Perché rivedere The Wire (ancora e ancora)

Iniziata nel 2002 e terminata nel 2008, probabilmente una delle migliori serie di sempre: poliziotti e criminali complessi come non mai, da amare ed odiare (gli uni e gli altri, a turno). Probabilmente una delle migliori serie TV di sempre, senza molto altro da aggiungere.


_di Gianmaria Tononi

Certo, l’impatto è un po’ alienante se si pensa di iniziarla adesso: la prima stagione è del 2002 (che, vogliamo crederci o no, risale a 17 anni fa). Utilizzano cerca persone, telefoni analogici a gettoni, metodi di intercettazione che hanno ben poco a che fare con la tecnologia e codici criptati che si basano sulle ghiere utilizzate per comporre i numeri sui telefoni senza tastiera. Superando questi piccoli dettagli, si trova una serie incredibile, un capolavoro che riesce ad andare nella profondità umana di un ambiente scarsamente analizzato prima e dopo.

Ogni stagione si concentra su particolari diversi della vita di Baltimore, città che rende possibile l’evoluzione di una serie così complessa e poco omogenea, partendo dal traffico di droga per strada e arrivando a toccare il porto, il sistema scolastico, l’amministrazione ed i media.

«A Baltimore, se si vuole arrivare a fare davvero qualcosa, bisognerà mediare le proprie posizioni ed essere pronti a percorrere strade inaspettate»

I fattori comuni e assoluti sono due: chiunque deve scendere a compromessi e la strada per ottenere ciò che si vuole non è mai lineare. Non importa di quale ambiente o fazione si faccia parte, non importa quanto potere si può esercitare o quanto si pensi di essere onesti: a Baltimore, se si vuole arrivare a fare davvero qualcosa, bisognerà mediare le proprie posizioni ed essere pronti a percorrere strade inaspettate, nel bene e nel male.

Le storie sono appassionanti, con i loro ritmi che passano dall’essere elevatissimi alla calma piatta dell’attesa dei detective per l’intercettazione di turno, e pervade la voglia di sapere come andrà, chi ce la farà, chi trionferà nella dipinta ed eterna lotta tra un bene spesso corrotto e un male troppo umano per essere definito tale.

Il fulcro pieno e totalizzante, però, sono i personaggi. I detective sono complessi e indefinibili, è sempre difficile capire che strada prenderanno; e sono umani, i più umani di tutti.

I criminali, quasi tutti afroamericani per una scelta coerente con la realtà che si cerca di rappresentare in una città come Baltimore, sono spesso magnetici, riescono a rapire i nostri pensieri, sono i veri protagonisti del tutto.

Tutti gli altri sono personaggi con molteplici facce, che impariamo ad apprezzare od odiare col passare dei minuti, ma rimangono delle vite che per quanto approfondite non riescono a coinvolgerci del tutto: la vera lotta è tra la polizia e la strada, tra il bene e il male, mentre finiamo senza accorgercene a provare un dolore profondo alla scomparsa di qualcuno che stava dalla parte sbagliata.

L’unica eccezione è Omar Little, lui sta nel mezzo, è l’umano desiderio di giustizia personale, la capacità di poter fregare tutti senza nemmeno sforzarsi troppo.

È l’incarnazione di un eroe troppo piccolo per poter davvero cambiare il mondo ma troppo grande per non fare la differenza, se non avete mai visto strade piene di spacciatori armati svuotarsi in pochi secondi è perché non avete mai sentito Omar fischiare da lontano (se poi vi viene in mente qualche serie TV interpretata male da Michael Kenneth Williams ditelo, io fatico a pensarci).

Per fare una grande serie ci vogliono dei grandi villain, questo è ormai dimostrato da anni: saperlo nel 2002 e costruire probabilmente la miglior serie poliziesca mai girata non è roba da poco, inutile dire che i rimandi e le piccole copiature di questo capolavoro si propagano da allora fino ad oggi.

La scena bonus, che vorrei poter dire raccoglie tutta la genialità di un progetto come questo anche se in realtà ne mostra solo uno dei tanti lati: McNulty e Bunk, amici e colleghi da una vita, per spiegarsi non hanno bisogno di nessuna parola. La sinergia con cui collaborano è talmente profonda che riescono a trovare l’indizio determinante di una sparatoria, finora analizzata da altri esperti senza ricavarci nulla, nei cinque minuti in cui si scambiano a ripetizione le parole “fuck” e “mother fucker” (o poche e chiuse varianti). Cinque minuti di televisione nati da un’idea incredibile, cinque minuti nei quali nessuna parola oltre a queste viene scambiata tra i due, cinque minuti che vorrei non aver visto per poterci rimanere male come la prima volta.

È impossibile scegliere un pezzo ed un momento per evidenziare la grandezza di una colonna sonora del genere, nata e pensata per immedesimare completamente lo spettatore in ogni angolo di Baltimore: tanto vale mettersi in macchina con uno dei personaggi e godersela fino in fondo.

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