[REPORT] Lo sporco lavoro degli One Dimensional Man

A sei anni di distanza dalla pubblicazione di “A Better Man” la storica band di Pierpaolo Capovilla torna a calcare i palchi italiani in vista dell’uscita del prossimo album. Purtroppo su quello dell’Hiroshima Mon Amour, preceduti dai cuneesi La Macabra Moka, qualcosa non ha convinto appieno.

_di Iacopo Bertolini

Per chi segue con una certa assiduità i vari progetti che ruotano attorno alla figura di Pierpaolo Capovilla, trovarsi a tirare le somme di un suo concerto può provocare una buona dose di bruciore di stomaco. Troppe infatti le questioni di cui tener conto, figlie di un passato che ha ormai assunto un peso notevole e che non si lascia facilmente digerire. Che si parli di One Dimensional Man, de Il Teatro Degli Orrori o semplicemente di Capovilla, sono sempre colpi al basso ventre quelli a cui bisogna prepararsi. A ciascuno poi la scelta di schivarli con noncuranza o di incassarli in pieno.

Nonostante tutto questo, il ritorno sui palchi della band da cui è partita questa storia di volumi assordanti e parole violente sembra stia passando in sordina e, almeno alla data dell’Hiroshima Mon Amour, la “schiaffa” non ha fatto male quanto doveva. L’arduo compito di aprire una serata il cui esito pare da subito appeso ad un filo – il pubblico in sala è purtroppo davvero esiguo – tocca a La Macabra Moka, ovvero quattro cuneesi dal drop facile e la faccia tosta di chi su di un palco ci sa stare, grande o piccolo che sia. La band, con alle spalle sette anni di live e un nuovo album, Tubo Catodico, fresco di pubblicazione, dimostra di saper gestire con sorprendente precisione un sound dalla pesantezza genuina e decisamente “caciarona”. L’attitudine è forse troppo hard per l’indirizzo nettamente core degli headliner, ma è proprio la capacità dei quattro di suonare in modo serissimo pur senza prendersi sul serio a scaldare l’atmosfera rigida che andava profilandosi all’orizzonte. Al centro del palco infatti già giganteggia la titanica cassa della batteria di Franz Valente: un tetro presagio di quello che verrà. Bastano il cambio di luci (rosse, fisse) e i brani diffusi dall’impianto come intro (due versioni differenti di Bella Ciao) ad innescare quella morsa agli intestini di cui sopra.

Aspettative altissime si scontrano con valutazioni tecniche, e il desiderio di trovarsi davanti ad un evento sconvolgente si mescola alla consapevolezza che qualcosa potrebbe andare terribilmente storto. In quest’atmosfera sospesa, Carlo Veneziano, Franz Valente e Pierpaolo Capovilla, quasi di soppiatto, attaccano con Guts. Per fortuna il suono degli One Dimensional Man, quell’impasto di abnegazione e bieco cinismo che solo la desolazione di un certo nord-est di fine anni ’90 avrebbe potuto produrre, è intatto. Per l’intera prima parte dell’esibizione, che vede riproposti brani dai primi tre, seminali, album del gruppo, gli ODM procedono a testa bassa, con una costanza da metalmeccanici più che da musicisti. Non un secondo di pausa, non una singola concessione alla vena istrionica di Capovilla, il quale viene praticamente zittito da Valente con una scarica di rullante durante un tentativo di salutare il pubblico. Ed è sostanzialmente merito della ormai ferrea intesa creatasi tra i due se una certa tensione si sta facendo strada tra quel palco troppo alto e quella sala troppo vuota.

L’impressione è che ci sia un lavoro, sporchissimo, da svolgere, indipendentemente dalle circostanze e dagli elementi di contorno. Qualsiasi tentativo di risultare appetibili è categoricamente bandito: finalmente, un teatro senza spettacolo. Purtroppo però, poco prima di cominciare a presentare i quattro – decisamente promettenti – inediti presenti in scaletta, la spada di Damocle che Capovilla è ormai solito portare sospesa sopra la sua testa inizia ad oscillare minacciosamente. Gli errori aumentano, la lucidità va lentamente sfaldandosi e, come in ogni tragedia che si rispetti, la testata del basso smette di fare il suo dovere. Nessuna scenata per fortuna: Veneziano posa pazientemente la chitarra, Valente chiede una sigaretta alla prima fila e Capovilla si limita a fare una battuta sul proprietario dell’attrezzatura prestatagli.

Il treno di Saint Roy riparte con dieci minuti di ritardo, ma ormai l’acme è stata solo sfiorata e di conseguenza irrimediabilmente persa. L’unica coesione rimasta è quella interna ai brani, che vengono affrontati con la stessa determinazione di sempre. Non senza una certa dose di disperazione, il cantante e bassista del gruppo si aggrappa stoicamente ad essi, ignorando tutto quello che per noi, il pubblico, rimane davanti agli occhi ed inficia irrimediabilmente il concerto. La ragione dello spettatore e quella, mai viscerale come in questo caso, dell’artista si sono ancora una volta scontrate, e per questa sera sono risultate inconciliabili. Non resta che avviarsi verso l’uscita dopo le conclusive Broken Bones Waltz e You Kill Me: i timpano fischiano piacevolmente, ma nell’animo aleggia una certa mestizia.

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