporanee».

Salvatore Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, Milano 1996

L’invidia è spesso una passione inconfessabile e si è tentata molte volte una sua razionalizzazione. È un sentimento che include un desiderio di possesso di ciò che non si ha e si vede nell’altro. Anche l’invidia, come la gelosia, contiene in sé le forme del “vedere”: il geloso è “accettato”, l’invidioso dell’Inferno dantesco ha le palpebre cucite. Giotto, nella Cappella Scrovegni, rappresenta iconograficamente l’invidia come un’anziana signora con un serpente che le esce dalla bocca e le si ritorce sugli occhi.
Come l’oggetto odiato, inoltre, anche nei confronti dell’oggetto invidiato noi proviamo desiderio e repulsione allo stesso tempo. L’altro viene visto come un modello da seguire, ma anche come un ostacolo e quindi un rivale.

L’invidia è anche un’energia, un desiderio di mimesi e di riconoscimento del proprio valore; ha una sua forza propria che, se non la si riesce a incanalare nella maniera giusta, rischia di violare gli equilibri sociali e di trasformarsi in follia, esattamente come qualsiasi tipo di pulsione.
Platone ha tentato di guardare all’invidia in positivo: essa può essere anche uno sforzo di crescita. Se l’invidioso è consapevole del proprio sentimento, egli può provare ad aggiungere un surplus alla sua persona attraverso lo sguardo verso l’altro.

Come i negativi delle fotografie (e qui si cela il vero significato del titolo di questo singolare corso), anche i nostri sentimenti possono essere guardati sotto prospettive diverse. Giudicare le nostre passioni come assolutamente negative non ci nutre e non ci permette di comprenderle fino in fondo. Occorre saper “guardare” (ancora una volta, ritorna questo sguardo!) con occhi diversi.

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