[REPORT + PHOTO] Julie’s Haircut: Houston, we need more drugs

Reduci dal Liverpool International Festival of Psychedelia, i Julie’s Haircut ripartono dal sud Italia, passando dal Centro Zo di Catania.


_di Raffaele Auteri

Bisogna partire da una premessa: quelli che salgono sul palco sono dei Musicisti, con la M maiuscola. È indiscutibile l’enorme bagaglio tecnico che ha portato la band originaria di Sassuolo a diventare un punto saldo dell’alternative rock italiano, con un curriculum di sette LP e un’infinità di EP pubblicati.

L’inizio del concerto, infatti, è da brividi: si riesce a percepire la psichedelia che prende forma e materia, nelle note di tutti gli strumenti, nei giri di basso a oltranza, nelle sfuriate improvvise di chitarra, nel sassofono che emerge piano, per poi fondersi con la melodia. I brani sono lunghi, davvero lunghi, ma questo non appesantisce per nulla il pubblico, che rimane assorto, chi a studiare i musicisti sul palco, chi perso chissà dove con la testa.

L’ultima fatica dei Julie’s, “Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin”, è un disco intenso, registrato in maniera sublime, che ti tiene incollato sul divano, mentre lo stereo vomita psichedelia per quasi un’ora. E forse è proprio questo che ha fatto male al concerto. Una prima impressione, infatti, è entusiastica. Non si vedono tanti concerti del genere a Catania e l’esibizione, da un punto di vista formale, è stata perfetta. Ci siamo trovati davanti dei musicisti educati, che forse hanno sofferto troppo l’aver fatto uno dei dischi “italiani” migliori dell’anno.

L’educazione però, si sa, è anche noiosa. Ecco quindi che, poco dopo la metà, l’esibizione comincia a pesare. Dopo mezz’ora abbiamo imparato a memoria la “forma” delle canzoni; si canta poco, si suona tanto, allo stremo, mentre il synth gioca ogni tanto, le variazioni saltellano qua e là, e i musicisti sul palco sono in un mondo a parte, totalmente assorti in quello che stanno creando. Forse fin troppo assorti, quasi apatici, in confronto al pubblico, o per meglio dire più concentrati sul “suonare bene”. Non riesce a trasparire quel senso di follia che dovrebbe essere una componente fondamentale nella musica psichedelica.
Questa, tuttavia, non è che la semplice visione di uno dei presenti. Attorno, quella sera, tante persone entusiaste che ad ogni brano si sono fatte sentire con scroscianti applausi, di quelli che poche volte ho sentito a Catania.

Per quel che mi riguarda, attendevo di volare nello spazio, di essere colpito da una tempesta, di vedere paesaggi lontani nella mente, ma è stato solo come averli visti attraverso uno schermo.
In fin dei conti lo scopo del musicista è provarci, a portarci su questi mondi, a farci viaggiare con la mente, a farci arrivare lontano. E se ripenso a tutti quegli applausi credo che i Julie’s Haircut ci siano riusciti. Forse servivano solo più droghe.

GALLERIA FOTOGRAFICA A CURA DI
CORRADO LORENZO VASQUEZ E GIORGIA RICUPERO

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