[INTERVISTA] La Sindrome di Toret, la cura di Willie Peyote

Poco prima di un indiavolato showcase al Mondadori Store di Piazza Duomo a Milano, raggiungiamo Willie Peyote che ha appena finito di registrare il suo nuovo album “Sindrome di Toret”: un disco “grosso”, ricco di suggestioni, riferimenti e plurime influenze. Tra rap e stand-up comedy, tra il mercato di Porta Palazzo e la curva del Toro. 

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_di Mattia Nesto

C’è una foto di Instagram che, quando l’abbiamo vista in redazione, c’è subito piaciuta: ci sei tu ai Posada Studio di Lecce subito dopo aver registrato il disco e sembri sì stanco ma decisamente soddisfatto (https://www.instagram.com/p/BXQFuP2BEhh/?taken-by=williepeyote ). Quindi è stato così registrare questo “Sindrome di Toret”, bello e stancante?

“Sicuramente c’era e c’è grande soddisfazione per quanto ho fatto assieme ai ragazzi: un grande lavoro, un lavoro che non poteva essere compiuto meglio di com’è stato. Chiaramente, una volta terminate le registrazioni, inizia un’altra fase, ovvero quella meraviglia fase in cui il disco fa fuori, “deve camminare con le proprie gambe” e viene ascoltato e, si spera, capito dagli altri. Ma detto questo, non potevo essere più pago e più contento di quanto fatto quest’estate.”

Prima di concentrarci in modo specifico sull’album facciamo un piccolo passo indietro (ma funzionale per capirne i significati): sei attivo sui social ma sempre, se ci consenti, con un certo garbo e eleganza, soprattutto rispetto ad altri artisti e “colleghi” molto più presenzialisti e “condivisori seriali” di qualsiasi possibile contenuto. Tu come ti poni in tal senso?

“Guarda il fatto di essere iper-presenzialisti sui social frutta, è inutile negarlo. E me ne accorgo io stesso molto bene e con semplicità: se tu non posti, se tu non condividi, se tu non ti metti in piazza, praticamente, non esisti. Tuttavia io alla fine sono piemontese e sabaudo, quindi cerco sempre di non esagerare, di esserci sì ma senza sbraitare. Non faccio lo schizzinoso ma come essere umano ho sempre una certa difficoltà ad usarla. Dipende sempre poi da quanto ho bevuto, chiaramente! Cerco di non fare post da ubriaco ecco!”

«Giorgio Montanini è forse oggi l’artista che meglio mi rappresenta in Italia e
la stand-up comedy per me è davvero importante»

Andiamo allora su “Sindrome di Toret” un disco molto parlato, anzi dialogato come se tu avessi voluto instaurare un reale dialogo con l’ascoltatore, un po’ sulla scia de “Il signor G” di Giorgio Gaber: era questo un tuo fine?

“Sicuramente c’è perché alla fine fare musica è fare comunicazione e avevo voglia di instaurare un dialogo con gli altri, con gli ascoltatori anche se poi un dialogo fittizio perché non è che c’è poi la possibilità di un contraddittorio immediato. E il migliore in Italia ad aver fatto questo è stato, senza dubbio, Giorgio Gaber, già con le sue prime canzoni e poi, ancor di più, con gli spettacoli, i monologhi e il “Teatro Canzone”: quella sensazione di avere a che fare con un pubblico che ti ascolta e con cui entri in contatto, da stand-up comedian se vuoi, c’è in questo album. Io faccio musica perché mi fa stare bene e sto bene se sono in mezzo agli altri e ho la possibilità di comunicare in modo sincero con loro.”

Tra l’altro questa dimensione teatrale, che emerge in svariati pezzi, ad esempio, giusto per citarne uno “Le chiavi in borsa”, sfocia quasi in una specie di stand-up comedy in musica. Sei un amante del genere e se sì quali comici segui?

“Giorgio Montanini è forse oggi l’artista che meglio mi rappresenta in Italia. Lo seguo e seguo anche suoi altri colleghi e la stand-up comedy per me è davvero importante. Anzi la sto continuando proprio  a studiare, specie quella americana, perché la trovo strabiliante per come parla del presente. Ecco se dovessi dire un artista che mi rappresenta direi Montanini, e infatti lo contattato per questo disco, ti direi proprio lui. E Montanini è stato gentile perché mi ha invitato ad un suo spettacolo dicendomi: “Vieni e prendi quello che vuoi: non posso scrivere una canzone perché se pensassi qualcosa di buono, lo terrei per me. Ma se tu vuoi prendere da me qualcosa, fallo pure!”.

Questo album è ricco di partecipazioni di altri artisti, come Roy Paci, Dutch Nazari o Jolly Mare, anche appartenenti a “mondi” e stili molto diversi tra di loro: come li hai scelti?

Beh Dutch Nazari è come se fosse mio fratello e assieme alla sua simil-crew con Sic et Simplicter e Era e Serenase registrare assieme era un’evoluzione naturale di un’amicizia e di una consonanza di comuni direttive intellettuali. Per Roy Paci il discorso è differente, nel senso che l’ho conosciuto in sala di registrazione, io lo stimavo e, incredibilmente, anche lui apprezzava il mio lavoro e quindi abbiamo non solo registrato insieme ma Roy ha proprio supervisionato tutte le sezioni fiati dell’intero album. Jolly Mare infine è stato molto importante nella produzione e “Donna Bisestile” la proprio co-prodotta. Collaborazioni sparse e allargate, oltre ai quattro pezzi di puro feauturig. Come anche Montanini.

In “Porta Palazzo”, per noi una delle canzoni con maggiori gradienti di significati, canti “Porta Palazzo e i suoi rottami mi ricordano che da domani/ è pronto il referto degli esami ma non lo so se lo ritirerò/ sui manifesti elettorali ex colleghi universitari/ brava gente persone normali ma non lo so se voto o no”: sembra quasi che tu rivolga il pezzo ad una ben precisa forza politica, che per altro a Torino nelle ultime comunali è andata un gran bene. Ma a parte questi pettegolezzi qual è il senso di questa traccia e che cosa rappresenta per te Porta Palazzo?

No guarda il pezzo è un diretto riferimento al MoVimento Cinque Stelle, tra l’altro scritto prima che Appendino diventasse sindaco. Quando dico che era “il vostro amore conta poco più che una sborrata” voglio dire che la politica pentastellata non è un atto di amore ma semplicemente lo sfogo di un bisogno fisico, di un proprio impeto di rabbia. Non c’è vera passione. Un pezzo insomma che mette politica e malattie venerea, perché ormai la politica al giorno d’oggi è diventata proprio virale.

A proposito di Torino, non possiamo non chiudere l’intervista chiedendoti un feedback sulla stagione dei granati fin qui e dove potranno arrivare!

Ma guarda il mio approccio, almeno spero, è quello da tifoso razionale, anche se sembra assurdo: io credo in questa squadra, ci sono tantissimi buoni giocatori e, Var permettendo, secondo me ne vedremo delle belle e andremo lontano!

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