Fauna urbana resistente: uno sguardo su XM24

Dopo 15 anni di attività, uno dei centri sociali più conosciuti di Bologna si trova sotto la minaccia di sgombero: abbiamo provato a fare una panoramica dei progetti nati tra le mura di via Fioravanti, per toccare con mano una realtà troppo spesso raccontata in maniera approssimativa dai media tradizionali. “L’altra città esiste” recita lo slogan militante: noi l’abbiamo visitata. 

testo a cura di Yannick Aiani

fotografie di Carol Alabrese

Esiste a Bologna un sottilissimo filo di ironia, che collega tra loro i destini degli edifici immersi nel magma di un tessuto urbano in perenne divenire: ci eravamo abituati a vedere caserme tramutarsi in spazi occupati, ora il ciclo sembra proporsi a ritroso. Il 25 gennaio, pochi giorni prima del suo quindicesimo compleanno, il centro sociale XM24 si è visto consegnare lo sfratto, firmato dal settore Edilizia e Patrimonio del comune emiliano: una decisione – secondo il documento –presa nell’ottica di una riqualificazione del complesso edilizio. Ad incendiare ulteriormente gli animi degli occupanti, sono state le dichiarazioni successive del sindaco Virginio Merola, il quale ha ventilato l’ipotesi di costruire una caserma dei Carabinieri proprio lì, al posto di XM. Si è scatenato un putiferio, durante un mese in cui il contrasto tra collettivi di sinistra e Comune ha raggiunto punti critici. E, per quanto l’ipotesi-caserma sia tramontata, l’ingiunzione di sfratto rimane effettiva, come una spada di Damocle a pendere sul capo degli attivisti.

XM sì, XM no

Le critiche e gli attacchi al centro sociale di via Fioravanti non sono una prerogativa di questo breve periodo: senza andare troppo indietro nel tempo, già lo scorso novembre 300 residenti della Bolognina avevano firmato una petizione chiedendo lo sgombero e la ricollocazione del CSA, lamentando problemi di degrado e schiamazzi. La protesta era stata appoggiata subito dallo schieramento locale del centro-destra, accogliendo – una volta presentata in Consiglio comunale – anche il favore della giunta PD: le dichiarazioni del capogruppo Claudio Mazzanti già facevano intendere un cambio di rotta, dal momento in cui – secondo il consigliere – “non c’è più compatibilità con il contesto urbano e va valutato lo spostamento”. Tutti segnali dell’imminente ingiunzione di sfratto; anche perché, va ricordato, la convenzione del centro sociale sarebbe scaduta nel dicembre 2016. Va da sé che la decisione è stata appoggiata da tutte le forze politiche consiliari, con l’eccezione di Coalizione civica, secondo i cui rappresentanti “le attività svolte all’XM24 sono preziose innanzitutto per il contesto urbano in cui si ritrova”. A favore dello spostamento si è espresso anche il presidente di quartiere, in quota Partito democratico, e il Comitato Vivere Navile (per i non-bolognesi, il Navile è il macro-quartiere nel quale è inserita la Bolognina).

A difesa di XM, oltre agli attivisti dei centri sociali e dei movimenti di lotta bolognesi, si è schierato anche il collettivo Wu Ming: i tre scrittori, uno dei quali risiede proprio alla Bolognina, hanno replicato alle accuse mosse dalle forze politiche nella maniera per loro più usuale, con un lungo post nel blog Giap, ripercorrendo la storia dell’occupazione di via Fioravanti 24 e non lesinando critiche alle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi 15 anni. Radio Città Fujiko, emittente della città felsinea, ha sottolineato in un comunicato l’esistenza di un discorso ingiustamente denigratorio nei confronti degli occupanti, i quali erano stati accusati precedentemente dal Resto del Carlino di morosità (accuse poi rivelatesi infondate). Sull’onda dell’annuncio di sfratto, una partecipata assemblea (si parla di centinaia di presenti) si è tenuta a XM l’8 febbraio: lo stesso centro sociale, serrando le fila, ha avviato la campagna IloveXM24, raccogliendo sul proprio sito tutti i comunicati di solidarietà ricevuti.

Partendo da questi fatti, abbiamo capito che – anziché inserirsi nello scontro dialettico e prendere posizione – era necessario osservare da vicino la realtà di via Fioravanti 24, per capire il luogo e le sue peculiarità, tratti interessanti e possibili criticità. Solo immergendoci fino ai capelli, senza tapparci il naso, potevamo davvero fornire – specialmente a chi non vive la propria quotidianità a Bologna – le storie, le immagini e le realtà che vi ruotano attorno.

Tra degrado e gentrificazione: uno sguardo sulla Bolognina

Non vi è alcun dubbio che, se mai esistesse un concorso per eleggere il quartiere più discusso e criticato del capoluogo emiliano, sarebbe la Bolognina ad ottenere a mani basse l’ambito premio: degrado, criminalità e violenza sono gli epiteti che vanno per la maggiore nei giornali locali, quando si tratta di descrivere la vita a nord della Stazione centrale. Spicchio meridionale del quartiere Navile, la Bolognina – sin dalla sua nascita, nel penultimo decennio del 1800 – rappresentò il cuore rosso della città che riuscì ad unire comunismo e consumismo, divenendo uno dei fulcri territoriali delle lotte operaie, della Resistenza e dell’autonomia negli anni ’70. Nel 1989, la “piccola Bologna” passò definitivamente alla storia, divenendo teatro della nota svolta del PCI: singolare che fosse proprio il quartiere operaio per eccellenza a simboleggiare la fine del più importante partito comunista occidentale. Se va ricercata una cesura nella sua storia, questa si colloca probabilmente tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90: coerentemente con le storie di molti altri quartieri popolari, allo svuotamento e alla delocalizzazione delle fabbriche seguì una forte immigrazione, che oggi rende la Bolognina il quartiere multiculturale par excellence. Le condizioni di povertà in cui vive una percentuale consistente degli abitanti hanno permesso alla criminalità organizzata di trovare facilmente manovalanza per lo spaccio di droga, collocato principalmente nelle vie adiacenti a Piazza dell’Unità; l’aumento della criminalità nel quartiere è stato altresì fortemente sottolineato dalla stampa locale (Resto del Carlino e Corriere di Bologna). Tentando di risolvere tali criticità, il sindaco Merola ha emesso nel 2016 un’ordinanza anti-alcol, vietando la vendita di alcolici dopo le ore 22 in tutto il quartiere; le iniziative dei comitati di quartiere hanno visto passare in rassegna ronde notturne, auto-tassazioni per stipendiare guardie giurate nel quartiere, l’installazione di 28 telecamere di sicurezza e la creazione di un numero per segnalare via chat situazioni di criminalità. Nell’ottica quindi di una “lotta per il decoro”, secondo amministrazione e comitati, XM favorirebbe (più o meno direttamente) la situazione di degrado e criminalità, risultando incompatibile con il quartiere nel quale è situato. Oltre a ciò, secondo Merola, lo spazio autogestito seguirebbe schemi di autoreferenzialità e privatizzazione: paradossalmente, si tratta delle stesse accuse rivolte dai collettivi al Comune.

