Abbiamo portato un catalano al concerto degli Afterhours a Barcellona

Dopo l’esperimento affine con Elio e Le Storie Tese e mentre imperversano le polemiche sulle ultime dichiarazioni di Manuel Agnelli, abbiamo deciso di verificare l’effetto che la sua band sortisce su una persona che non capisce una parola di italiano. 

_di Roberta D’Orazio

Tutte le nostre conversazioni a riguardo sono sempre terminate nella stessa frustrante maniera: non importa quanto fosse elevata la qualità della musica di cui proponevo l’ascolto, la risposta di Pol, catalano da un’infinità di generazioni, era sempre la stessa: “L’italiano ha un suono troppo strano nella musica.

Un’osservazione quasi paradossale, considerando il suo amore per le sonorità della lingua della mia terra natia, che perdono parte del loro fascino se applicate a un contesto artistico che – verrebbe da pensare – è diretta conseguenza della bellezza dei suoi accenti.

Eppure non posso non comprendere lo stato di difficoltà di un attento ascoltatore esposto agli stimoli di ciò che dall’Italia importiamo all’estero. Vivo a Barcellona da quasi due anni, e ogni volta che dico che sono italiana, qualcuno prontamente ammicca pronunciando le due parole più temute: “Laura Pausini”.

E io stessa ho tardato, prima di scoprire tesori come Leon Bénavente, Triángulo de amor bizarro o Aries, per riuscire ad abituarmi all’idea che le poderose potenzialità espressive di una lingua flessibile come lo spagnolo potessero applicarsi a universi lontani da quello di Enrique Iglesias e del suo esercito di cloni.

Sorge in me tuttavia il dubbio che in questo ambito ci possa essere più di una differenza tra l’ascolto di un disco, che in qualche modo prevede una distanza, e la completezza di un’esperienza live. Per questo stasera porterò Pol con me al concerto degli Afterhours, nella nostra amata sala Razzmatazz 2. Unica regola del gioco: il divieto assoluto di ascoltare in anticipo nemmeno una canzone della band, nota tra le altre cose per le liriche dense di poesia e di frasi perfette da imprimere, indifferentemente, sulla propria pelle durante una sbronza adolescenziale, su una t-shirt da indossare tutta la vita o nel flusso di coscienza di una bacheca Facebook.

La sala è piena a metà, il calore del pubblico tuttavia compensa qualitativamente le aspettative che io stessa nutrivo a livello di presenze. Un pubblico che Pol definirà “passionale, giovane, devoto, disposto a trascorrere una grande notte con un gruppo che tutti lì conoscevano alla perfezione.” aggiungendo con un sorriso: “Dubito che ci fosse qualcun altro che sapesse poco quanto me riguardo agli Afterhours. Mi ha sorpreso molto più la loro interazione con le persone presenti, energica e vibrante, che quella che avevano tra loro.”

Rispetto a quest’ultimo appunto, consapevole del fatto che il corpo originario degli Afterhours è stato recentemente mutilato della presenza di due componenti, domando a Pol di provare a indovinare se quella che stiamo guardando è la formazione originale.

“Direi di sì. Si nota che hanno alle spalle molti anni di attività. Essendo in sei sul palco e suonando una grande varietà di strumenti, ognuno di loro dispone di registri espressivi differenti. Hanno richiamato potentemente la mia attenzione l’attitudine e la presenza scenica del chitarrista Xabier Iriondo. La sua energia si poteva percepire sin dalla strada. “Esperienza” è la parola che meglio definisce questi musicisti. Ognuno di loro è in grado di tenere il pubblico tra le proprie mani. Credo che proprio in questo risieda la forza della band, nella capacità di trasmettere emozioni anche con la simbologia dei propri gesti coreografici.”

Un riferimento al rito quasi tribale del battito di mani puntualmente lanciato dalla band su La vedova bianca, o al momento in cui Manuel Agnelli esegue per noi quel gioco con il cavo del microfono che conosciamo bene, per elevarsi ai miei occhi al rango di un cowboy in una prateria di distorsioni, pronto a prendere al lazo la nota migliore, o di una vestale in un delirio estatico, sciamano della nostra gioventù sonica.

“Non ha paura di farsi male o di fare male a qualcuno?”

“Ce lo domandiamo da quasi trent’anni, Pol.”

Mentre la band sciorina sapiente una scaletta che attinge in ugual misura dalla bolla di vetro nelle vecchie glorie quanto dai successi più recenti, chiedo al mio amico cosa ne pensa in maniera più specifica dal punto di vista musicale, e se può ricondurre le sonorità che sta ascoltando entro la cerchia delle cose a lui note: “Per quanto mi piaccia la musica spagnola, non riesco a trovare un perfetto corrispettivo locale degli Afterhours. Probabilmente sono una versione più dura dei Love of Lesbian. Il bello di andare al concerto di una band che non conosci è che puoi fare caso ad altre cose. Non passando tutto il tempo a cantare insieme al gruppo, puoi notare le emozioni delle persone, le espressioni degli artisti, la maniera di porsi e le sinergie uniche che si creano. In generale i brani mi sono piaciuti molto, probabilmente con una predilezione per quelli più melodici, fosse anche solo per il fatto che a livello di volumi erano quelle che si sentivano meglio. La mia preferita? Non ho idea di come si chiami, ma faceva Nanananananananana

Si tratta di Non è per sempre, con cui gli Afterhours chiuderanno il concerto, dopo essere usciti due volte per tornare sul palco acclamati dal pubblico a gran voce. Durante la loro temporanea assenza, ascolto Pol gridare: “Dovi! Dovi!”

“Cosa stai dicendo?” domando stupita.

“Ripeto quello che dice il resto del pubblico.” è la risposta, quasi sorpresa rispetto alla banalità del dubbio appena espresso.

“Allora dovresti dire Fuori.” E non posso fare a meno di ridere. “Di che zona d’Italia ti sembra che siano gli Afterhours?”

“Dall’accento, direi del sud.”

Durante le ultime battute del live, chiedo a Pol cosa immagina che i testi possano raccontare. “Per la gran parte, credo di sentimenti… alcuni rivendicativi, altri autodistruttivi, altri autocompiacenti. Sicuramente tutti adornati con metafore infinite.”

Sorge spontaneo in me il sospetto che Pol abbia deciso di contravvenire alle regole del nostro esperimento, e che nei giorni precedenti il concerto abbia sbirciato tra le trame dell’internet per scoprire qualcosa rispetto alle liriche di Agnelli, ma preferisco pensare che la magia della band abbia abbattuto le barriere linguistiche. Almeno fino a un certo punto.

“La cosa che mi è piaciuta di meno nel concerto è il fatto che dal palco non abbiano rivolto una sola parola in inglese o in castigliano affinché questo povero spettatore potesse dire di aver capito qualcosa.”

Quando, dopo aver commentato più e più volte quanto il concerto ci sia piaciuto, farò ascoltare a Pol Ballads for my little hyena, chiedendogli se la potenza musicale della band arrivava al suo cuore in maniera più diretta attraverso i suoni dell’idioma italico o di quello britannico, il mio amico non esita nemmeno un istante:

“Attraverso l’inglese. L’italiano continua a suonarmi troppo strano nella musica.”

Leggi qui il nostro reportage del concerto degli Afterhours da Torino, Italia.

 

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