[REPORT] MITO 2017: un inno alla Natura e alla bellezza dell’ascolto

L’edizione 2017 di MITO SettembreMusica ha davvero spalancato cuori e polmoni: la Natura s’è fatta spazio tra tante partiture e ispirazioni diverse, trasformando Torino in un vero parco sonoro. Vi raccontiamo alcuni dei live – a nostro giudizio – più interessanti della kermesse. 
_di Silvia Ferrannini

5/9: La natura artificiale di Vivaldi

Antonio Vivaldi: Concerto in la minore per due violini e archi RV 522a; Sonata in sol maggiore per violino, violoncello e basso continuo RV 820; Concerto in re minore per violino, archi e basso continuo RV 813; Concerto in sol maggiore per flauto traversiere, archi e basso continuo RV 438; Sonata in re minore per due violini e basso continuo “La follia”; Concerto in mi minore per violino, archi e basso continuo da “La stravaganza”.
Giovanni Stefano Carbonelli, Sonata op.1 n.2 in re minore.
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Il direttore Federico Maria Sardelli deve tanto a Vivaldi…e Vivaldi, oggi, dovrebbe tanto anche a lui. Fondatore e direttore dell’orchestra barocca Modo Antiquo, Sardelli si è fatto alfiere della rinascita dell’opera vivaldiana, contro quella vulgata che vedrebbe il prete rosso “tutto uguale”, compositore di un unico concerto replicato sotto varie sembianze. La sottile leggerezza dei tempi, unitamente alla vivacità degli allegri e all’agilità melodica, è apertura lirica alla natura e all’artificio che l’uomo può operarvi intorno: Vivaldi è la sfida del racconto della natura, laddove essa, tra stravaganze virtuosistiche e variazioni sullo stesso tema, si configura davvero come prolungamento dell’uomo e sguardo nuovo su forme e schemi codificati.
Accanto alla Sonata in re minore per due violini e basso continuo (di gran lunga più nota col nome “La follia”) e al Concerto in re minore per violino, archi e bassi continuo (riesumata recentemente dallo studio del manoscritto Wien, E.M) abbiamo un inatteso ma affatto insolente intruso: Giovanni Stefano Carbonelli, la cui Sonata op.1 n.2 in re minore è testimonianza della forza della lezione vivaldiana.

6/9: Nord

Jan Sibelius: Finlandia, poema sinfonico op. 26
Einojuhani Rautavaara: Concerto per violoncello n. 2 “Towars the Horizon”
Pëtr Il’ic Čajkovskij: Quinta sinfonia in mi minore op. 64
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Jan Sibelius è fondamentalmente un epigono romantico, innamorato della descrizione e della sua retorica: ma in Finlandia (1899-1900) è la Storia che forgia le melodie ostili e crude, divenendo voce e lamento della comunità finlandese oppressa dalla dittatura del generale russo Nikolaj Bobrikov. Il paesaggio finlandese assume spessore metafisico e s’esprime nel registro acuto e aspro dei fraseggi di violoncello di Einojuhani Rautavaara: in Towards The Horizon (2008-2009) l’elemento terrestre svanisce gradualmente, aprendosi proprio sui fiordi immoti e le macchie d’abete che Rautavaara dovette abbandonare nei primi anni Cinquanta, una volta trasferitosi a New York.

Si parla d’incolmabili solitudini, di lontananze dipanate sul vuoto del gelo e di necessità di consolazione, e non può qui non affacciarsi l’animo sempre commosso di Tchaikovskij: la sua sensibilità febbrile lo conduce alla composizione della Sinfonia n.5, densa riflessione sul mistero dell’Altro e di noi stessi -non tragga infatti in inganno gli accenni di valzer o il trionfalismo di chiusura: a ben ascoltare la Sinfonia scivola nell’inconsolabilità di una domanda rimasta senza risposta.

