[REPORT] Il climax esplosivo dei Mogwai al Fabrique di Milano

La band di Glasgow arriva in Italia per il tour mondiale di presentazione del nuovissimo “Every Country’s Sun” regalando al pubblico del Fabrique un live devastante ed emozionale: come solo i Mogwai sanno fare.


_di Alessia Giazzi

Non è passato molto tempo da quando Milano ha sperimentato un assaggio di post-rock ai suoi livelli più alti: solo la settimana scorsa i mastodontici Sigur Rós tenevano con il fiato sospeso migliaia di persone al Mediolanum Forum e ancora prima di loro gli irlandesi God Is An Astronaut atterravano al Magnolia di Segrate. A completare la tripletta lombarda, Il 27 ottobre lo tsunami post-rock si sposta al Fabrique con l’arrivo della turbolenza Mogwai, reduce dall’ultimo lavoro in studio Every Country’s Sun.

È Stuart Braithwaite, accento scozzese marcatissimo e “insolito” calice di vino rosso in mano, ad introdurre l’ingresso della band di Glasgow in scena. Ai Mogwai piace mettere subito le cose in chiaro: qui non si scherza. Il climax esplosivo di Mogwai Fear Satan (pezzo che compie esattamente vent’anni nel 2017) apre la scaletta del live facendoci rizzare i capelli in testa e facendo intendere come procederà la performance. I Mogwai hanno in pugno le nostre frequenze cardiache e giocano con i picchi del nostro elettrocardiogramma impazzito a colpi di corde suonate alla velocità della luce e esplosioni sonore da far tremare le pareti.

Complici i parallelepipedi luminosi che fanno da fondale e che riflettono la luce modulando l’atmosfera, si ha continuamente la sensazione di essere immersi sotto il pelo dell’acqua e di vedere la luce che si riflette sopra di noi prima di essere catapultati improvvisamente al centro di un vulcano in eruzione: il quintetto modula le intensità sonore cogliendoci di sorpresa con quei sapienti climax che sono il loro marchio di fabbrica.

Per una band che ha all’attivo un repertorio così vasto e variegato è complicato costruire una scaletta che possa dare voce a tutto il percorso della propria carriera, soprattutto con un nuovo album da far conoscere. Sì, perché per passare in rassegna la discografia dei Mogwai ci vorrebbero giorni interi. Ci accontentiamo allora delle nuovissime Party in the dark, Battered at Scramble e Don’t Believe the Fife, addolcite da chicche nostalgiche come Cody, Rano Pano e la moroderiana Remurdered saltando dalle sonorità più rock a quelle spiccatamente elettro. Se nel post-rock le chitarre tendono a catalizzare l’attenzione su di loro, qui la sezione ritmica della batteria sgomita arrogantemente aggiungendo il suo mattone al muro del suono che si erge assordante contro la sala del Fabrique.

Pochi convenevoli, tanti “grazie mille” proferiti tra una sorsata di rosso e l’altra: nel live dei Mogwai non c’è spazio per le parole, spezzerebbero quel flusso che è fatto per un ascolto contemplativo e concentrato. Stasera la band di Glasgow ci ha (re)introdotti al culto del frastuono sapientemente costruito , bombardandoci con frequenze sonore che arrivano dritte allo stomaco, fanno vibrare i timpani e ai timpani e ci lasciano frastornati ma felici, consapevoli ancora una volta di aver assistito al live di una delle migliori band post-rock in circolazione.

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