Ma, esattamente, in che punto la storia di XM24 si inserisce nella Bolognina?

Torniamo indietro col calendario, fino al 2002, quando – nel corso dell’unica amministrazione bolognese di centro-destra (con sindaco Guazzaloca) – gli attivisti di Contropiani concordarono con il Comune il trasferimento delle loro attività da via Ranzani a via Fioravanti. Il nuovo spazio venne battezzato XM – come ex-mercato (fino ad otto anni prima, era la sede del mercato ortofrutticolo) – 24 (il numero civico del neonato centro sociale). Nel 2013, lo spazio rischiò una demolizione parziale della struttura, nell’ambito della realizzazione di una rotonda (il civico 24 si trova proprio all’incrocio tra via Fioravanti, via Bolognese e via Gobetti): per sventare il rischio, fu Blu a fare da deus ex machina, realizzando sull’ala del centro sociale il murale Occupy Mordor (cancellato in seguito dallo stesso artista, in segno di protesta contro la mostra sulla street-art a Bologna).

Tuttavia, negli ultimi 15 anni, a cambiare non è stato solo XM, ma anche – in modo tendenzialmente opposto – via Fioravanti. Posta perpendicolarmente rispetto a via De’ Carracci e lunga poco più di 500 metri, questo piccolo osso dello scheletro urbano bolognese conduce i passanti dalla Stazione FF.SS. sino al cuore del quartiere.

Appena imboccata la via, si staglia sulla nostra sinistra un primo gigante: il Nuovo Parcheggio Stazione, un multipiano la cui capienza arriva fino a 800 posti auto. Una volta superato questo, a frapporsi tra noi e il Sole che tramonta sono i nuovi palazzi del Comune, realizzati dall’architetto Cucinella e inaugurati nel 2008.

Proprio di fronte ai palazzi comunali, letteralmente dall’altra parte della strada, non possiamo non notare l’ombra dell’exsede Telecom. Rimasta sfitta per quindici anni, nel 2014 venne occupata da circa 300 sfrattati, mobilitati dal collettivo Social Log: un anno dopo, la struttura – di proprietà d’un fondo immobiliare – fu sgomberata da un massiccio intervento del Reparto mobile di Bologna. L’assenza di assistenti sociali, i metodi adoperati dalle forze di polizia e la presenza di 100 minorenni nell’edificio provocarono furiose polemiche e un assembramento non indifferente di manifestanti solidali con gli occupati. Oggi, di queste polemiche non rimane neppure l’eco: restano solo le vetrate opache dell’ex-Telecom, ora ceduto al gruppo olandese The Student Hotel, per una cifra oscillante tra i 30 e i 35 milioni di euro. La catena – fondata dallo scozzese Mc Gregor – si sta espandendo in Europa occidentale, costruendo hotel per studenti e turisti: nello specifico, la struttura di via Fioravanti riaprirà nel settembre 2018, con un restyling integrale e la realizzazione di 400 stanze, tra camere monolocali e servizi. Il progetto è stato criticato dai Wu Ming, in quanto componente di un processo di gentrificazione in via Fioravanti: il dato oggettivo, ad ogni modo, è che la struttura studentesca sarà fruibile solo a studenti con ampie possibilità economiche (una notte nella struttura di Amsterdam costa, se prenotata con largo anticipo, 90 euro).

Attraversando verso ovest gli edifici comunali, si giunge all’area dell’ex mercato ortofrutticolo, di cui XM24 rappresenta solamente una piccola propaggine a nord-est (appunto, al termine di via Fioravanti). Dieci anni fa, il Comune emise un bando per la costruzione di 300 alloggi destinati all’edilizia sociale, locati proprio su quell’enorme terreno; malgrado il bando andato deserto, Merola (allora assessore all’urbanistica) riuscì a vendere a Valdadige Costruzioni 55mila metri quadri. Il progetto, oltre agli alloggi sociali della Trilogia Navile, avrebbe dovuto comprendere un parco, una scuola, un poliambulatorio ed uno studentato. Nel 2017, l’unico edificio realizzato del progetto – se si esclude un primo lotto di appartamenti (dal costo di 4000 euro al metro quadrato) – risulta essere lo studentato Fioravanti, definito dai giornali una cattedrale nel deserto di un comparto incompiuto. Dal 2014 a oggi, tutte le ditte coinvolte nella costruzione – da Valdadige Costruttori alla Cesi di Imola, passando per Coop Costruzioni – hanno dichiarato fallimento; non potendo più pagare gli oneri di urbanizzazione (riguardanti l’urbanistica stradale), il Comune ha dovuto intervenire con un finanziamento pubblico di 3 milioni. Attualmente, la zona della Trilogia è riassumibile in un cumulo di detriti; a inizio 2016, la Procura bolognese ha anche aperto un’inchiesta per gestione di rifiuti non autorizzata, avvenuta in un lotto vicino a via Gobetti.

Riassumendo, potremmo dire che la panoramica sulla Bolognina ci offre l’immagine di un quartiere abitato da anime e realtà diverse, attraversato da processi e progetti costruiti dall’alto o dal basso, non certo assente da criticità. Ma – come detto in precedenza – anziché decidere di dare o meno la “patente di compatibilità” a XM24, abbiamo deciso di provare a capire meglio quali siano le realtà che orbitano attorno a questo spazio e quali le attività svolte.

