Dunkirk e la guerra di Nolan

Dopo le intricate trame sci-fi di Interstellar il regista Christopher Nolan racconta il “gioco stupido” della Guerra a modo suo: riesce a centrare il bersaglio? 

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_di Matteo Billia

La sequenza iniziale di Dunkirk è come una rampa di lancio, il film decolla, per poi planare e atterrare nelle ultime sequenze insieme a Tom Hardy. Immaginarsi le riprese di Nolan senza Hans Zimmer non è possibile. Così, si deduce che i due giochino in un’armonia quasi perfetta, che non esclude “la fortuna dell’incidente”.

Nolan sogna in grande: grandi budget per grandi navi coinvolte in grandi naufragi con tante comparse. Ma come ogni sognatore è anche un po’ bambino, fa scivoloni sui dialoghi, propone cliché sulle motivazioni, presenta personaggi la cui storia è un po’ una barzelletta. Insomma, c’è tanto materiale per una parodia, ma, nonostante tutto, ci si diverte non poco. E’ riscontrabile l’accostamento di momenti superficiali  a sequenze di grande bellezza.

L’ossessione di Nolan per l’intreccio temporale è ancora una volta appagato nelle tre storie che nascono in tempi e luoghi diversi, per poi incrociarsi sulle spiagge di Dunkirk, là dove l’esercito inglese è messo alle strette dalle forze tedesche. Ma queste non si vedono. Sono il nemico invisibile da cui arrivano solo proiettili e bombe, de-personalizzato, per una sorta di maturità che ha raggiunto il film di genere.

Il contesto storico, con una certa inclinazione popolare alla Nolan, diventa il pretesto per mettere in mostra il giocattolo animato dall’immaginazione  del regista. Immerso nella sua vasca da bagno fa affondare barchette di plastica, rincorrere nei cieli aeroplani di carta, con la mano aperta fa cadere dall’alto bombe immaginarie… E poi c’è il senso di responsabilità, la bontà d’animo, il cliché del patriottismo. Alla fine arrivano i padri a togliere le mani dei figli dal fango, da quel gioco stupido che è la guerra.

Preso nel contesto del cinema di genere, Dunkirk diventa un “diamante nero”, per il quale l’autorialità di un regista popolare riesce a farsi apprezzare, a prezzo di ignorare i cliché di genere, che per forza di cose lo rivestono. Il confine tra opera cinematografica e lettura storica non può che essere labile, non si può fare a meno, criticando la prima, di entrare nell’enorme laboratorio della seconda. I discorsi sulla guerra sono così tanti che la natura dell’evento si è confusa con le sue interpretazioni. La Guerra, ormai, è diventata lo spunto per il divertimento delle masse, e, nel frattempo, guardie armate presiedono alla proiezione di un documentario montato dai vincitori.

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