7/9: Fiumi, ruscelli e campagne

Antonín Dvořák: Holoubek, la colomba selvatica, poema sinfonico op. 110
Bedřich Smetana: Vtlava (La Moldava) da Má Vlast, ciclo di poemi sinfonici
Ludwig van Beethoven: Sesta sinfonia in fa maggiore op.63 “La Pastorale”
Holoubek. La colomba selvatica di Antonin Dvořák è un racconto che finisce tragicamente. Ecco perché il compositore ceco allaccia una serie di elementi diversi, sempre scortati da una sorda marcia funebre e chiazzati di colori profondi e dolorosi: solo così si vivacizza la mediocrità architettonica della sinfonia destinata a restare all’ombra del grande poema sinfonico di Strauss.
Con ben altra tempra interviene Bedřich Smetana: la sua Vlast s’individua nello sgorgare della Moldava e dei suoi zampilli, fino alla forza del motivo centrale che ogni amatore riconosce e sussurra dalla platea. È curioso scoprire che il tema è tratto da una canzone svedese e non boema, che intreccia le sue origini con La mantovana e l’inno nazionale di Israele Hatikvah
Dulcis in fundo: La Pastorale di Beethoven. La si (ri)conosce anche senza volerlo (il cartone Fantasia ha insegnato tanto…), e la direzione di Gianandrea Noseda ce la offre in tutta la sua magnificenza. Per il compositore di Bonn portare nella Vienna di fine Settecento una sinfonia “caracteristica” e “pastorella” insieme significava innovare in profondità a partire da un genere bollato come antiquato.
Il mondo pastorale di Beethoven è raccontato dalla forma-sonata, in cui, come in un rito, l’evoluzione dei due temi e la loro riduzione a unità formale è come una lotta tra due principi opposti: è l’agonismo titanico di cui si alimenta l’animo beethoviano. I due temi, una volta ramificatisi tra le luci e ombre della sinfonia, tornano nel finale, proiettandoci nella circolarità degli antichi culti, nell’eterno ritorno della natura e delle sue leggi. La ritualità, sempre elegiaca e mai magniloquente, acquista tinte più terrestri grazie alle danze e alla divertente goffaggine dei musicanti. Lo scoppio improvviso della tempesta non impedisce al Canto di gioia e di riconoscenza d’innalzarsi: è la forza della Divinità, forse la stessa an die Gottheit che Beethoven ringrazia nei suoi abbozzi.

13/9: Fuoco

Ludwig van Beethoven: Ouverture dal balletto Le creature di Prometeo op. 43
Edvard Grieg: Concerto in la minore per pianoforte e orchestra op. 16
Igor Stravinskij: L’Oiseau de feu, suite dal balletto op. 20 (versione 1919)
L’Orchestra Filarmonica di Torino propone tre opere che hanno almeno un elemento in comune: risalgono agli anni giovanili dei loro compositori. Le creature di Prometeo di Beethoven ha una partitura possente, vigorosa e drammatica, proprio come la forza filantropica con cui Prometeo donò la scienza e la ragione alla comunità umana. L’eroe beethoviano è benefattore, il suo fuoco è quella volontà di potenza che si esplica soprattutto nell’Allegro con molto brio a conclusione dell’Ouverture: Mozart comincia a farsi sempre più lontano, lasciando spazio all’individualismo dell’uomo moderno e della sua coscienza morale. Ecco perché proprio l’Ouverture visse una vita indipendente come pezzo da concerto, malgrado fosse parte di un balletto articolato in tre atti e realizzato per il coreografo napoletano Salvatore Viganò.

Al mondo del balletto è legato anche L’Oiseau de feu di Stravinskij, vivace e sognante allievo di Rimskij Korsakov da cui apprende quel (provvisorio) ideale artistico che nella fiaba musicale dell’Oiseau trova brillante espressione. Il fondatore dei Balletti Russi Sergej Djagilev, quando decise di portarla sul palcoscenico, non ebbe dubbi: Stravinskij e la sua inventiva armonica avrebbero ricreato perfettamente il sapore orientaleggiante e pittoresco della favola. Il fascino smagliante del balletto conferma appieno queste aspettative.

