[INTERVISTA] Privateview Gallery: “Gli esperimenti di qualità restano nel tempo”

Una chiacchierata con Silvia Borella e Mauro Piredda di Privateview Gallery, spazio espositivo nato lo scorso maggio a San Salvario che ha da poco intrapreso un progetto di residenza coinvolgendo artisti internazionali invitati in Italia a trascorrere un periodo di ricerca ed elaborazione artistica, che sfocia in una mostra finale con le opere realizzate durante il soggiorno.

_di Miriam Corona

Il progetto è un investimento puro e semplice in una forma di mecenatismo, offrendo la possibilità di fare un viaggio formativo, senza un ritorno personale, che favorisce la crescita e la maturazione dell’artista. Il fine ultimo è quello di fornire l’opportunità per artisti ospitati e artisti locali di un punto di incontro e della creazione di un cenacolo con scambio reciproco di idee.

Abbiamo approfondito la questione con Silvia Borella e Mauro Piredda, prima collezionisti e ora fondatori e galleristi della Privateview, che hanno ospitato l’artista newyorkese Eric Shaw ed esposto “SyntaxReflux”, la raccolta dei lavori realizzati durante il periodo a Torino.

Come siete venuti a conoscenza di Eric Shaw?

Silvia: Lo avevamo già individuato e collezionato, quando poi si è concretizzata l’dea del progetto di residenza per artisti lo abbiamo ricontattato. Quando Mauro l’ha visto, a me non convinceva; invece aveva già intuito l’evoluzione che alla fine ha avuto. Ha introdotto nuovi strumenti di lavoro, come il tape, prodotto unicamente da un’azienda in California, che nei suoi lavori è stato utilizzato come prolungamento della sua mano: quindi ha voluto, soprattutto con questa mostra, metterci tutti ingredienti nuovi.

Mauro: L’ho riconosciuto in un catalogo di espositori, quando faceva ancora i “quadrati”; ovviamente chi lo ama apprezza anche i vecchi lavori, come i famosi tre cerchi e i pattern. E’ come un alfabeto: prima aveva cinque lettere, ora ne ha cinquanta, sessanta. Ha sviluppato anche la tecnica: i suoi quadri precedenti possono sembrare un secondo passaggio più che il risultato definitivo.

E. J. Shaw, Three loops superimposed, 2015

Com’è nata l’idea del progetto di residenza?

S: E’ nata con Eric, il fatto che avesse un carattere chiuso non ci permetteva di comunicare bene con lui. Volevamo capirlo e seguirlo. Intendiamo rappresentare gli artisti, avere un rapporto con loro continuativo nel tempo e farli crescere, dunque ci tenevamo ad averlo qua. Avendo anche trovato una location ideale per la residenza e lo studio, presso la Fusion Gallery, abbiamo iniziato questo progetto.

M: Uno dei grandi propositi è il fatto di creare connessioni e influenzarsi a vicenda. Le residenze non devono vedere come protagonisti solo gli artisti americani o stranieri, ma essere l’occasione per creare un confronto da ambo le parti. Non vanno visti come dei nemici, ma come un’opportunità per crescere e migliorare. Il nostro sogno di residenza sarebbe il dare un input al territorio per arrivare a uno scambio vero e proprio di residenze. E’ così che si creano i movimenti artistici. Per ogni artista che viene in Italia a fare un progetto di residenza, si deve pensare che da qualche parte nel mondo un appartamento si è liberato.

Quello che colpisce di più nei lavori di Eric sono i colori, l’impatto con essi è fondamentale nel suo linguaggio.

M: Sì, ne usa moltissimi e senza alcuna sfumatura. I suoi quadri sono bidimensionali, l’unica tridimensionalità è data dal quadro stesso e dagli strati sovrapposti che usa: è il processo in sé che crea profondità. Lo si gode sia da un punto di vista estetico ma anche dal punto di vista pittorico, perché in alcuni quadri ci si chiede davvero come abbia fatto a raggiungere quel risultato, quale metodo abbia utilizzato. Poi cosa voglia dire è importante fino a un certo punto: quante cose sono incomprensibili per noi? A volte è lo stratagemma di alcuni artisti con meno coscienza di sé che finiscono nel criptico, si rintanano nel loro linguaggio e al peggio sei tu che non lo capisci. Invece è molto più bello chi ha il coraggio di essere trasparente: “quello che vedi sono io”. E’ una mossa vincente: infatti guardando i quadri di Eric avverti davvero il messaggio.

