Whitney: la perfezione in pochi metri quadrati

A neanche una settimana dalla performance al Primavera Sound, la band di Chicago approda all’Astoria di Torino per chiudere in bellezza la stagione del basement.

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_di Alessia Giazzi

Non basterebbero le dita delle mani di tutti gli italiani per numerare quante volte nella nostra vita abbiamo sentito ripetere la stessa tediosa espressione “le dimensioni contano”: insomma, indipendentemente dal contesto, vince l’equazione quantità = qualità. Provate a dirlo ai Whitney. Il duo composto da Max Kakacek e Julien Ehrlich arriva per la prima volta in Italia per la data torinese del tour europeo che la settimana scorsa li ha visti calcare uno dei palchi principali del Primavera Sound di Barcellona davanti a centinaia di persone.

Ora, prendete una band di sei elementi e piazzatela su un palchetto di pochi metri quadrati: il risultato che otterrete è simile ai tram di Torino nell’ora di punta. Dal maxi-palco della location spagnola al mini-stage del basement dell’Astoria, dalle centinaia di persone a un pubblico che si ferma all’ordine delle decine, i Whitney si ritrovano costretti in un minuscolo spazio vitale, ma la cosa non sembra preoccuparli. Kakacek, Ehrlich e soci salgono sul palco e si sistemano ordinatamente ognuno nel proprio spazio in cui la batteria, posizionata davanti, è protagonista.

I pezzi di “Light upon the lake” scivolano delicati tra i falsetti di Julien Ehrlich e gli accordi blues della chitarra di Kakacek. Il soul delle linee di basso, il suono ricco della tromba e il mood pop della tastiera scrivono uno spartito che contiene sono tutte le sfumature degli USA. Così prendono vita “Golden Days”, “Polly”, “On my Own”, “No matter where we go” alternati a jam strumentali, birre e shots.

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Un disco di enorme successo e la presenza sui palchi dei maggiori festival internazionali non hanno intaccato l’immagine pulita dei Whitney: sembrano un gruppo di ragazzini che solo fino al giorno prima si trovava a provare nel garage dietro casa. Ridacchiano tra loro e si scambiano sguardi di intesa; con quelle t-shirt bianche, la salopette di jeans, il look anni ’80, potrebbero essere usciti da un moderno remake dei Goonies. I Whitney sono una di quelle band che non ama i riflettori e che potresti trovare a bersi un gin tonic al bar a fine concerto, preferendo il contatto con il pubblico allo champagne nel backstage.

Complice la capienza del Basement dell’Astoria, il live si trasforma così in un momento intimo, uno show per pochi fan, lontano anni luce dai palchi enormi e dai fiumi di gente.

Quello che colpisce della performance dei Whitney è la precisione, la perfezione del sound che i sei musicisti riescono a produrre nei pochi metri quadrati che li ospitano.

Questo live potrebbe essere tutto un sogno, potremmo essere chiusi nella nostra stanza ad ascoltare i Whitney in cuffia e il risultato sarebbe lo stesso. Non c’è spazio per l’uscita di rito che precede l’encore, così i Whitney suonano i pezzi tutti in fila lasciando per ultime la cover dei NRBQ “Magnet” e la tanto attesa “No Woman”.

La band di Chicago spazza via ogni stantio preconcetto sulle dimensioni: il valore del loro live non è direttamente proporzionale alla grandezza del palco o alla quantità di persone presenti. La perfezione trascende qualsiasi unità di misura.

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