Più evocativo il Concerto in la minore per pianoforte e orchestra op.16 di Grieg, ma non per questo meno potente: grazie alla magistrale esecuzione di Gabriela Montero l’immaginazione va al Nord, alla morbidezza delle sue nevi e alla melanconia dei suoi tramonti, per poi intrecciarsi ai ritmi di Halling (danza acrobatica in tempo binario) e ai modi tipici dell’Hardanger (violino con otto corde) ed erompere in una danza vitale e lirica insieme.

16/9: Primavere

Sergej Rachmaninov: Concerto n.2 in do minore per pianoforte e orchestra op.18
Igor Stravinskij: Le Sacre du Printemps, quadri della Russia pagana in due parti

In un’intervista Rachmaninov dichiarò che per tutta la vita aveva sempre fatto il bagno e mai la doccia: questa infatti veniva utilizzata solo negli ospedali psichiatrici, e pareva al compositore un oggetto “da malati”. Stravinskij invece si è sempre servito solo di quella. Chi dei due è “il pazzo”? Se pensiamo che Rachmaninov dedicò il Concerto n.2 al suo psichiatra, la risposta risulta essere non scontata. Povero di quell’ardimento che, di contro, spinse Stravinskij a gettarsi a caduta libera nella modernità, Rachmaninov si trova (esteticamente) solo, a cavallo tra due secoli profondamente diversi. Guarda a Čajkovskij, exemplum illustre della forma del concerto per pianoforte e orchestra: da qui il vibrante e personalissimo lirismo dell’ispirazione rachmaninonviana. Mai svenevole, mai sommariamente “cantabile”, eppure sempre commovente. Il Concerto n.2 sboccia da un tema che, come afferma Guido Barbieri, ha qui “il compito, tipicamente retorico, della persuasione -concettuale, emotiva e al tempo stessa mnemonica”. Tale persuasione diventa concretissima e s’imprime indelebile nella memoria.

La primavera di Stravinskij è primordiale e semplice nella sua figurazione ritmica, timbrica e coloristica: ma la novità risiede proprio nel manierismo e nella provocazione con cui il compositore giustappone tali elementi, giungendo al limite dello stridore e della sproporzione. Dapprima lascia sicuramente allibiti: sarà per questo che quel 29 maggio 1913 gli spettatori del Théâtre des Champs-Élysées s’indignarono così tanto…ma fortunatamente la modernità a reso ragione a Le Sacre e alla sua sconcertante novità.

18/9: Canyon e Montagne

Franz Schubert: Adagio e Rondò concertante in fa maggiore D. 487
Bryce Dessner: El Chan
Johannes Brahms: Quartetto n.1 in sol minore op.25

La talentuosissima formazione tedesca Notos Quartett offre un concerto entro cui l’animo dei canyon messicani, la quiete delle passeggiate montane, il germinare dei ricordi dei paesaggi d’infanzia allettano e cullano l’immaginazione. Nell’Adagio la segreta tenerezza di Schubert s’addentra in una partitura brillante che, se per certi aspetti rimanda al linguaggio musicale settecentesco, a ben vedere ascende ad armonie già romantiche e peculiari quella che sarà l’opera matura del compositore viennese.

Curiosa ma sorprendente la presenza di Dessner: eclettico della chitarra e della scrittura per grandi orchestre, ha collaborato con Iñárritu per la colonna sonora del film The Revenant; una volta terminato il lavoro, Dessner andrà in Messico e rimarrà incantato dal piccolo canyon El Chan dal quale, secondo la popolazione locale, sgorga acqua purificatrice. Si dipanano da questo paesaggio le sonorità liquide e magiche de El Chan; e un’altra magia è il modo in cui questo incanto musicale si allaccia all’Allegro di Brahms, sviluppato intorno a una cellula ritmica destinata a tornare nel corso dell’opera, senza mai tuttavia tramutarsi in ossessione. Il tutto si chiude con un Rondò alla Zingarese, vorticoso ma carezzevole come il vento fra le montagne.

 

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