Castelli magici in Emilia tra Storia e mistero

Tra fantasmi e leggende, amore e morte, scopriamo alcune delle più belle rocche dell’Emilia Romagna. 


_di Valentina De Carlo

Emilia Romagna: sole, mare, piadine e tanto tanto Medioevo. Nella regione di Ariosto, tra entroterra e mare sono nascosti innumerevoli castelli medioevali, feudi antichi di nobili signori del passato, che racchiudono preziose bellezze senza tempo e anche qualche oscuro segreto. Da queste fortezze sono passate storie di guerra, di fortuna e di violenza, di amori eterni e senza fine e di infanzie misteriosamente infrante.

Anche in un’estate bollente come questa si possono sentire correre brividi lungo la schiena… Ma non brividi di freddo: di paura. Quella sottile ed evanescente che tendiamo ad allontanare con un gesto stizzito, guardandola di sbieco e dicendo “Ma per favore! Non credo mica a queste sciocchezze?!” Già, però poi, nelle profondità di una rocca medioevale, dove un tempo c’era una ghiacciaia, di fronte ad un mistero e a delle registrazioni audio, siamo proprio sicuri di non sentire quel brivido?

LA ROCCA DI MONTEBELLO E IL MISTERO DI AZZURRINA

A 436 metri sul livello del mare, nella valle del Marecchia e dell’Uso, dove un tempo dominava incontrastata la Signoria dei Malatesta, sorge il castello di Montebello, rocca della famiglia Guidi (che ancora la possiede) fu principalmente fortezza difensiva e per tanto aspra e spigolosa come la roccia su cui sorge e la cui punta è letteralmente inglobata in una parete del castello.

Priva di qualunque confort poiché destinata ai soldati, visitando la rocca scopriamo il lato spietato del Medioevo e tutti i suoi oscuri tranelli, a cominciare dalle scale che conducono ai camminamenti, che si restringono tanto da non potere passare più di uno alla volta e con ciascun gradino diverso dall’altro, in altezza e pedata, per far inciampare e rallentare il nemico, oppure con le scale dai gradini leggermente in pendenza per lo stesso motivo. E poi troviamo le botole da cui i nostri lanciavano quella che era diventata la minaccia dell’epoca, l’arma più temuta e misteriosa: il fuoco greco, quel miscuglio di zolfo, pece, calce viva e altri ingredienti, che era impossibile da spegnere e che anzi, si alimentava con l’uso di acqua per reazione alla calce.

Ma i sotterfugi per eliminare i nemici potevano essere anche più sottili, e in epoche successive, quando il signore del castello decideva di risiedervi per un periodo, poteva invitare, per pranzi lunghi giornate intere, i suoi rivali e decidere di avvelenarne il cibo, che nonostante venisse assaggiato dal mastro credenziere per dar prova di fiducia, veniva proprio da questo successivamente inquinato con un altro letale espediente chimico: l’arsenico. Incolore, insapore, inodore, fa effetto dopo due giorni, il veleno perfetto per restare impuniti insomma…

Tra pareti su cui sono raffigurati giganti alberi genealogici della famiglia Guidi, forzieri, bauli e armi d’epoca, si scende poi nei sotterranei, dove nel buio brilla soltanto una piccola luce azzurrognola, proprio all’ingresso della ghiacciaia. E cala il silenzio e anche i bambini, fino a quel momento poco interessati, rizzano le orecchie e stanno ben attenti. Stiamo per ascoltare la storia di Azzurrina, bambina come loro, simbolo di questa rocca e fantasma tra i più famosi d’Europa, per una ragione: non si trovò mai il suo corpo.

Fa caldo laggiù, un caldo soffocante, non basta l’aria che passa dalle strette finestre delle mura… e l’atmosfera si fa ancora più asfissiante nel sentire la storia di Guendalina, una bambina albina e pertanto marchiata a vita come una strega a causa delle credenze dell’epoca. Tenuta prigioniera nel castello dal padre, che non voleva rischiare di perderla a causa della superstizione, aveva due guardie che seguivano ogni suo passo. Per coprire il bianco dei suoi capelli, la madre glieli colorava con la pece, ma anche il nero più profondo su quei capelli senza pigmenti scoloriva e diventava azzurrino, da cui il suo soprannome: Azzurrina. Nell’anno 1375, nel solstizio d’estate e durante un temporale, la bimba inseguiva la sua palla di stracci e giocava sola, con la sua fantasia. La palla rotolò giù, nella ghiacciaia e lei la seguì per recuperarla. Le guardie la attesero fuori, sapendo che la via d’entrata e uscita era solo una. Ma non tornarono, e nemmeno trovarono, mai più né la palla, né Azzurrina, inghiottite dal mistero e da allora ricoperte dalla leggenda. Quella del suo fantasma che si aggirerebbe ancora nella rocca soprattutto in corrispondenza del 21 giugno. Si rimane catturati, in un alone di mistero con cui ognuno si confronta da solo, perché sotto ogni leggenda si nascondono frammenti di verità e segreti che probabilmente rimarranno tali per sempre, e le leggende continueranno ad esistere per chi smette di chiedersi perché. Semplicemente ci crede e lascia il mistero com’è: affascinante e inspiegabile.

