Torino Spiritualità: l’infanzia spirituale di Mancuso e le lacrime di Bianchi

Peter Pan abita i cuori degli adulti, ma non di tutti: il rischio di restare eternamente bambini fa paura. Insieme a Vito Mancuso cerchiamo di capire cos’è l’infanzia spirituale mentre con Enzo Bianchi parliamo di lacrime. Quelle calde, pure, autentiche… e ormai rare.


_di Valentina De Carlo 

Occhi sgranati, spalancati sul mondo, sospesi di fronte alla magia di un sorriso, di uno sguardo, di una carezza. Occhi come quelli dei bambini, che davanti a tutto ciò che li circonda provano soltanto un’immensa meraviglia. Quello sguardo di stupore riusciamo ancora ad averlo? Il Piccolo Me abita un angolino del Grande Me? La XIII edizione di Torino Spiritualità ha scelto come fil rouge quest’interrogativo, che ha fatto da fulcro in tutti gli incontri, i dibattiti e gli eventi di questo Festival appena concluso.

Cinque giorni in cui chiedersi se restare o diventare bambini, scavando, ciascuno dentro di sé, alla ricerca del Peter Pan perduto. Tra salmi, Bibbie, filosofie e fiabe, incontriamo due pensatori del nostro secolo, due esploratori dell’animo umano, un teologo ed un monaco, accomunati dalla fede, dalla semplicità e dalla schiettezza nell’affrontare qualunque tema, Chiesa compresa.

VITO MANCUSO : COME UN BIMBO SVEZZATO É L’ANIMA MIA

Davanti ad un pubblico silenzioso e in trepidante attesa, arriva, con la sua solita grande umiltà, uno dei teologi più irriverenti dei nostri giorni, grande studioso e pensatore, che ha il dono di saper esporre in maniera semplice ed immediata, contenuti complessi e spesso difficilmente accessibili ai non addetti ai lavori, incantando, con la sua voce delicata, spettatori di tutte le età. Ci prende per mano e ci porta dritti dritti tra salmi, pagine di Goethe e frammenti della Bibbia, scostando quella impalcatura spessa e ingombrante che solitamente li ricopre.

Se esiste uno spirito per ogni popolo, quello degli italiani, a detta dei nostri vicini di casa, é quello di un bambinone, abitante di un paese un po’ naïf, che avanza nel tempo restando un po’ indietro, mantenendo quella dimensione spontanea e naturale che lo rende unico. Ma se a livello sociale l’aspetto fanciullesco del nostro paese può risultare un vantaggio, a livello individuale, l’essere un po’ bambini, ci fortifica o ci intimorisce?

Essere piccoli significa anche essere indifesi, aver bisogno di protezione, e allora quale adulto vorrebbe risentirsi impaurito e bisognoso delle braccia della madre? La parte infantile diventa quindi una parte soffocata dai più timorosi di perdersi in essa, ma quello che in realtà così si rischia di perdere é l’altra metà della dimensione infantile, quella più pura e naturale, che può portare un vento di costante meraviglia nelle giornate indaffarate dell’adulto.

Essere bambino nello spirito e nella spiritualità: questo, secondo Mancuso, é l’aspetto più importante da conservare e senza il quale una grossa fetta della nostra vita sarebbe persa per sempre, risucchiata dal tempo. Un’infanzia spirituale dunque, fatta di meraviglia e di fiducia, fiducia, nonostante tutto, in una vita che non sapremo mai se sia frutto del caso o di un progetto, di coincidenze o di destini, (che poi, in realtà, non ci serve nemmeno saperlo).

Ma cos’è questa Spiritualità? Non é niente di religioso, niente di legato alla fede, almeno, non per forza e non per tutti.

É quella dimensione che accomuna atei e credenti, perché é quel luogo dentro di noi, dove soffia la vita e l’aria della libertà. In questa libertà ci sono la natura, la cultura, l’arte, la poesia, la musica, la religione (anche), tutta la bellezza di ciò che ci rende umani, vivi e liberi di essere. E la madre di tutto diventa allora la vita, madre a cui ci si affida, saltandole in braccio senza sapere dove ci porterà, con una grande dose di imprudenza che é uno degli elementi fondamentali per cambiare le cose. Tutto ciò che di caotico c’è in essa, di traumatico o di infelice, diventa un modo per costruire altra spiritualità, poiché, come diceva Nietzsche “occorre avere il caos in sé per generare una stella danzante.”