Un comodo assist per comprendere e analizzare meglio il “mondo-XM” ci è arrivato sabato 4 marzo, quando le realtà di autogestione bolognesi hanno organizzato una giornata, denominata “L’altra città esiste”, in sostegno alla causa del centro sociale. Le iniziative sono state organizzate in vari quartieri della città, con una maggiore concentrazione nel nord-est bolognese. Sfortunatamente sprovvisti del dono dell’ubiquità, abbiamo deciso di passare la giornata alla Bolognina (stando perlopiù in Piazza dell’Unità), dove tra l’altro – non casualmente – si svolgeva la maggior parte degli incontri.

Voci dalla piazza: la giornata del 4 marzo

Quando arriviamo a Piazza dell’Unità, in tarda mattinata, il cielo preannuncia già tempesta: fortunatamente, si tratterà di un falso allarme, sfociato in qualche sparuta goccia. Non sono invece sparuti i gruppi di persone che si trovano a popolare la piazza, tra il campo di basket all’aperto e i gazebo che gli fan da contorno. La prima scena che ci si para davanti è quella di un allenamento collettivo di boxe, gestito dai ragazzi della Palestra popolare Teofilo Stevenson: ne approfittiamo per chiedere ad Alessandro, referente della Stevenson, più informazioni sulla loro realtà, sullo sport popolare a Bologna e sul rapporto che intercorre tra loro e XM24.

Alessandro: “Allora, la Palestra Stevenson nasce a XM24, nel novembre 2014. Nasce dall’esigenza di alcune persone di praticare uno sport, ma soprattutto di praticarlo con determinati valori: antifascismo, antirazzismo e antisessismo, che sono quelli che ci rappresentano. Ci ispiriamo ai valori della rivoluzione cubana [Teofilo Stevenson fu un pugile cubano che, malgrado i 3 ori olimpici conquistati, si rifiutò di passare alla carriera professionistica e che non accettò 5 milioni di dollari per combattere contro Muhammad Alì, in nome dei propri valori, ndR] e al modello sportivo cubano, laddove l’attività sportiva è legata allo studio e alla crescita personale. Abbiamo trovato uno spazio proprio a XM, prima nella Palestrina (dove si svolgono anche i corsi di tessuti aerei e yoga); poi, col tempo, da un gioco di cinque compagni, la Stevenson è diventata una realtà, che ha organizzato eventi di sport popolare, in cui si pratica pugilato a livello amatoriale, in modo da dare a tutti la possibilità di salire sul ring. Nell’ultimo anno, siamo riusciti a far combattere a livello agonistico, con la Federazione pugilistica italiana, un paio di atleti. Siamo infine una Palestra totalmente gratuita, autogestita e autofinanziata, grazie alle iniziative che organizziamo.”

Alle spalle di Alessandro e dei pugili, sul campo in cemento varie squadre improvvisate si sfidano a basket, davanti ad uno striscione, firmato Il Grinta Asd: dietro un canestro, abbiamo la possibilità di rivolgere qualche domanda anche al referente di questa associazione.

“Come associazione, nasciamo tre anni fa, partendo dallo spazio del Circolo Arci Guernelli, nel quartiere San Donato; a livello informale, invece, nasciamo nei Mondiali Antirazzisti, capendo l’importanza dello sport popolare come modalità inclusiva e d’integrazione per abbattere barriere linguistiche, culturali e biografiche. L’idea di fondare l’associazione, comunque, nacque proprio durante una serata a XM24, luogo frequentato da molti di noi. Tra l’altro, siamo solidali verso XM in quanto ci troviamo ambedue ad adoperare pratiche di autogestione: devo dire che, ogniqualvolta qualcuno portava un progetto di autogestione, ha sempre trovato spazio in XM. È una fucina di idee e percorsi, che spesso – una volta “svezzati” – escono da lì per trovare i propri spazi, non dimenticando l’esperienza di autogestione acquisita, ma anzi volendo contaminare e mescolarsi alla città. Il Grinta Asd ha tre squadre diverse (una di calcio a 5, una di basket e una di pallavolo), le cui pratiche sono tutte legate allo sport popolare (antifascismo, antirazzismo, antisessismo), permettendo di giocare a chiunque voglia, con prezzi popolari e in alcuni casi (ad esempio, gli atleti provenienti dallo SPRAR) gratuiti. Chiaramente, i prezzi popolari servono a permetterci di pagare le palestre che utilizziamo a pagamento, per pallavolo e basket. Abbiamo fatto molte iniziative, non ultima delle quali il Torneo Dimondi di calcio a 5, che coinvolge sedici squadre nella città: squadre composte da rifugiati e richiedenti asilo, da collettivi provenienti da centri sociali (Atlantide) e da persone disabili. Ci sono anche squadre femminili e squadre miste: insomma, c’è tanta eterogeneità. In ogni giornata, una squadra si prende l’onere di trovare tutti gli spazi per le otto partite; si organizza il terzo tempo per conoscersi dopo la partita; vengono dati anche altri premi oltre a quello del campionato (come il premio Presa Bene).”

Pare, confrontando ciò con le dichiarazioni di Alessandro, che lo sport popolare sia diventato una realtà solida a Bologna a partire dal 2014: è una sensazione confermata da tutti i nostri interlocutori. Negli ultimi anni sembra essere aumentata la consapevolezza all’interno dello sport popolare, laddove – perlomeno a Bologna – le varie realtà autogestite hanno iniziato a “fare rete”. Me lo conferma Valeria, vicepresidente dei Cinghiali del Setta, associazione di rugby popolare.

Valeria: “I Cinghiali nascono in montagna, da sei persone con lo spirito partigiano e montanaro. Molta gente ha iniziato ad unirsi e a quel punto siamo diventati una vera e propria storia di rugby, autogestito e popolare. Tre anni fa abbiamo anche fondato una squadra femminile e abbiamo deciso di scendere a Bologna, dove ci sono molte realtà di rugby non popolare: da quest’anno ci alleniamo al campo del Pizzoli. Ora la nostra anima è diventata la zona Navile e per noi XM è un punto importantissimo in un quartiere che si sta svuotando da qualsiasi tipo di attività. La Bolognina potrebbe offrire moltissimo, ha molte anime, ma poca comunicazione tra loro: tale mancanza fa creare fraintendimenti, ma in realtà è palese come l’anima degli abitanti della Bolognina sia molto sociale, per tradizione. XM è un punto nevralgico della socialità del quartiere, eppure, per colpa di un giornalismo fazioso che accomuna a XM tutti gli avvenimenti criminali che possano avvenire nella zona, la percezione delle persone che non vivono il centro sociale o il quartiere cambia decisamente. Al punto che si finiscono per dimenticare esperienze come la Scuola italiana per migranti o gli sportelli medico-giuridici.”

