Il Roméo et Juliette del Ballet Preljocaj inaugura Torinodanza Festival

Quando la love-story più famosa del mondo incontra la danza classica, amore e morte si intrecciano in un tripudio di perfezione, in un mélange di corpi e di fiati che la spoglia da ogni previsione, rendendola unica ed eterna. Ancora una volta.


_di Valentina De Carlo

Romeo e Giulietta, Giulietta e Romeo: una storia conosciuta, vista, letta, recitata, ballata un’infinità di volte, costruita, smontata e ricostruita attraverso tutte le arti esistenti, ma che nonostante questo, non perde il suo fascino, il suo alone di calore e di bellezza, così forte e potente da farci restare trasognati ogni volta, la sua magia di un amore puro, che sfida le bruttezze del mondo di ieri, di oggi e di domani.

Stavolta la lovestory più famosa di tutti i tempi inaugura il Festival settembrino Torinodanza che, con una vorticosa piroetta, porta via l’ultimo soffio d’estate dalla città e ci regala l’entrata in scena di un autunno che arriva a piedi nudi e leggeri, quelli dei 24 danzatori del Ballet Preljocaj. Quando le stalattiti cristalline dei lampadari scintillanti del Teatro Regio si spengono, inizia il tumulto: quello dei cuori e quello dei motori dei macchinari futuristici che compongono la scarna e lugubre scenografia.

Dove siamo? Dov’è Verona? Siamo contemporaneamente da nessuna parte e in ogni luogo. La società che il coreografo Angelin Preljiocaj mette in scena, é quella urbana, fatiscente e degradata che può crescere ovunque ci siano radici di odio e insofferenza, che si nutrono di ambizione e di potere, soffocando ogni germoglio di sentimenti, sradicando sul nascere ogni gemma che racchiuda affetto, autenticità e amore. Quella Verona, oggi come non mai, potrebbe nascere vicino a casa nostra, appena al di là dei nostri fragili confini.

Tra le milizie armate che mantengono l’ordine sociale imposto dal regime, eliminando ogni gesto sovversivo, si insinua la purezza di un amore impossibile e tra i passi marziali e spezzati dei servitori del potere, tra cui troviamo Tebaldo, si intrufolano le movenze gitane e circensi del gruppo di senzatetto bohémien a cui appartengono Romeo e Mercuzio. In un vortice di acrobazie aeree e di piroette, ci portano nel loro mondo umile e giocoso, dove sulle note più frizzanti dello spartito di Serge Prokofiev, su cui é nato il balletto nel 1996, ci entusiasmano con i colori della loro danza briosa.

E quando i due gruppi si scontrano, ecco che la guerra si fa a passo di danza. Scontro di corpi, di muscoli, di fiati, scontro di gambe che toccano il cielo e di braccia che sembrano spade, scontro di mondi che si sfiorano senza toccarsi mai. Ed é in questa guerra di sconfitte, quelle che finiscono per sotterrare qualunque proposito se non si é neanche disposti ad ascoltare la visione altrui, che si fa strada con prepotenza l’unica vittoria possibile: quella dell’amore.

«Il balletto esplode, frantumando ogni preconcetto,
ogni aspettativa, ogni déjà-vu»

In un pas de deux morbido e sensuale, il Romeo Jean-Charles Jousni e la Giulietta Yurié Tsugawa, non hanno bisogno nemmeno di una parola per rapirci e trascinarsi nell’abisso della loro travolgente passione, nella scia di un legame che non può esistere, che la legge vieta e che, per questo, é ancora più tenace e distruttivo.

Lui, deciso e sicuro, la avvolge nelle sue braccia protettive, lei, timida e soave, scappa timorosa, forse perché ha davanti agli occhi i volti di quelle milizie armate di cui la sua famiglia é parte. Si attraggono e si respingono, come poli opposti di calamite, ma superato il punto di non ritorno, non possono che cadere a terra in un abbraccio stretto e sincero, e continuare a far rotolare i loro corpi, che inconsapevolmente precipitano verso il destino.

Qui il balletto esplode, frantumando ogni preconcetto, ogni aspettativa, ogni déjà-vu, incantando con movimenti tanto aggraziati quanto potenti, con passi tanto precisi quanto evocativi, ipnotizzando con quella sequenza di gesti perfetti che si chiama danza classica. Questo sarà l’ultimo frammento in cui tutto é bianco, tutto é puro, tutto é innocente come i due giovani amanti, colpevoli solo di aver seguito i sentimenti del loro cuore.

Già nel trionfo della passione, sull’emblematico letto dove i corpi si intrecciano e si fondono un po’ di più, dove l’amore si moltiplica all’infinito in un magico gioco di luci e di ombre, già su quel talamo color ebano che assomiglia ad una bara, irrompe il nero e soffocante fiato della morte.

Come finisce la storia lo sappiamo tutti, e lo sappiamo fin dall’inizio, ma lo stesso ad ogni incontro con Romeo e Giulietta, il finale ci coglie impreparati, ci assale all’improvviso e ci ricordiamo che no, non può finire diversamente. Eppure, quando i due protagonisti muoiono ancora una volta, avvolti dall’amore e stretti in un abbraccio eterno, rimaniamo muti, con i fiati sospesi e gli occhi spalancati, perplessi e interdetti davanti a quel finale che ci sembra sempre così ingiusto, così estremo, così crudele. Rimaniamo così, incantati quasi da non realizzare che il balletto é finito, il sipario si chiude ed é ora di applaudire. Chapeau.

Photo Credits: Jean Claude Carbonne

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