«Ci perdiamo tra pareti dipinte che raccontano storie nelle storie…»

GRADARA E IL CASTELLO DI PAOLO E FRANCESCA: DOVE L’AMORE DIVENTA ETERNO

Per più fiate gli occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso; /ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato riso /esser baciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi baciò tutto tremante

E subito l’eco dei suoi versi ti frastorna la mente, non appena varchi la soglia del ponte levatoio, perché è qui che nasce la storia, tanto vera quanto spietata, degli amanti più noti al mondo, che qui si amarono e qui morirono, tra queste stesse mura. Il borgo medievale di Gradara è un piccolo gioiello, un angolo incantato che diffonde magia, soprattutto d’estate, quando vestita a festa, la rocca si trasforma in un castello fatato, sorvegliato da farfalle multicolore che si posano delicate sulle mura, adornato da zucche, nastri colorati, creature magiche e strani oggetti misteriosi, diventa il paradiso dei bambini e di quegli adulti che ogni tanto tornano inevitabilmente tali.

Il Castello di Gradara

Ma la ridente Gradara, non è conosciuta solo per il suo magico spettacolo estivo, che accoglie eventi e visitatori da ogni dove, ma anche per un fatto di cronaca efferato e tragico che ancora oggi rappresenta la lotta dell’amore proibito. Nelle mura del castello che si trova in cima a questo borgo tutto in salita, si consumò la vicenda dei celeberrimi Paolo e Francesca, quelli di cui Dante ci racconta l’amore e la terribile morte che lo rese eterno. Dai sotterranei delle torture, risaliamo il castello e attraverso il mito e la storia, ci perdiamo tra quelle pareti dipinte che raccontano storie nelle storie, tra quei soffitti colorati che ti fanno camminare con la testa all’insù, tra quegli immensi camini su cui spiccano stemmi e draghi, iniziali e leoni.

Il ricco castello della famiglia di Francesca racchiude ancora tutti i suoi tesori, che illuminati dalle luci soffuse dei vecchi lampadari, ci dà l’impressione di essere in un’altra epoca. La vista che si scorge dalle finestre mozza il fiato: la verdeggiante campagna emiliana, con le su viti e i suoi colli si estende al di là delle mura a perdita d’occhio e rapisce lo sguardo. Si cammina così, incantati tra sogno e realtà tra le varie stanze, ad ammirare affreschi e balestre, vestiti e armature, fino a che non si arriva in quella stanza. Lì il cuore fa un salto. La stanza dove amore e morte si mescolarono è avvolta dalla penombra, il grande baldacchino ristrutturato da un lato, un vestito di velluto blu notte contornato di perle dall’altro, in mezzo la passione. Quella passione che trascinò i due amanti in un intreccio di corpi e anime inarrestabile e invincibile, di quelli che ti trascinano giù, nell’abisso senza volerlo, che chiudono di colpo ogni libro, ogni pensiero, ogni razionalità. E mentre l’amore li avvolge in una inebriante perdita dei sensi, la morte, fredda, spietata, assassina, li coglie impreparati, ma uniti. E immagini il sangue che bagna tendaggi e tappeti, le urla che soffocano l’aria già opprimente del castello, e poi il silenzio, quello che ancora adesso aleggia in quella stanza, dove si passa sospirando di fronte a tanto.

Tanto amore, tanta passione, tanta morte. Amor, ch’a nullo amato amar perdona… ricomincia l’eco e l’uscita che porta nel cortile interno della rocca è una boccata d’ossigeno. L’aria fresca dissolve la nebbia dell’eterno inferno, quello in cui Dante ha relegato gli amanti, vittime e peccatrici allo stesso tempo, di un unico sentimento, di un’unica colpa: l’amore. E dopo il temporale che si è rovesciato su Gradara, la foschia si solleva e le farfalle appese per i vicoli tornano a splendere e a rendere il borgo unico nelle sue sfumature di tinte fosche e colorate insieme. In una parola: magico.

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