Devendra Banhart: le freak c’est chic

Il cantautore venezuelano-statunitense porta il suo folk a Milano riuscendo a ricreare un’atmosfera scanzonata e deliziosamente freak all’interno del sontuoso Auditorium della Fondazione Cariplo. 

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_di Filippo Santin

Da fuori l’auditorium ha un’aria “classica”, elegante, e già sono curioso di scoprire come il cantautore folk si comporterà in un contesto simile. In particolare m’interessa vedere come quest’ultimo esprimerà il suo spirito “weird”, strano, se vogliamo, come il movimento a cui certa stampa musicale lo aveva associato anni fa (New Weird America). Mi siedo al mio posto, mentre mi passa davanti Marcelo Burlon, ed un assistente sul palco sta provando la strumentazione. In sottofondo si sentono dei motivi simil-ambient che, qualche decina di minuti dopo, annoieranno alcuni dei presenti, i quali lo faranno sapere a gran voce, come in un vecchio show di avanspettacolo. Ma Devendra non sembra intimorito, quando poco dopo si presenta finalmente sul palco con la sua band. Anzi, accenna un sorriso, saluta il pubblico che cambia subito atteggiamento e lo acclama.

Ha una rilassatezza che sembra quasi “pura”, e basta dare un’occhiata all’abbigliamento che indossa per intuire come la sua anima sembri ambivalente: camicia e pantaloni eleganti, infatti, sono accompagnati da un paio di sandali che trasmettono un senso di semplicità. Ed è così che, in un contesto raffinato come quello dell’auditorium, di cui Devendra si complimenterà per la bellezza dell’ambiente, potremo vedere per tutta la durata del live i due lati del cantautore: quello intimo, profondo, concentrato nel suo sussurrare parole poetiche, così come quello più spensierato, giocoso, che non si prende troppo sul serio. In effetti Devendra ha le movenze acrobatiche di un Arlecchino – soprattutto verso la fine del concerto – anche quando canta d’amore, e basti pensare a come conclude la sua “Baby”, il pezzo che più entusiasma la platea: quell’As long as you’re next to me… che conclude la canzone, infatti, viene qui storpiato, sorridendo. Ed il pubblico si fa coinvolgere, sorridendo sempre assieme a lui, anche quando le sue continue battute, borbottate in inglese, non sono granché comprensibili. Devendra se ne accorge, ma ci ironizza su. E continua a cantare, mostrando come l’intesa con gli altri componenti della band sia alta, quasi fossero degli amici adolescenti durante una jam session in una saletta prove.

«Devendra prima dedica l’ultima parte di live allo “starman” David Bowie, poi diffonde un desiderio di libertà che spinge tutti i presenti ad alzarsi dalle loro poltroncine e a ballare»

Ad un tratto ci sarà addirittura spazio per un carosello di buon compleanno al chitarrista, al quale verrà anche recapitata una piccola torta sul palco. Approfondendo di più la parte musicale del concerto, forse va detto che in alcune parti, vuoi per la natura sussurrata di certe canzoni, o per un monologo che magari dura troppo, l’attenzione cala leggermente. Ma Devendra riesce comunque a riportare subito l’attenzione su se stesso non appena ricomincia a cantare, e ci riesce perché con la sua aria quasi “ingenua”, timida mentre si stuzzica ripetutamente un ciuffo di capelli, incarna il desiderio di tanti: quello di poter essere se stessi in libertà, senza badare troppo al giudizio degli altri. Ed è ricollegandomi proprio a questo che posso dire quanto il concerto sia stato un successo.

Certo, per un’ora o poco più Devendra canta alcune delle sue canzoni più famose come “Brindo” o “Mi Negrita”, ma questo forse non sarebbe bastato perché il pubblico conservasse a lungo il ricordo di questo concerto. La parte più importante, così come nei film, è spesso il finale. Ed è così che quando Devendra e la sua band si congedano recandosi dietro le quinte, la platea li richiama a gran voce sul palco. È da questo momento che le cose si fanno più “speciali”. Devendra prima dedica l’ultima parte di live allo “starman” David Bowie, poi, quando ricomincia a cantare e a saltellare in giro, diffonde un desiderio di libertà che spinge tutti i presenti ad alzarsi dalle loro poltroncine, e a ballare. Nell’aria c’è un grande spirito di comunità, di leggerezza; ci sono buone vibrazioni, come magari direbbe proprio Devendra. Ed è in tutto questo, probabilmente, che si nasconde il significato più profondo della musica.

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a cura di Corrado Iorfida

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