Miró! Sogno e colore: cinque motivi per non perdersi la mostra di Palazzo Chiablese

È partita mercoledì 4 ottobre la mostra torinese dedicata a Joan Mirò: fino al 14 gennaio Palazzo Chiablese ospita 130 opere del maestro catalano.

_Edoardo D’Amato

Dopo le fortunate rassegne dedicate a Tamara de Lempicka, Matisse e Toulouse-Lautrec, i Musei Reali di Torino continuano il loro viaggio all’interno dell’arte moderna con uno degli artisti che hanno maggiormente influenzato il 1900 e le generazioni future: da mercoledì 4 ottobre fino al 14 gennaio nelle sale espositive di Palazzo Chiablese è tempo di Miró! Sogno e colore. La mostra, resa possibile grazie al lavoro in team del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Musei Reali di Torino e Gruppo Arthemisia (in collaborazione con Fundaciò Pilar i Joan Mirò a Maiorca), presenta 130 opere appartenenti al periodo maiorchino dell’artista catalano, che riuscì a raggiungere la sua amata isola solo nel 1956, trascorrendovi quasi 30 anni.

A differenza di quanto si possa immaginare, l’ultimo periodo della sua produzione è anche quello più prolifico: in quegli anni infatti Mirò trova in Maiorca lo spazio (sia fisico che mentale) per realizzare un terzo della totalità delle proprie opere. La sua ultima tappa artistica, segnata da uno spirito revisionista e molto autocritico con cui il maestro ha messo in dubbio la sua stessa opera, è anche quella più creativa: si fanno largo prepotentemente nuove sensibilità, che portano ad una metamorfosi riflessiva resa possibile anche e soprattutto grazie alla tranquillità infusa dalla sua terra, dove Mirò recupera il suo anonimato dal clamore internazionale a cui era stato oggetto negli anni passati.

Di seguito cinque motivi (che si riallacciano al numero e al procedere delle sezioni con cui è allestita la mostra) per non perdersi assolutamente l’esposizione di Palazzo Chiablese.

1) A Torino arriva il Mirò più selvaggio, per certi versi trasgressivo: insomma, più vero

Partendo da quanto detto prima, si può giungere alla conclusione che nel capoluogo sabaudo arriva il Mirò più autentico: le opere esposte sono emblematiche dell’anticonformismo di uno spirito libero, trasgressivo e selvaggio che ha trovato il suo apice dai sessantatrè anni in poi.

Le due anime, l’una più riflessiva e poetica e l’altra più irruente e anticonformista, convivono all’interno del maestro come anche nella mostra stessa. Un monologo interiore e allo stesso tempo un dialogo con il pubblico.

 2) Maiorca come non l’avete mai vista

Mirò da bambino era solito passare le estati a Maiorca, oltre che a Tarragona: sua madre, Dolores Ferrà, era di origine maiorchina. Sedotto dalla bellezza selvaggia di questa terra brulla e assolata, scelse di farvi ritorno solo nel 1956. Ed è come se tornasse infante: entusiasta dei colori della sua isola, Mirò si reinventa sfuggendo a tutto ciò che può rientrare nel banale o nella ripetizione.

Con lo sguardo rivolto totalmente ai terreni aridi della Catalogna e ai suoi magnifici giochi di luce, l’artista riproduce nelle sue tele tutte le sensazioni che un tale paesaggio primordiale gli fa scaturire. Maiorca diventa così il suo epicentro spirituale.

«La terra, la terra, nient’altro che la terra. E la terra, la terra.
Qualcosa di più forte di me»

3) Le svariate influenze di Mirò rappresentano un viaggio artistico imprevedibile

La ricchezza espressiva dell’artista è ben presentata all’interno della mostra, che ad ogni sezione diventa imprevedibile e selvaggia quanto egli stesso. Nella sua opera c’è l’influenza di Gaudì (si può notare soprattutto nella frammentazione dell’immagine e nella giustapposizione dei colori) e delle avanguardie novecentesche, tra cui i dipinti degli anni Trenta, l’espressionismo astratto americano (soprattutto nell’alterazione del formato delle opere e nell’uso del colore) e l’arte orientale.

Ma soprattutto Mirò trova nella poesia e nei poeti i suoi maggiori interlocutori: fa poche distinzioni tra immagini e parole, e i suoi dipinti sono veri e propri testi visivi che vanno a creare un nuovo linguaggio. In tal senso hanno su di lui grande influenza anche la cultura Zen, le poesie Hai-ku e i maestri calligrafi. Mirò era di un eclettismo spaventoso: non solo pitture, durante la mostra potrete ammirare anche ceramiche, sculture, arazzi, libri illustrati, incisioni e litografie.

“Il pittore lavora come il poeta: prima viene la parola, poi il pensiero”

4) Nella mostra c’è una deliziosa riproduzione dello studiolo di Mirò

Nel 1954 Mirò lascia la sua residenza abituale a Barcellona e due anni dopo si trasferisce definitivamente a Son Abrines, dove aveva predisposto di costruire lo studio tanto desiderato, facendolo progettare dall’intimo amico e architetto Josep Lluì Sert. Il suo sogno si era così realizzato: aveva finalmente potuto trasferirsi in pianta stabile, con uno spazio tutto suo dove poter creare.

Ebbene, all’interno delle sale espositive di Palazzo Chiablese ce n’è una dedicata proprio al suo “rifugio”: per far rivivere al visitatore la bellezza selvaggia e incontaminata della natura dell’Isola dove le opere in mostra nacquero, è stata ricostruita una riproduzione dell’atelier, ad oggi integrato all’interno della Fondazione Museo Pilar i Joan Miró.

Ecco lo studio all’interno della Fundaciò Pilar i Joan Mirò, dove l’artista creò le opere esposte a Torino

“Mi sforzo di raggiungere il massimo della chiarezza,
della potenza e dell’aggressività plastica,
cioè di provocare per prima cosa una sensazione fisica, per poi arrivare all’anima”

 5) Prima di terminare il giro, c’è una stanza dove verrete investiti dai colori di Mirò

Immaginate di essere in una notte stellata a Palma di Maiorca, preferibilmente fuori stagione. Alzando gli occhi al cielo non potrete che lasciarvi sopraffare dai colori e dal silenzio. E’ quello che si prova entrando nell’ultima stanza dell’esposizione: ci si può sdraiare su un comodo letto ovale rosso, e rivolgere lo sguardo al soffitto dove vengono proiettate le tele di Mirò. Una sensazione sublime.

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