S: Eric difatti crea prima degli schizzi sul cellulare, poi aggiunge man mano degli elementi. In qualche modo sono sempre lavorati, c’è un processo dietro; sono ragionati, non è impeto artistico. Usa una logica, la sua logica, ed è questo che lo rende così peculiare e identificabile. Per lui raccogliere tutte le informazioni che utilizza è condensarle in un colpo solo è impossibile. Per questo la stratificazione è necessità, non solo per l’evoluzione dell’opera stessa, ma per la ricerca. Le sue tempistiche di pittura sono dettate da quelle di assorbimento, per questo è davvero “SyntaxReflux”.

Wading Po” (2017), realizzato durante il periodo di residenza

Ricevere varie informazioni in momenti diversi fornisce anche l’input per realizzare cose diverse.

M: Dà anche la possibilità di esplorarle e ricondurle a un concetto pittorico. A me affascina molto, non ho mai dovuto chiedere ad Eric “cos’è questo?”, perché ho avvertito davvero quello che ha vissuto lui. I suoi primi lavori erano molto nervosi, pieni di ansia, mentre l’ultimo è stato il più rilassato di tutti. Non so come, ma lo percepisco chiaramente. Il suo linguaggio è compiuto, ora si tratta di aggiungerne di nuovi o di creare delle varianti, magari cromatiche o di dimensioni. Forse inizialmente è stato un po’ destabilizzato dal fatto di ritrovarsi in uno studio spazioso, cosa a cui gli americani non sono abituati; spesso lavorano in ambienti molto stretti. Arrivare in uno studio di 40 metri quadri, con tutte le tele e i colori a tua disposizione può “bloccare”. Soprattutto in un contesto pieno di suggestioni.

S: Lui è un continuo immagazzinare e depositare le idee. Già ora ci ha detto che ne ha per progetti futuri, basati sulla scala di grigi, probabilmente colpito da alcune foto in bianco e nero realizzate in vista della mostra: forse l’ha colta come una sfida. Questo è proprio un esempio di come nulla per lui sia affidato al caso e di come nulla attorno a lui lo lasci indifferente. Ecco perché la sua produzione è così ricca. Ti sorprende sempre.

Non è facile “imporre” agli artisti dei termini di scadenza o delle regole.

S: Per la prima volta il dover realizzare una mostra che è anche un concept, in una galleria con due ambienti diversi, risulta difficile. A noi diverte l’idea che un artista si possa esprimere al massimo della sua capacità. Anche la scelta di avere delle tele molto grandi va contro un discorso commerciale. Quello che ci ha riconosciuto è il fatto di essere ora in grado di organizzarsi il lavoro per una mostra, anche perché sono artisti che spesso lavorano su commissione con tempi dilatati: si è ritrovato a dover pianificare e trovarsi dentro i tempi per realizzare una mostra di questo genere. Abbiamo dovuto fargli un po’ di pressione, il ritrovarsi in un luogo completamente diverso da casa può squilibrare un po’ all’inizio, soprattutto a causa dell’onda di entusiasmo che ti travolge. Noi lo abbiamo seguito step by step, attraverso ogni fase che ha attraversato. La cosa fondamentale era che fosse sereno. Alla fine ha sviluppato un senso di professionalità che non è un aspetto da sottovalutare.

M: Il riuscire a rientrare nelle tempistiche prefissate è stato il momento più critico. Dopo un mese abbiamo notato che il lavoro andava a rilento, forse travolto dalla fase di assorbimento. L’ultimo lavoro, però, che ha portato a termine durante il suo soggiorno qui, è il più rilassato di tutti.

«Di fronte a un’opera il primo pensiero che devo avere è quello di un punto esclamativo: se all’inizio trovo un punto interrogativo, non funziona»

E. J. Shaw, Fundamental entity (2017)

Qual è stato il rapporto tra la galleria e l’artista?

S: E’ stato un rapporto molto informale e confidenziale, fatto di pranzi e cene insieme. Abbiamo cercato veramente di stare con lui, anche di distrarlo con momenti di svago, nonostante fossimo in un periodo impegnativo. Siamo stati in costante dialogo, lui ci mandava foto, noi andavamo a vedere come procedevano i lavori, quindi è stato un rapporto molto stretto. Ci tenevamo a fargli sentire la nostra vicinanza. Poi in un contesto come quello di una galleria e di uno studio c’è un viavai continuo di persone, un vero e proprio entourage, è importante anche per noi per inserirlo in un ambiente non fine esclusivamente al lavoro. Ha avuto sicuramente dei momenti di grande solitudine, ma ha saputo comunque dimostrare grande indipendenza.