Mentre siamo impegnati a digerire un pranzo sociale a base di pasta, sugo e olive, la piazza si riempie ulteriormente: arrivano gli attivisti di Social Log, le femministe della rete Non Una di Meno e, vicino alle panche disposte per il pranzo, vengono montati i primi gazebo. Dietro di noi, all’angolo della piazza vicino a via Ferrarese, un gruppetto di persone sistema alcune corde sugli alberi: sono i ragazzi di Tessuti aerei, le cui attività si tengono settimanalmente in via Fioravanti, 24. Mentre alcune ragazze ondeggiano, sospese in aria, riusciamo a scambiare due parole con Costa, trottola umana dotata di t-shirt nera e bandana, sempre impegnato a lanciare funi sugli incroci dei tronchi o a camminare in equilibrio su una corda sospesa. I tre minuti che ci ha concesso probabilmente hanno costituito l’unico lasso di tempo nel quale sia rimasto fermo.

Costa: “Fondamentalmente, XM ha partorito i primi corsi di tessuto aereo, gratuitamente, nei suoi primi anni di vita. Io non ero ancora arrivato: all’epoca mi pare che il collettivo che gestisse ciò si chiamasse il Melograno. Nel 2005-06 arrivò una ragazza brasiliana, che vide i tessuti appesi e – avendo già esperienza – fece partire i corsi di tessuti aerei a XM. Nel 2009, questo corso non veniva più organizzato; io entrai nella palestra di XM e, avendo imparato a fare tessuti aerei, iniziai a condurre un nuovo corso. Quando nel 2012 dovevano essere abbattute la palestra e la cucina di XM24, per fare spazio alla nuova rotonda, abbiamo aperto gratuitamente il corso a tutti i partecipanti che volessero partecipare. Dal 2016 poi io sono passato alle Fucine Vulcaniche, ma il corso a XM, gestito da miei allievi, è continuato, assicurando sempre la gratuità a tutti gli iscritti.”

Abbiamo appena finito di registrare l’intervista, quando i tintinnii dei campanelli invadono la piazza: la biciclettata solidale – partita da via Fioravanti – passa accanto ai gazebo, tra applausi e bandiere sventolate. Nel frattempo, mentre le allieve del corso di tessuti aerei si stanno esibendo, dai gazebo arriva il profumo dei dolci e del the marocchino; poiché a breve si terrà un’assemblea pubblica, approfittiamo del breve intervallo per raggiungere il Parco della Zucca, a 5 minuti di distanza da Piazza dell’Unità. Accovacciati sull’erba, vari gruppetti provano a realizzare rudimentali strumenti musicali, ingegnandosi con lattine, rami, sassolini e coltellini svizzeri. L’autocostruzione dura fino al tramonto, quando il piccolo corteo musicante si dirigerà verso la piazza, riunendosi al grosso dei partecipanti della giornata.

Infine, ci dirigiamo – per la prima volta – verso via Fioravanti: all’incrocio con via Gobetti, davanti alle mura di XM, si sta ancora tenendo il mercato di Campi Aperti. Il grosso delle persone affluite si trova già all’interno del centro sociale: noi, incuriositi dai piccoli stand, ci fermiamo per parlare con il presidente di Campi Aperti, Pierpaolo Lanzarini, il quale prova a darci una panoramica generale.

Come si sviluppa e com’è organizzata Campi Aperti, a Bologna?

Pierpaolo: “Campi Aperti gestisce 6 mercati contadini a Bologna, che si caratterizzano per una gestione partecipata: fondamentalmente, da noi vige sovrana l’assemblea, nella quale coinvolgiamo anche i produttori. Questi ultimi vengono selezionati sulla base di caratteristiche, quali la produzione biologica o biodinamica, il rispetto dell’ambiente, dei cicli naturali, del lavoro. Quindi un’agricoltura contadina che privilegi il lavoro umano e in questo suo lavoro è anche attenta alla qualità e ai diritti dei lavoratori. Chi chiede di entrare in Campi Aperti si sottopone alla visita proposta dall’assemblea: viene un produttore dell’assemblea per lo stesso tipo del produttore che vuole entrare (ortolano per ortolano, ecc) e chiunque può aderire. A questo punto si attiva un percorso, in cui la visita serve a valutare se questa persona rispetta gli standard di Campi Aperti.”

Ovviamente, le criticità a cui dovete far fronte non sono poche…

Pierpaolo: “Noi rappresentiamo in qualche maniera una forma di resistenza ad un modello agricolo imposto dalle forze politiche attuali. Siamo di fronte ad un panorama agricolo che sta trasformando l’agricoltura in agricoltura industriale e ci stiamo lottando contro: siamo una resistenza contro scelte politiche che penalizzano la media e piccola agricoltura. La politica agricola nazionale rimane improntata verso un agricoltura di grandi estensioni con grandi quantitativi di prodotto standardizzato, a bassa qualità e a basso prezzo. Per quanto l’Europa spenda metà del proprio bilancio in agricoltura, la gran parte di questo investimento è diretto all’agricoltura industriale.”

Un problema non indifferente è costituito però dalla “brandizzazione” del biologico e dai prezzi certamente non popolari.

Pierpaolo: “Noi stiamo attenti riguardo a ciò: facciamo fatica a fare una politica di prezzi che riduca i costi, ma stiamo cercando di contenerli. I nostri prezzi sono decisi in assemblea, cercando di tener presente questo problema, visto che ce lo stiamo ponendo. Stiamo provando ad avvicinare il più possibile il cibo buono e sano a tutte la fasce di reddito. Lo sforzo lo stiamo facendo, non sempre i prezzi popolari, ma bisogna chiedersi come fanno i grandi distributori a fare prezzi così bassi: cosa si perde? La qualità. Se io pago 50 centesimi al chilo di spinaci surgelati, qualcosa non torna: chi ha pagato la differenza? Il lavoratore sfruttato in campo, nell’industria e nel supermercato, oltre alla qualità del prodotto.  E la paga anche il consumatore, con le sostanze che assume; la paga,naturalmente, anche l’ambiente ed il campo. Noi paghiamo la riparazione di disastri ambientali con le tasse anche per questo.”

