Flat Out: la realtà urbana del collettivo Arterie

Flat Out, organizzata insieme alla Federica Morandi Art Project, è una mostra collettiva che sintetizza i percorsi individuali dei quattro artisti, consacrati in un’opera realizzata ad otto mani, indagine sui luoghi fisici e non in cui l’uomo lascia una traccia col suo passaggio.

_di Miriam Corona

Nel cuore di Via San Donato sorge lo studio collettivo di Arterie, gruppo di artisti in continuo movimento nella loro composizione e nei loro lavori, composto da Michele Liuzzi, Diego Pomarico, Andrea Sbra Perego e Fabio Zanino. Seguendo le correnti delle città, interpretano e si lasciano ispirare dalla realtà urbana in tutte le sue sfumature; le loro visioni sono accomunate dal senso di dinamismo che pervade le città, riflesso nella mostra Flat Out, nata dalla necessità di riprodurre secondo le loro singolari visioni le peculiarità della città, utilizzando media diversi e riscoprendo ogni aspetto della vita urbana, dall’edificio ai suoi abitanti, intervenendo anche direttamente su di essi. La percezione della città è considerata nella sua interezza: esiste un dialogo continuo tra il passato, il presente, le forme di vita e le energie che la abitano, al quale i quattro artisti danno forma raggiungendo l’apice con la creazione collettiva di una singola opera, dalla quale prende il nome l’intera mostra.

Il risultato è il sintetismo non solo di quattro diversi apporti artistici, ma della fluidità, del dinamismo e dell’instancabilità della città, in cui Torino è l’humus che coltiva le esperienze e i legami; “Un pretesto – siamo a Torino per un motivo di casualità” dice Michele Liuzzi, membro di Arterie da due anni. Inizia gli studi da perito meccanico, “Una cosa totalmente differente – ma alla fine mi è servito, sono cose che continuano a galleggiarti in testa”, poi continua la sua formazione dedicandosi all’animazione e ai fumetti. Inizia il suo percorso artistico concentrandosi sulla pittura gestuale, legata alla massa più che alla definizione della figura. Approda alla fotografia, elaborandola in chiave pittorica e creando dei collage che vengono trasferiti in digitale e disponendoli su vari livelli: il leitmotiv è il corpo e il suo ruolo nello spazio, soprattutto in quello architettonico.

“Ho cominciato a lavorare in senso fisico, attuando interventi gestuali sui lavori che decontestualizzano tutto il resto – una specie di rincorsa, di foga. Cerco di capire dove andare, ma il più è la riappropriazione della manualità e della gestualità, cosa che non è possibile lavorando al computer”.

Michele Liuzzi, A lovely way to spend the evening

Andrea Sbra Perego si avvicina al mondo dell’arte attraverso i graffiti, “un po’ come tutti quelli della mia generazione”, strada abbandonata per continuare gli studi accademici di belle arti. Con l’uso di cartine geografiche e fotografie ricrea gli ambienti delle stazioni ferroviarie e metropolitane, catalizzatori dell’andare, luoghi vissuti per lungo tempo in prima persona. Fondamentale è dunque la componente umana interpretabile come esistenza di passaggio, che si sposta da un luogo all’altro come un istinto naturale. Il caos percepibile a colpo d’occhio non è una macchia informe di movimento, bensì ha una fisionomia e un’esistenza della quale si percepisce sensibilmente il passaggio verso un’altra città.

Andrea Sbra Perego, Berlin, Hauptbhanhof II

Fabio Zanino, colpito dai pattern e dalla dualità religiosa e culturale presente a Malaga, indaga sull’effetto del tempo e della presenza umana sul territorio, traendo spunto dai gradini consumati dalle scarpe, dalle statue lucidate dal tocco umano come segno di scaramanzia o di omaggio e dagli oggetti scartati trovati nelle discariche che hanno avuto un significato in un recente passato, ai quali vuole ridare vita, disseminati nello studio, quasi catalogati, ma mai casuali. La sua ricerca non vuole essere nostalgica o negativa, ma rappresentare il flusso umano, come una fotografia di una folla di persone scattata con tempi lunghi. Le sue opere, a metà tra pittura e scultura, lanciano una sfida all’osservatore, stimolando la ricostruzione del significato originale; usando l’escamotage del puzzle per decostruire gli elementi urbani, quali i cartelli stradali, crea un mosaico astratto attraverso il quale gli conferisce non solo una nuova vita (si avverte una nota di attenzione al riciclo ecologico) ma anche un nuovo contenuto.

Fabio Zanino, Decostruzione LXII

Diego Pomarico realizza i ritratti di una città caotica, composta dalle attrazioni frenetiche che la compongono, tramite macchie, sbavature e pattern con vaghi richiami pop. L’attenzione è concentrata sugli aspetti di una realtà suggestiva e incontenibile, rappresentata tuttavia in componenti armoniche, quasi sottintese, che lasciano intendere alla sopraffazione che gli individui possono operare (o subire) nella multidimensionalità urbana; lo human factor è motivo conduttore e ritornello nei suoi lavori, l’impetuoso coefficiente della realtà cittadina espressa come un richiamo alla ribellione contemporanea.

Diego Pomarico, Pryp’jat

Condividono lo spazio, in una stanza sopraelevata e sonorizzata a dovere, i Witnesses of Noise, duo musicale di impronta sperimentale composto da Fabrizio Audo Gianotti e Antonio Caputo. L’aurea musicale che cinge lo studio mescola sonorizzazioni, rumoristiche e assemblaggi che si interfacciano con il lavoro dei quattro artisti, creando una silenziosa conversazione in cui ci si ascolta a vicenda. In questa profonda connessione tra arte sonora e fisica, la musica assume la stessa condotta della pittura, traendo spunto dalle sue stratificazione e frammentazioni che vengono riprodotte anche nel suono. Grazie alla grande sperimentazione, poco convenzionale, le sensibilità individuali si accavallano e si generano ricreazioni atmosferiche leggibili come temperature: si trova quella che aggrada di più e ci si butta dentro.

La mostra Flat Out è visibile presso l’Hotel TownHouse 70 di Torino
in Via XX settembre, 70, fino al 4/6/17.

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