ENZO BIANCHI: CHI SEMINA NEL PIANTO RACCOGLIERÀ NELLA GIOIA

Sappiamo ancora piangere? Con una domanda pungente che ti fa sentire scomoda, nonostante la comodità delle poltrone di velluto rosso del Teatro Carignano, inizia la sua lezione di una domenica mattina a Torino Spiritualità, il monaco Enzo Bianchi, fondatore della Comunità Monastica di Bose e per molto tempo suo Priore. Con la sua voce leggermente roca, ma sicura e pacifica, che trasmette serenità ad ogni parola, ci spiazza con un tema tanto intrigante quanto inusuale: quello delle lacrime.

Veniamo al mondo piangendo, espulsi dal nostro angolo ovattato e sicuro, per essere catapultati in una realtà frastornante, e cresciamo continuando a piangere, perché, per molto tempo, é l’unico modo che abbiamo per richiamare l’attenzione, ed è l’unica lingua che conosciamo per comunicare. Piangiamo per tutto, fame, freddo, sonno, dolore, solitudine… e certi pianti, quelli dei bambini abbandonati, maltrattai, non guardati e costretti a crescere troppo in fretta, scavano solchi profondi dentro il cuore, che per tutta la vita resterà ferito, segnato da quelle lacrime ignorate. E da adulti? Non si piange più, o si piange molto poco, imbrigliati nei pregiudizi delle lacrime come segno di debolezza, del pianto come gesto da bambini o da donne, convinzioni che affondano le loro radici già in Platone.

Piangiamo solo di fronte ad eventi eccezionali, eventi di dolore che ci strappano le lacrime a forza, volenti o nolenti. Quel pianto é il faccia a faccia con la morte, poiché l’unico modo in cui possiamo guardarla é attraverso il velo delle lacrime. Le lacrime ci lavano gli occhi e fanno traboccare quei sentimenti troppo spesso racchiusi in fondo al cuore, che poi esplodono in un pianto liberatorio, sinonimo di un linguaggio universale e insostituibile e, talvolta, unica espressione della fede. Molti occhi che ci circondano sono inespressivi e opachi, secchi e aridi, perché hanno perso la capacità di piangere e quindi di vedere lucidamente le cose che ci stanno attorno.

“Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” ,”sono le lacrime delle cose, e le cose mortali toccano la mente” diceva Virgilio nell’Eneide, indicando le lacrime come segno di sensibilità e simbolo di qualcosa che ha vita…

E oggi dove sono quelle lacrime che smuovono emozioni e incoraggiano al sentimento, all’affetto, ad una carezza in mezzo al dolore? Una goccia così piccola e delicata é in realtà tanto potente da scardinare preconcetti, da abbattere indifferenze, da sbaragliare paura e da indurre all’incontro con un viso senza maschere. Scuotendo il pubblico pacato della domenica, Enzo Bianchi, con la forza della saggezza e l’esperienza della vita, ci mette di fronte a verità spesso taciute in questo mondo a caccia di un benessere effimero, in cerca di ricette per la felicità smart e modi per star bene con sé stessi, che altro non sono che fallaci antidoti per evitare un confronto sincero con il proprio Io, che inevitabilmente porta ferite, ansie, incertezze.

Urlando contro la stupidità degli “abati imbecilli” il più conosciuto monaco piemontese, che ha fatto di Bose un rifugio nella natura e nel silenzio, aperto a tutti in ogni momento, chiama in aiuto il dono delle lacrime per risvegliare i cuori freddi come pietre, per richiamare il senso di responsabilità e di colpa di fronte alle proprie azioni, e infine per gioire. Ultima sfumatura della gioia infatti, le calde lacrime di un momento felice sono l’apoteosi del sentimento, quello così forte, così dirompente e così autentico che non ha parole, che non trova espressione se non nello scintillio di due gocce d’acqua che solcano il viso. Se soltanto un occhio lacrimante può vedere il vero, allora “solo un cuore in frantumi é un cuore autentico”

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