Ma, esattamente, da dove nasce il rapporto tra Campi Aperti e XM24?

Pierpaolo: “XM è stato il posto in cui Campi Aperti sono nati: uno spazio libero, autogestito, in cui questa realtà poteva formarsi prima ancora della nascita delle leggi che li regolamentassero. Questa associazione è nata in rapporto coi collettivi che erano già in XM e che hanno accettato questa proposta.”

Pur trascorrendo l’intera giornata nel quartiere, siamo riusciti a documentare solo una percentuale delle attività svolte: sono bastate, però, le ore passate in Piazza dell’Unità a farci rendere conto della fitta rete di collettivi e associazioni presenti. Lo zoccolo duro dello sport popolare è risultato particolarmente visibile, ma gli ambiti d’interesse delle realtà esistenti ruotano attorno ai più variegati temi. In questa rete solidale, soggetti e collettivi nati all’interno di XM (Palestra Stevenson, Tessuti Aerei e Campi Aperti) si interfacciano con altre realtà solidali, provenienti da circoli o spazi occupati. Portare un elenco di tutti gli attori diverrebbe opera enciclopedica, più che giornalistica: possiamo solo accontentarci di focalizzarci su alcune realtà e provare a ritrarle.

Se, in sostanza, la giornata del 4 marzo ha avuto un ruolo introduttivo – nel presentarci parte delle anime che si intrecciano a XM24 – abbiamo capito allo stesso tempo che non potevamo riportare fedelmente le realtà che vivono lo spazio occupato, senza entrare dalle porte di via Fioravanti, 24.

Anime in movimento: dentro XM24

Entrare fisicamente dentro XM24 significa, in primo luogo, comprendere la biodiversità della fauna che attraversa e vive lo spazio di via Fioravanti. A colpire l’osservatore è la mancanza di un gruppo egemone che raccolga e sussuma tutti i collettivi presenti: le varie realtà agiscono in libertà, ponendo come unico meccanismo decisionale la forma dell’assemblea. Si svolge quindi, con cadenza settimanale, un’assemblea generale, a cui partecipano alcuni membri di ogni collettivo: proprio all’interno di essa, al termine di un uggioso martedì tardo-invernale, proponiamo l’idea di un reportage, chiedendo di poter riprendere le varie attività che si ripropongono settimanalmente. Ma la forma assembleare, come già anticipato nelle precedenti interviste, esiste anche in forma “micro”, all’interno di ogni singola realtà: non solo come organo decisionale, ma anche in quanto spazio di confronto, dialogo e critica.

Dopo il termine dell’assemblea, iniziamo a ficcare il naso nella realtà variegata di XM: la prima persona con cui dialoghiamo è Davide, referente del Collettivo Antipsichiatria Masetti. Per intervistarlo, scendiamo in un piano interrato, da dove si accede ad una stanza utilizzata dalla Scuola Italiana Migranti per le lezioni e al laboratorio per la stampa serigrafica di SeryXM. Tra le tante attrezzature utilizzate per la stampa, cerchiamo di capire meglio come si muova questa realtà:

Puoi riassumere la storia del collettivo? Quando ha inizio questa esperienza?

Davide: “Io frequento Xm da 10 anni, ma il Collettivo di Antipsichiatria è nato poco tempo fa: è relativamente giovane, anche se i compagni facevano a modo loro antipsichiatria privatamente. Per antipsichiatria, si intende la lotta contro gli abusi di una pseudoscienza psichiatrica che in realtà non ha alcuna corrispondenza scientifica. Quindi ci siamo formati un anno e mezzo fa, in occasione di un assemblea del movimento antipsichiatrico italiano, che si riunisce sotto la sigla dei telefoni viola e ci siamo costituiti qui. Dopo un anno di attività ci siamo dati il nome del compagno anarchico Augusto Masetti, nato a Sala Bolognese, che anziché partire per la Libia sparò per protesta al suo colonnello, diventando il simbolo delle lotte antimilitariste: poi, non volendo ucciderlo per paura di farne un martire, venne fatto arrestare come malato psichiatrico, causando la nascita di una importante mobilitazione.”

Scendendo nel pratico, quali sono (o sono state) le vostre attività?

Davide: “Agire in questi contesti diventa un fatto molto profondo e difficile, a livello politico e a livello umano: il dolore provato non è solo quello di chi vive la condizione, ma anche di chi gli sta intorno e deve affrontarne gli effetti. La malattia psichiatrica è infatti una condizione sicuramente incompatibile col sistema di capitalismo avanzato come il nostro, mentre le comunità precedenti in qualche modo tentavano di salvaguardare queste particolarità psichiche (come la figura dello scemo del villaggio, che in alcune culture diveniva il più saggio). Nel pratico, facciamo due cose: una linea teorica di controinformazione alla psichiatria e interventi pratici. Si intende dare un aiuto concreto alle persone che ci chiedono aiuto rispetto agli abusi psichiatrici, cercando di terminare le terapie obbligatorie o di scalare i farmaci. Altre persone ci chiedono aiuto perché stanno nelle salute di coercizione (CSM, reparti di psichiatria dell’ospedale, comunità di recupero): per la Costituzione, ognuno dovrebbe essere libero di scegliere la propria terapia, cosa che viene contraddetta dalla psichiatria. Siamo contrario agli abusi psichiatrici, non all’utilizzo di farmaci; agiamo in XM, in collaborazione con Lab57 e, al di fuori, con il Collettivo Artaud di Pisa. Ci troviamo settimanalmente, a volte accompagniamo le persone a riunioni con psichiatri, per supportare ed evitare gli abusi. Talvolta veniamo contattati telefonicamente, agendo da linea d’ascolto.”

In questo percorso, seppur ancora agli inizi, quali sono state le criticità maggiori?

Davide: “Purtroppo, uno dei problemi è che non siamo ancora riusciti ad avere uno sportello consolidato e a diffonderlo: molto spesso le persone che si rivolgono a noi non sono indipendenti. Essendo Bologna una città molto critica, soprattutto dall’uso delle sostanze e per quello che riguarda queste terapie, ci vengono passati alcuni casi critici dai telefoni viola. Non abbiamo mai avuto la tranquillità per aprire uno sportello, perché abbiamo sempre avuto casi emergenziali (come persone che stavano per essere sottoposte a TSO): è una pecca, ma sicuramente è una pecca di bontà.”

