“L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”: cronaca di quello che non c’è più

Il 4 maggio, edito da Exorma, uscirà “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani: un racconto di viaggi, notte e ricerca, un’autobiografia velata.


_di Gaël Pernettaz

Da bambini manchiamo di definizioni. Soggiogati da una fantasia ingiustificata e ingiustificabile, nulla è ancora fissato sulla carta, e luoghi, persone e oggetti non hanno forma, non sono ancora ben circoscritti nella nostra mente. La Corsica, ad esempio, non è un’isola della Francia, con capitale di provincia, fiumi, montagne, e settori primario secondario e terziario, bensì un luogo magico che, se si guarda da certe speciali colline della Liguria a volte spunta all’orizzonte e a volte no, a suo piacimento. Poi si cresce, arrivano le nozioni e nulla è più come lo abbiamo inventato, ogni cosa perde la sua molteplicità e si sclerotizza in forme finite. Il libro di Magliani è una ribellione al finito e confinato, declinata come un lungo e continuo riandare, di una memoria che oscilla fra tempi e luoghi, in un’ininterrotta ricerca dell’innocenza infantile, in quella Liguria squadrata e ostile dell’entroterra, lontana dalle spiagge e dal mare colmi di turisti, fra sterpi e rovi che non hanno il loro proprio nome in italiano, ma solo in dialetto.

Nella memoria dell’autore si stagliano nitidi i luoghi: dal ricovero per anziani in cui è nato, al collegio a Mondovì- primo incontro con il mondo esterno e di conseguenza fine dell’età dell’oro giovanile- alle tanti nazioni attraversate dopo l’“esilio”. Le isole della Spagna, la Pampa sudamericana o la piccola cittadina di Zeewijk in Olanda, oltre la cittadina Toscana di Marina di Vecchiano, luogo di nascita di Tabucchi, maestro e spirito affine allo scrittore, sono i luoghi che fanno da protagonista al riandare della memoria. Descritti per pochi tratti, quasi manichei, i luoghi riflettono la personalità del protagonista e dipingono così una geografia della psiche dell’autore prima che fisica.

«In un caleidoscopio di piani temporali, di sensazioni, personaggi e luoghi differenti l’autore cerca quindi di fare rivivere un mondo che più non c’è»

In questi luoghi si muovono poi, come fantasmi, poche persone, curiose e pittoresche, come Peter, poeta amatoriale olandese- una delle poche compagnie nel Nord dell’autore- o la professoressa, interlocutrice privilegiata del romanzo, spesso evocata come rifugio dalla realtà, come alternativa al presente. Protagonista di una storia d’amore non limpida, nata in un’estate torrida e continuata a strappi, in lei l’autore vede forse il vero amore, un grande rimpianto.

Ma i personaggi in genere passano tutti veloci, quasi come sfondo in un dialogo continuo fra l’io e il paesaggio, depositario di una verità senza tempo e che si ripete uguale sin dall’infanzia. Compagni del protagonista si fanno allora le piante, le colline o le spiagge, con i loro silenziosi abitanti, come i talitri di Vecchiano o i japanse dansmug, i moscerini danzanti giapponesi, che accompagnano il protagonista dalla natìa Liguria sino ai polder del Mare del Nord, configurandosi quindi come lieve legame con la terra del passato e la felicità infantile.

In una lingua precisa e evocativa, propria di chi delle parole conosce il peso, Magliani percorre a ritroso il tempo, saltando fra presente e passato e seguendo il filo delle sensazioni e delle emozioni che i vari ricordi evocano a mano a mano.

In un caleidoscopio di piani temporali, di sensazioni, personaggi e luoghi differenti l’autore cerca quindi di fare rivivere un mondo che più non c’è. Come quella Corsica magica e lontana, resa tanto più reale proprio perché solo sfiorata e vista da lontano, il mondo di Magliani trova la sua forza nell’essere fatto di ellissi e fugaci impressioni. Riflesso di una personalità sensibile e multiforme, che cerca (e trova) il senso ultimo della vita nel suo semplice accadere, rifuggendo una visione teleologica, “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” è la commossa cronaca di una quête destinata – per mancanza di quello che Greimas definirebbe un “oggetto di valore” – a fallire.

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