La Istanbul di Pamuk e lo spleen d’Oriente

In una conferenza al Circolo dei lettori di Torino, le pagine di Orphan Pamuk ci raccontano la “città sospesa tra due mondi” in tutto il suo fascino ambiguo e decadente. 

_di Valentina De Carlo

Avete presente quell’inebriante sensazione di quando siete seduti comodamente, con un libro in mano, le pagine sottili e fragranti tra le dita, gli occhi che scorrono avidi sull’inchiostro, ma non si vedono più le lettere scritte nero su bianco e al loro posto compaiono mondi dai mille colori, profumi stranieri, paesaggi dai nuovi contorni? In una parola, si viaggia? Ogni volta una nuova destinazione è nascosta tra le pagine e stavolta il viaggio è repentino e fugace, giusto il tempo di arrivare, restare incuriositi, affascinati e tornare indietro, da dove siamo partiti, precisamente dalla sala grande del Circolo dei Lettori di Torino, dove in un’ora sospesa nella penombra e nel tempo, i giovani di EquiLibri d’Oriente ci hanno portato nella città emblema degli opposti: Istanbul.
A condurci tra le vie della megalopoli, sono le parole di Orhan Pamuk tratte dalle pagine del suo romanzo Istanbul appunto, letto dalla leggera e appassionata voce di due ragazze musulmane del gruppo di lettura.

Fin dalla prima parola veniamo catapulti sulle rive del Bosforo, in quel ponte tra Europa e Asia, tra occidente e oriente, tra passato e futuro che è la città. Pamuk, nato e cresciuto lì, ce la racconta attraverso lo sguardo del suo rapporto speciale con una città viva, pulsante, spirituale, una vera e propria entità che respira giorno e notte e che detta le leggi del tempo e dello spazio, creando una dimensione unica e inimitabile.

Alternando letture e commenti, attraversiamo i luoghi più conosciuti, così come le viuzze più sperdute e lontane, le periferie più remote. Intanto vengono proiettate fotografie magiche, che fanno da insostituibile sottofondo visivo alla lettura e che ci incantano: le case strette dai colori sgargianti, addossate le une alle altre, la vecchia cisterna sotterranea di epoca bizantina illuminata da luci scarlatte, la riva occidentale bagnata dal sole del mattino su cui svetta maestosa Santa Sofia, il Bosforo azzurro e scintillante, collante vitale di due culture.

«Con la sua scrittura intima, precisa, schietta, Pamuk ci mostra una città piena di fascino e di contraddizioni, in lotta con sé stessa e con il proprio passato»

Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul : la Roma d’Oriente racchiude tra i moderni edifici, le nuove tecnologie e il volto del presente, le tracce di un passato tanto glorioso quanto dimenticato. Le rovine dell’antica capitale dell’impero sorgono emarginate tra le strade affollate, vestite di sporcizia, di smog, di abbandono, defraudate del loro valore e della loro storia. Ingrigite dal tempo, escluse dai musei, ma perfettamente inglobate nella nuova struttura della capitale turca, fungono da guida ai viaggiatori che farebbero bene, ci dice Edmondo De Amicis nel suo capolavoro Costantinopoli del 1878, ad attraversale in solitudine per assaporarne meglio l’antico fascino e l’immensa tristezza.

Quella tristezza che per Pamuk riveste ogni angolo della città: le facciate dei palazzi fatiscenti, le moschee abbandonate, le strade deserte, il grigiore dei ponti e dei battelli, le colonne, le piazze, i mercati. Una tristezza evanescente che sa farti cadere nel dolore più profondo e allo stesso tempo tirarti fuori da esso e spingerti a ripartire: è l’hüzün. Lo spleen orientale che trasuda dalla città e che investe e contagia non solo i suoi abitanti, ma anche i suoi turisti, trasmettendo quella sensazione del lento incedere del tempo, dilatato, sospeso in una tazza di the che dura ore, in una passeggiata infinita e senza meta, in quello che è, come ci dice ancora De Amicis, uno spettacolo degno d’un canto d’Omero: Istanbul.

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