 

Dopo pochi giorni, ci siamo re-immersi nel magma ribollente di via Fioravanti, per intervistare i ragazzi della Scuola di Italiano per i Migranti (da qui in poi, useremo l’acronimo SIM) e la realtà dello Sportello medico-giuridico Mederì. Arrivati poco prima del tramonto, ci imbattiamo subito nella lezione di Tessuti aerei e nell’allenamento di pugilato della Palestra Stevenson.

Indagando la realtà della SIM (nata quasi contemporaneamente all’occupazione di via Fioravanti), abbiamo avuto la possibilità di confrontarci approfonditamente con questo mondo: se negli altri casi ci eravamo trovati a intervistare un referente o piccoli gruppi di persone, in questo caso sono gli stessi “allievi” della scuola – su proposta delle “insegnanti che gestiscono le lezioni” – ad accettare di mettersi in gioco, sedendosi ad un tavolo posto al di fuori della stanza usata per le lezioni di italiano. Il confronto ci ha impegnato per quasi un’ora: questo perché, al di là del maggior numero di persone, abbiamo deciso di dare spazio non solo alla classica dialettica domanda-risposta, ma anche ad interventi autobiografici e di presentazione, condividendo esperienze e percorsi di vita diversi tra loro. Difatti, quasi tutti i partecipanti alla SIM seduti al tavolo, migranti provenienti da Africa e Asia, hanno deciso di raccontare la propria esperienza con XM24 e la Scuola. Malgrado la maggior parte dei ragazzi frequentino la SIM da pochi mesi – e molti di essi siano arrivati recentemente in Italia – tutti gli interventi sono stati articolati in un italiano assolutamente comprensibile.

Volevo porvi due domande parallele. La prima è rivolta a chi frequenta la SIM: come trovate questa realtà e cosa vi offre? Mentre la seconda riguarda le ragazze del collettivo: da cosa e in che modo è nata la volontà di creare questa esperienza?

Ilham: “Io vengo dal Marocco, sono qui in Italia da tre mesi, in questa scuola da uno e ci vengo due volte ogni settimana [le lezioni alla SIM si tengono il lunedì e il mercoledì, ndR]. Penso che questa scuola tratti bene gli studenti, non conta da dove vieni (se dall’Africa, dall’Asia o da altri posti). La prima cosa è che, al contrario delle altre scuole, qui nessuno chiede dei soldi per studiare o controlla i documenti: ciò è molto importante, soprattutto per chi non è un immigrato regolare. Io qui posso parlare con altri migranti e non mi sento straniera rispetto a nessuno. Non ci sono le classiche lezioni in cui ti insegnano solo la grammatica: qui ogni studente può parlare dei suoi problemi (mancanza di soldi, stipendi non pagati, eccetera), vieni ascoltato fino in fondo, puoi parlare e pensare come vuoi. Poi, a me piace vedere insegnanti così giovani, che hanno molta più voglia di confrontarsi con noi, rispetto alle scuole “ufficiali”.

Nur: “Io mi chiamo Nur, vengo dalla Somalia. La prima volta in cui sono venuto qua, alla Scuola, è stato questo febbraio, grazie al mio amico, Omar. Lui mi ha chiamato alla Scuola di Italiano per Migranti, e ho iniziato – anche se già lavoravo – a seguire le lezioni. Prima non parlavo italiano e non potevo capire: adesso riesco a parlare un po’ di lingua e a capire parte di quello che sento. Ma, con un po’ di tempo, penso che riuscirò a parlare bene, a capire e a farmi capire”.

Camilla: “Potete dire anche se c’è stato qualcosa di negativo, all’interno della Scuola…”

Ilham: “Di negativo, c’è il fatto che le lezioni siano solo due giorni alla settimana!” [ride]     

Abdulai: “Ciao a tutti, io sono Abdulai e vengo dalla Guinea Conaktry. Sono arrivato in Italia, proprio qui a Bologna, da quattro mesi. Arrivato qua Italia, parlavo solo in inglese e nella mia lingua; adesso, quando vado a scuola a prendere lezioni e a studiare, riesco ad esprimermi anche in italiano”.

Youssif: “Ciao, io mi chiamo Youssif e sono in Italia da 4 mesi: vengo dalla Costa d’Avorio. Siamo venuti qua per la prima volta accompagnati dagli operatori, lo scorso dicembre. Mi trovo molto bene nella scuola, con insegnanti fantastici e buone lezioni”.

Youki: “Io sono di Kyoto. Ho studiato italiano per due anni, da studente, in Giappone: ho deciso di venire in Italia proprio a causa dello studio. Sono arrivato lo scorso novembre: prima sono stato a Lucca per due mesi, poi mi sono trasferito qui a Bologna, ad inizio gennaio. Ora frequento la SIM, per migliorare la lingua: in futuro, mi piacerebbe poter lavorare in Italia, magari nel settore turistico”.

Said: “Ciao a tutti, io sono Said: sono venuto in Italia nel 2008, dal Marocco. Appena arrivato qui, ho scoperto subito XM24 e sono stato molto fortunato, perché qui ci sono tante persone che aiutano noi stranieri. Prima di arrivare qui, io aggiustavo bici in Marocco: quando ho scoperto XM, ho subito trovato la Ciclofficina ed è stata un’altra fortuna per me. Però prima non avevo i documenti, né un lavoro: sono stato fortunato a trovare amici che mi hanno ospitato e mi hanno dato da mangiare. Per due anni non riuscivo a trovare lavoro, la polizia mi fermava e mi hanno anche dato il foglio di via; non avevo difficoltà a trovare lavoro per aggiustare le bici, ma senza documenti non venivo assunto. Per questo, ho fatto la domanda per il permesso nel 2009, ma senza i documenti era impossibile: nel 2012 ho rifatto la domanda e finalmente sono stato messo in regola. Adesso mi piace stare qua in Italia, mentre prima ero molto arrabbiato per la situazione e l’odio verso gli stranieri. Qua ci sono molti avvocati che ci aiutano (anche solo per i documenti); molte persone italiane perdono giorni e giorni per noi, anche per darci una mano per la lingua. Il punto è che se non parli bene italiano, non conta il curriculum: nessuno ti assumerà. Vivere in Italia per uno straniero è difficilissimo: io sono stato molto fortunato e, anche grazie al lavoro, ho imparato a parlare l’italiano”.