Come funziona oggi il discorso di innovazione? Qual è il passo successivo dell’arte contemporanea?

M: L’individualismo non porta a granché. Una cosa che si ripropone spesso è quello di essere “Anti” qualcosa. Non è un concetto, non vuol dire nulla. Bisogna cercare di ritornare al bello. Una grande responsabilità oggi è quella di far pensare o di allietare. Se uno riesce a fare entrambe, è un gigante. Io mi accontento di trovare chi riesce anche solo in una cosa, ma se devo scegliere, scelgo chi allieta. Di fronte a un’opera il primo pensiero che devo avere è quello di un punto esclamativo: se all’inizio trovo un punto interrogativo, non funziona. Oggi tanti artisti, come Hirst, Cattelan e Koons, vengono odiati perché fanno parte del sistema: non è il momento del punk, quello ha avuto il suo tempo, i punti di rottura sono giusti. Ma con senso. I Sex Pistols non sapevano suonare, ma qualcosa lo hanno saputo dire. Come il jazz e il rock, la grande pittura non morirà mai, perché ha delle basi solide. La grande qualità non muore. I grandi esperimenti rimangono.

«Ted Larsen è stato il primo a farci capire in che direzione andare e incarna totalmente la nostra idea di estetica e profondità dell’artista»

S: Il senso estetico dell’opera d’arte per un certo periodo si è perso completamente. Certi modi di presentare le cose hanno allontanato il pubblico e noi stessi. Ted Larsen è stato il primo a farci capire in che direzione andare e incarna totalmente la nostra idea di estetica e profondità dell’artista. E’ diventato un punto di riferimento anche per noi che siamo sempre in crescita. Vogliamo sempre migliorare. Avere artisti di un certo spessore aiuta anche noi a fare la scelta giusta e a confrontarci con quello che stiamo facendo. La nostra visione parte dalla capacità di mettere insieme un’attitudine con analisi analitica e intellettuale, anche dal punto di vista amministrativo. Ci lasciamo liberi la peculiarità di non conoscere necessariamente tutte le tecniche ma di seguire una nostra visione per ricercare la qualità e la novità: qualcosa che possa dire una virgola in più di quello che abbiamo già visto. Attualmente stiamo vivendo un momento di grande fluidità e cambiamento, dunque la grande sfida di una galleria contemporanea è quella di non sapere dove stiamo andando perché dobbiamo scoprirlo strada facendo. Stanno cambiando le estetiche e i media, sia dal punto di vista comunicativo sia tecnico: le nuove generazioni lo vivono come un dato di fatto. La cosa divertente è scoprire quello che non è un dato di fatto.

A breve ospiterete un altro artista di New York, Bret Slater.

M: Bret è un flusso continuo; la sua unica difficoltà e quella di reperire la serenità, il tempo e il materiale. A 23 anni aveva già avuto pubblicazioni molto importanti ed era conosciutissimo, soprattutto nella realtà underground. Non fa meno ricerca di Eric, ma nel suo percorso artistico ha già raggiunto una sua iconografia. Nella direzione in cui si trova al momento, il suo concetto di arte è più rigido rispetto a quello di Eric, quindi si scoprirà di meno ma di certo creerà cose nuove. Sarà curioso osservare il dualismo, non confrontando i lavori, ma i processi. Bret cambierà, meno di Eric, ma svilupperà una qualità diversa. E’ quello che si avvicina di più al concetto monolitico di 2001: Odissea nello spazio, cita le caverne fino ad arrivare allo spazio; è ossessionato dal concetto di cerchio e ripetizione.

S: Ironia della sorte: lo avevamo visto ad Artissima anni fa, quando collezionavamo, una volta aperta la galleria è stato lui a contattarci per lavorare con noi. Sarà una residenza più corta, di circa un mese, perché Bret ha un modo di lavorare molto veloce, più di impeto. Intendiamo seguirlo di più rispetto a Eric dato il suo carattere molto estroverso e perfezionista. Nonostante l’anima “rock” dei suoi lavori, è una persona molto precisa ed è un artista maturo e consapevole di se stesso. Nella sua vita non è riuscito a fare prettamente l’artista, ha cercato di destreggiarsi in una città difficilissima senza ottenere la serenità che per la prima volta nella sua vita riuscirà ad avere qui. Sapendo che avrà già tutti gli ingredienti necessari per lavorare in una realtà meno caotica e frenetica, siamo sicuri il risultato sarà una bomba.

Bret Slater

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