Okja: la crudeltà che ignoriamo?

Bong Joon-ho è alla seconda prova con un cast in parte Hollywoodiano  e come nel precedente film si cimenta nella critica sociale: in questo caso il messaggio animalista è in veste di  fiaba contemporanea.


_di Matteo Billia

Mija vive con il nonno in un luogo sperduto in mezzo alla natura incontaminata della Corea. Allevano Okja, il super maiale creato in laboratorio da una multinazionale Statunitense. Mija non conosce la verità sul destino che attende l’animale:  Okja, come gli altri super maiali, è destinata al macello, sotto gli slogan di una multinazionale falsamente preoccupata dell’impatto ambientale. Cardine della trama è l’indissolubile amicizia possibile tra uomo e animale.

Distribuito in Italia tramite Netflix, questo film convince sotto vari aspetti. Oltre agli effetti 3D riuscitissimi, la narrazione si svolge con ritmo serrato. La capacità descrittiva del regista si riconferma nel disegno psicologico dei personaggi: interpretati da Jake Gyllenhaal e Tilda Swinton, Wilcox e Lucy Mirando, i supposti antagonisti della vicenda, si rivelano più umani di quello che ci si aspetta, mostrandoci come le loro stesse azioni siano portate avanti nevroticamente dal sistema di cui fanno parte. Il vero antagonista, infatti, è la produzione sistematica del capitalismo che pone le preoccupazioni di immagine e di guadagno davanti a quelle morali, fino a rappresentare la raccolta dei super maiali con un vero e proprio campo di sterminio.

Ci viene così trasmessa l’idea che la crudeltà sistematica del nazismo non è scomparsa ma si è trasferita in altri ambiti mal celati dal sistema (lo stesso sistema giustificato dalla storia).

Ognuno sembra essere al posto giusto: Mija rappresenta la semplicità della comunanza con la natura, vivendo lontano dai problemi poco rilevanti del guadagno e della produzione dei paesi più civilizzati; il mondo degli adulti è avido e interessato al profitto, mentre la rivoluzione non può che essere messa in atto da un gruppo di ragazzi multietnico, rappresentanti una nuova scala di valori.

Il linguaggio di Bong Joon-ho si fa meno crudo rispetto ai suoi primi lavori (ricordiamo Memories of Murder e Madeo, due capolavori del cinema coreano dell’ultimo decennio). I personaggi tendono ad essere vagamente caricaturati e come nel suo precedente film (Snowpiercier) la vicenda assume tratti fiabeschi e metaforici. Viene da pensare che la tragicità del realismo comune a gran parte del cinema coreano sia stata ammorbidita dalla collaborazione con Hollywood (tra i produttori del film spicca Brad Pitt), ma l’equilibrio e la profondità del messaggio non vengono snaturati.

Okja è attualmente in competizione per la Palma d’oro al Festival di Cannes 2017.

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