E riguardo allo sgombero annunciato?

Said: “Speriamo davvero che non sgomberino XM, che siano solo chiacchiere, perché è un luogo importante per noi: manifesteremo, protesteremo contro questo sgombero. Mi piacerebbe manifestare sempre, ma ad ogni manifestazione, appena vengo visto, sono sempre fermato e mi viene chiesto il documento. Quindi ci sto lontano, per non finire nei guai; è una situazione difficile.  Qui a XM non vieni discriminato. Non hai i documenti? Non importa, puoi sederti su una sedia come tutti gli altri e parlare, imparare, confrontarti. In tutti gli altri spazi, non è possibile”.

Camilla: “Io sono Camilla, vengo da Trento e mi sono trasferita a Bologna nel 2015: avevo degli amici che facevano parte della SIM, quindi ne avevo sentito parlare prima ancora di trasferirmi qui. Mi piaceva molto provare una scuola che fosse diversa dal solito: non un servizio offerto a persone in difficoltà, ma un collettivo che cerca – con tutte le difficoltà che ci possono essere – di essere orizzontale. Siamo tutti parte di questo spazio, autogestito tramite con la nostra assemblea, aperta a tutti. Mi piaceva provare una scuola che utilizza anche pratiche che si rifanno all’educazione libertaria, provando a decostruire il modello classico d’insegnamento che tutti noi abbiamo subito”.

Più precisamente, in cosa differiscono le vostre pratiche dalle lezioni “classiche”?

Camilla: “Innanzitutto non c’è una divisione netta tra i ruoli dello studente e dell’insegnante: la lezione viene costruita collettivamente e lo studente non è un contenitore vuoto, in cui rovesciare nozioni e da liquidare una volta finito l’orario. Noi consideriamo lo studente, per capirci, come un soggetto attivo, parimenti all’insegnante. Quindi oltre alla lezione più “classica”, che cerca di essere il meno frontale possibile (rifacendosi anche ai metodi montessoriani), cerchiamo di fare una serie di attività assieme. Non sono solo le lezioni a formare la scuola, anche le partite che facciamo al torneo Dimondi, le attività portate nelle varie giornate di mobilitazione per XM. L’idea di fondo è che non ci si possa limitare allo scambio di sapere scolastico: la lingua è uno strumento di comunicazione ed emancipazione importante. Chi non parla la lingua del luogo che abita, si troverà sempre svantaggiato nei rapporti di potere”.

Giulia: “Io invece sono a Bologna da un anno e mezzo, alla scuola da settembre/ottobre. Le lezioni vengono divise in tre livelli: base, intermedio e avanzato, per far sì che ci siano spazi accessibili, a seconda dei vari livelli di italiano. Però abbiamo un momento che ci dedichiamo assieme: una volta al mese, teniamo una lezione collettiva, in cui si cerca di uscire ancora di più dalle “pratiche standard”. Ci sediamo attorno a un tavolo (anche la disposizione circolare rompe il rapporto classico studente-insegnante) e attraverso altre forme, specialmente artistiche, viviamo un tempo collettivo, il cui dato principale è costituito dalle relazioni: lo trovo un momento bellissimo, che va a concludersi sempre con una cena, laddove ognuno porta qualcosa. Qui non si educa nessuno, ci si vuole mettere in relazione. Altro incontro importante per noi (soprattutto per la parte italofona) è l’autoformazione, alla quale vengono dedicate due giornate, ove si discute di come stia andando la scuola e quali possano essere le sue criticità. Ciò è fondamentale, perché nella condivisione di questi strumenti, ci si dà una linea guida: essendo autogestiti, ci aiuta ad andare nella stessa direzione”.

Esistono delle difficoltà nel gestire un progetto come la SIM?

Camilla: “Chiaramente si tratta di un incontro che comprende tante persone, provenienti da realtà differenti: sarebbe ipocrita dire che ragioniamo e la pensiamo tutti allo stesso modo. Ogni tanto, quando si parla di determinate cose, ragioniamo in maniere differenti, a seconda del contesto di vita di ognuno. Questa magari non è una criticità, perché le divergenze non sono certo negative, ma è qualcosa per cui ci interroghiamo, ogni tanto: ci aiuta a mettere in dubbio anche le nostre categorie di ragionamento”.

Giulia: “Secondo me, l’andamento della scuola rappresenta il percorso e lo spostarsi delle persone: non puoi programmare un lavoro per sei mesi, perché esistono flessibilità e mobilità che devi considerare. Io magari mi prendo l’impegno per tutti i lunedì, ma non è detto che tutti riescano a farlo. Oppure capita che, durante la lezione, tu hai preparato un argomento di cui discutere, ma qualcuno ha un dubbio e tu viri da ciò che avevi in programma di dire. Questa mancanza di rigidità, chiaramente, porta anche più fatiche: devi mettere sempre tutto in discussione. Questo equilibrio un po’ precario ha due facce, l’arricchimento personale e la discontinuità. L’autoformazione serve proprio a trovare un equilibrio nella scuola, a conciliare le flessibilità con il progetto della SIM”.

 

Al termine dell’intervista, “studenti” e “insegnanti” – le virgolette vogliono ribadire il concetto anti-classico espresso da Camilla, secondo il quale “nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo” – ritornano alle attività della Scuola. Noi, volendo continuare a sviscerare questo microcosmo, ci rivolgiamo alle attiviste di Mederì, lo sportello di XM che offre gratuitamente ai migranti consulenze mediche e legali.

Quali sono le attività di Mederì, dal punto di vista medico e giuridico? Quali le richieste di assistenza più frequenti?

