Una mostra che mescola Risorgimento e Pop Art a Torino

Dai ’60s ai ’60s, dall’Unità d’Italia a Andy Warhol, tra 800 e 900, Garibaldi e Marilyn Monroe. 


_di Valentina De Carlo

Una facciata serpeggiante di mattoni rossi, un tripudio di barocco, tondo, corposo, che dipinge di sfumature autunnali una delle piazze più chic di Torino. Palazzo Carignano si curva sinuoso di fronte all’omonimo teatro e al ristorante Del Cambio, rappresentando un nodo del tempo, uno di quelli densi di avvenimenti e personaggi tali da cambiare radicalmente il corso della storia.

Culla dei futuri re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, il Palazzo ci accoglie nel suo immenso sfarzo con due scaloni lucenti che conducono ad un labirinto di ben 30 sale, in ognuna delle quali si nasconde un tassello di storia unico. Sicuramente la perla più preziosa e conosciuta dell’attuale Museo Nazionale del Risorgimento è quella che fu la prima Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino e poi del Regno d’Italia.

«Due secoli divisi dagli eventi e dalle loro differenze,
ma accomunati da lotte e conquiste, rivoluzioni e innovazioni»

Quel piccolo gioiello di velluto rosso è in effetti l’unica Camera parlamentare di quell’epoca sopravvissuta in Europa e conserva ancora tutta l’atmosfera di fermento e novità che si respirava al suo interno. Prima di raggiungerla però, ci si perde in altri frammenti del 1800, restando incantati di fronte a pezzi storici piccoli e fragili, ma dal significato immenso, come lo spartito autografo di Goffredo Mameli “Il canto degli Italiani”, meglio noto come Inno di Mameli, o davanti ad un gigantesco torchio che produceva anche i tanti libri sovversivi, che si diffondevano clandestinamente in un manipolo di anni decisamente delicato.

Ripercorrendo le scie di sangue della rivoluzione francese e delle insurrezioni popolari che seguirono, veniamo sommersi da cimeli di tutte le fattezze, dai berretti dei sanculotti, alle sciabole dei combattenti, dalle vignette satiriche, ai vestiti d’epoca, passando attraverso le guerre d’indipendenza, fino ad arrivare alla spedizione dei mille e alle sale dedicate ai grandi protagonisti di quella svolta storica. Garibaldi a cavallo ci accoglie tra il suo famoso poncho e la giubba rossa, la pipa, le sue armi e le prime fotografie dell’epoca, attraverso cui ci trafigge con il suo sguardo serio e penetrante.

«La Pop Art si confronta con l’arte degli anni ’60 dell’ ‘800.
Garibaldi si ritrova vicino a frammenti di affiches pubblicitarie,
tra cui spuntano una Marilyn e una Venere di Botticelli»

Dalla riproduzione dell’angusta e soffocante cella in cui Silvio Pellico scrisse “Le mie prigioni”, passiamo a quella dell’altrettanto minuscolo ufficio di una delle menti strategiche del Risorgimento: Camillo Benso di Cavour. Anche i suoi innumerevoli cimeli ci fanno rivivere suggestive testimonianze del passato e di un tempo da cui ci sentiamo lontanissimi, come capiamo bene di fronte alla sontuosa carrozza originale con cui Cavour era solito recarsi da Torino a Parigi. Una due-posti tappezzata e imbottita, ma claustrofobica al punto giusto e poco confortevole sia contro il caldo che contro il freddo, (ma sicuramente un po’ più accogliente di quella decappottabile e piuttosto spartana di Garibaldi), dove Camillo trascorreva giorni e giorni di viaggio.

Tra sale cinema che ripercorrono in maniera precisa quegli anni, armi, kit di chirurgia da campo, marmi, vestiti, schermi digitali interattivi, pergamene e telai immensi che intrecciano i primi tricolore italiani, l’intera mattinata scivola via in questa distesa di preziosi reperti da osservare, sentire, toccare… 30 tuffi nella storia, che riempiono gli occhi e la mente, che la inondano di ricordi e di nuove conoscenze, tra tanto passato che straripa, per poi, tutto ad un tratto, sparire nell’ultima stanza. Una musica in sottofondo ci attira, il Nabucco risuona nell’aria e dietro l’ultima porta si spalanca un immenso salone.

«L’incontro-scontro tra questi due momenti artistici
non vuole essere didattico e nemmeno didascalico»

Alle pareti gigantesche statue che paiono tanti Dei o tanti Ulisse legati alla prua, sorreggono le altissime colonne su cui poggia l’irraggiungibile soffitto. Ed in questa sala il vuoto si fa presenza, come a risistemare tutte le 29 sale precedenti nei cassetti della memoria, fare spazio e riordinare, in un’immensità colmata solo dalle note della musica e da qualche dipinto altrettanto immenso. Tele giganti che rappresentano epiche scene delle più famose battaglie di quel tempo ci sovrastano con le loro dimensioni.

Avrebbe dovuto essere la Camera Italiana, poi mai utilizzata come tale e ora é l’ultimo tratto del museo, per concludere con il corridoio che racchiude la mostra attualmente allestita. Dai ’60s ai ’60s (il titolo della mostra), un secolo dopo l’Unità d’Italia, la Pop Art si confronta con l’arte degli anni ’60 dell’ ‘800. Garibaldi si ritrova vicino a frammenti di affiches pubblicitarie, tra cui spuntano una Marilyn e una Venere di Botticelli moltiplicate in scintillanti riflessi glitterati. L’incontro-scontro tra questi due momenti artistici non vuole essere didattico e nemmeno didascalico.

Nessun suggerimento di analogia o contrasto affianca infatti ogni coppia di quadri ed il visitatore é libero di cercare qualcosa che unisca o divida i due momenti in maniera istintiva, visuale, di pancia insomma, dove non c’è giusto o sbagliato. Una mostra affascinante che costringe a interpretare l’arte autonomamente, risvegliando connessioni inaspettate e che si conclude con le linee del tempo che si affiancano, ripercorrendo i due secoli anno per anno. Due secoli divisi dagli eventi e dalle loro differenze, ma accumunati dal fatto che i ’60 sono stati anni di lotte, conquiste, ribellioni, traguardi, cambiamenti, rivoluzioni e innovazioni.

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