I finalisti del Premio Calvino, dedicato alle opere letterarie di esordienti

Siamo stati alla serata di premiazione del Premio Calvino al Circolo dei lettori di Torino: vi raccontiamo le opere che arrivando in finale hanno sbaragliato la concorrenza di più di 600 manoscritti. 


_di Marco Patrito

Il comitato del Calvino, che cambia di anno in anno, premia opere prime inedite di autori esordienti, ricercando in esse elementi innovativi e una qualità della scrittura sopra la media.
Ultimamente però si è prefissato una nuova ragion d’essere. Negli ultimi anni, in cui la rete ha scombussolato i meccanismi di esordio, il premio Calvino, stando alle parole del suo presidente Mario Marchetti, vuole svolgere il ruolo di filtro critico, portando alla luce opere di valore che altrimenti andrebbero perdute o si confonderebbero nelle acque di questo mare magnum letterario.
 
La cerimonia si apre con i saluti della giuria, composta in questa edizione da Franca Cavagnoli, Mario Desiati, Marco Missiroli, Mirella Serri e Rossana Campo, assente però per impegni personali, e con il ricordo di Margherita D’Amico, storico membro del comitato venuto a mancare recentemente. In suo onore viene annunciata l’istituzione di un nuovo premio, a partire dalla 31esima edizione, per opere che trattino di tematiche sociali e condizione femminile.
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Esauriti i convenevoli, la formula con cui si procede è la stessa: il presidente annuncia il titolo e il nome dell’autore facendo una breve presentazione dell’opera e lasciando spazio agli attori che leggono un estratto di essa. Al termine uno dei membri della giuria rivolge una domanda inerente ad un aspetto del romanzo che li ha particolarmente colpiti, lasciando che lo scrittore o le scrittrici (quest’anno solamente 2, un record negativo per il premio che vanta una media invidiabile di quote rosa ad ogni edizione) possano rispondere e soddisfare la curiosità di chi ha preso parola.
E così passano Alla cassa di Igor Esposito, romanzo sulle passioni, in particolare per le donne e le scommesse, il sogno e i desideri e di come tutti questi elementi siano il sale della vita.
È il turno di Il regno di Davide Martirani. La sua scrittura precisa racconta di un’anima tormentata, quella di una badante, preda del suo passato e di una voce, quella del demonio, che la perseguita e le impedisce di intravedere la redenzione.
Le lettere dal carcere di 32 B, di Nicolò Cavallaro, è invece una una lunga novella, il racconto claustrofobico di un prigioniero che si rivolge alla moglie dipingendole il suo angoscioso presente che si ripete giorno per giorno in un’atmosfera kafkiana.
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Vanni Lai si è conquistato un posto fra i finalisti con Le tigri del Goceano, che narra le vicende di un giovane che diventa bandito, incastrato nei meccanismi del male, in una terra, quella del sud della Sardegna, che richiama da lontano paesaggi aridi e spietati come quelli di Faulkner e McCarthy.
Andrea Esposito con il suo Città assediate ci parla di un mondo alla fine del mondo, con la voce di un narratore che segue il giovane Giovanni, nome che rimanda ad un apocalisse inevitabile, sordida ma per questo ancora più autentica e vicina a noi.
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Dopodichè viene il turno delle 3 opere che hanno ottenuto, a pari merito, una menzione speciale.
Fra questi Presunzione di Luca Mercadante, che presenta una Campania non più felice, in cui la Storia si lega indissolubilmente alla storia, questa volta con la s minuscola, del protagonista, alla sua lotta per l’affermazione di sé e alla sua crescita.
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Roberto Todisco costruisce invece in Jimmy Lamericano un romanzo godibilissimo, che ci parla di ossessioni e amore, con sullo sfondo l’Italia delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale, con una strizzata d’occhio al cinema di quei tempi, con una Greta Garbo in grande spolvero che fa capolino dalle sue pagine.
Infine c’è l’ottimo La fine dell’estate di Serena Patrignanelli, che stupisce con la sua scrittura moderna e bellissima, con il suo mondo sfumato, privo di coordinate temporali e spaziali precise, ricostruito partendo da una memoria affettiva, e che Mario Desiati ha definito come una sfida per qualsiasi editor.
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Dopo un momento di imbarazzo, dovuto allo smarrimento del comunicato della giuria, viene premiato all’unanimità vincitore della trentesima edizione del premio Calvino.
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L’animale femmina di Emanuela Canepa un “romanzo compiuto, maturo, di esemplare nitidezza nella struttura e incisivo nella lingua, che mette in campo uno spiazzante gioco di seduzione senza sesso e che, pur attento alla psicologia maschile, dà in particolare voce, con stringente analitica, alla forza carsica del femminile” come annuncia il comunicato stesso.
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Al termine della cerimonia rimango ancora un attimo seduto. I volti sorridenti e distesi, le strette di mano e gli abbracci fra i finalisti, mi fanno intuire che per quanto il vincitore effettivo sia uno soltanto, tutti quanti lo sono, per il semplice fatto di aver sbaragliato la concorrenza di oltre 600 altri manoscritti, di aver ricevuto complimenti e lodi da parte di professionisti della parola e addetti ai lavori.
Fra le persone che si accalcano all’uscita della sala grande del Circolo ci sono giornalisti ma soprattutto editori, pronti ad offrire a qualcuno, se non a tutti, un contratto che coronerà , o meglio rilegherà, il suo sogno nel cassetto: vedere pubblicata la propria opera. Ma i telefoni e le mail cominceranno ad arrivare domani, oggi c’è spazio solo per la felicità e i meritatissimi complimenti. E alla scommessa di Mario Desiati con il presidente Marchetti: “Se fra 18 mesi tutti quanti i finalisti non avranno un contratto con un editor allora la fondazione premio Calvino pagherà cena a tutti i presenti”. Qualcosa mi dice che fra un anno e mezzo rimarremo a bocca asciutta.

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