“Quello che facciamo qua è dare consulenza legale e giuridica ai migranti, che sanno che ci siamo e vengono da noi, nelle due ore alla settimana in cui siamo aperti: le persone arrivano solitamente tramite passaparola. I loro problemi sono svariati, relativi a rinnovi di permessi di soggiorno o legati alle richieste d’asilo: ultimamente abbiamo avuto molte richieste di aiuti perlopiù pratici, venute da chi è fuori dal circuito dell’accoglienza, che ha anche solo bisogno di posti per dormire. Quindi diamo consigli non solo di tipo legale e giuridico, ma anche di tipo pratico, mettendoli in collegamento con associazioni che offrono posti letto. Rispondiamo, insomma, a chi viene. Dal punto di vista medico, capitano richieste di qualcuno deve fare la tessera sanitaria, o anche di chi ha dei problemi con gli assistenti sociali. Abbiamo lavorato negli anni anche sul problema dell’accesso alla salute, anche prendendoci carico di persone che avevano problemi specifici di accesso alle cure mediche. Ci è capitato di accompagnarle anche personalmente all’ufficio immigrazione o in altri sportelli, toccando con mano una realtà fatta di lunghissime ore d’attesa e di difficoltà di entrare in contatto col personale: ad esempio, la prenotazione di un appuntamento può essere fatta solo via telefono e la linea risulta quasi sempre staccata. Cerchiamo di contrastare il razzismo istituzionale, il quale si esprime sia attraverso la normativa che attraverso i comportamenti umani. Anche solo accompagnando queste persone, si evitano meccanismi di esclusione: l’accompagnamento singolo è una goccia nel mare, ma va fatto portando un discorso politico di ampio raggio, senza limitarsi ad una forma di assistenza fine a se stessa”.

Mederì inizia la sua storia a XM24?

“Sì, lo sportello è nato in Xm, inizialmente sotto forma di associazione: associazione che poi ha continuato la sua attività fuori dallo spazio. Noi invece siamo un collettivo, formato nel 2013. Siamo perlopiù giuristi, ma non solo”.

Come vi è capitato di approcciarvi a questa realtà?

“Attraverso passaparola ed interessi personali. A XM venivamo anche per altre cose, poi abbiamo visto l’esistenza di questo sportello. Chiaramente, il riscontro con il contesto pratico e la visione di questa realtà da vicino ci ha dato la volontà di darsi da fare nel concreto”.

Visto che non tutti tra voi hanno studi giuridici, esistono anche delle attività di autoformazione, nel collettivo?

“Sì, facciamo anche autoformazione su materie specifiche, tenute da persone che conoscono meglio le materie in questione. Anche se alcuni di noi hanno fatto giurisprudenza, questo non è certo un ambito molto battuto. Inoltre, le normative cambiano, così come la prassi cambia, da città a città, da questura a questura. Oltre ad svolgere questi momenti tra di noi, abbiamo organizzato formazioni assieme agli stessi migranti e alla SIM, nell’ottica di diffondere conoscenze per difenderci e rendere le persone stesse che hanno bisogno d’aiuto il più possibile autonome nel tempo. Abbiamo anche cercato di entrare in relazione con i migranti che vivevano nell’hub di via Mattei. Si organizzavano giornate di socialità, per mettersi in relazione con loro e dare un supporto non solo medico-giuridico, ma soprattutto umano”.

Anche a voi, chiedo quali siano le criticità e i problemi che vi trovate ad affrontare, oltre a quelli già citati.

“A volte non abbiamo sufficienti energie, dobbiamo lasciare indietro qualcosa. Poi, in molti casi, le persone arrivano qua tramite passaparola, essendo fuori dal giro dell’accoglienza: quindi emergono dei buchi di tutela, nei quali i migranti non trovano sostegno da parte delle istituzioni. Sostanzialmente sono queste le criticità da sottolineare”.

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Conclusioni e problemi aperti

Nella sua relazione, inviata questo gennaio al Comune di Bologna, XM24 ha riassunto la storia recente e le attività svolte dai collettivi presenti al suo interno: le potete consultare qui, per avere un quadro ancora più completo della fauna che agisce e si muove nella realtà della Bolognina. Oppure, seguendo l’esempio di molte persone, potete decidere di portare il vostro corpo all’interno di XM, per vedere e analizzare con i vostri occhi. Di 20 collettivi/progetti, ne abbiamo documentato o fotografato meno della metà: se avessimo cercato di ritrarre e approfondire meno sinteticamente ogni singola realtà, probabilmente – al posto di un reportage – ne sarebbe uscito un volumetto. Chiaramente, le scelte non sono state dettate da criteri gerarchici di importanza o longevità: abbiamo, ad esempio, lasciato fuori dall’articolo anche alcuni collettivi che hanno fatto la storia di via Fioravanti, 24.

Proprio questa variopinta abbondanza di anime e progetti, più o meno intersecati tra loro, ci conduce ad una prima conclusione: vi è un elevato numero di servizi ed attività offerti da XM, verso la comunità. Ma cosa si intende, in questo caso, con il termine “comunità”? S’intende l’intero corpus di persone – residenti e non – che si ritrova ad avere a che fare con XM24, indistintamente da cittadinanza ed estrazione sociale. È un concetto onnicomprensivo, che prevede la massima inclusività all’interno dello spazio: anche persone sprovviste di documenti o di permessi di soggiorno, che si trovano escluse da quasi tutti gli spazi pubblici, possono accedervi. In secondo luogo, l’accesso a servizi ed attività in via Fioravanti è assolutamente gratuito: tale dato, com’è ovvio che sia, non riguarda solamente XM, ma è tranquillamente estendibile a tutti i centri sociali. Resta il fatto che, soprattutto nell’attuale situazione socio-economica, i luoghi che offrano gratuitamente lezioni di yoga, tessuti aerei, sport popolare e conoscenze per riparare le proprie bici (giusto per portare alcuni esempi) non siano – per usare un eufemismo – presenti in gran numero nel tessuto cittadino. Allo stesso modo, non è indifferente lo sforzo fatto da queste realtà (anche qui, non solo a XM, ma anche in altri centri sociali) per aiutare e facilitare l’integrazione e la tutela dei migranti, nonché delle fasce più disagiate della popolazione. Una terza conclusione (legata alla prima) riguarda la trasversalità, tenendo conto di una – semplicistica, ma abbastanza reale – tripartizione della popolazione: non hanno torto gli attivisti, quando parlano di “altra città”. In realtà, vivendo a Bologna, pare che le realtà siano tre: quella dei residenti bolognesi, degli studenti fuorisede e delle minoranze etniche.

L’obiezione che più spesso viene mossa contro XM24 e questo tipo di realtà si rifà ad un ragionamento normativo e legalitario: viene quindi messa in luce e sottolineata l’esistenza di attività e comportamenti che in qualche modo non rispettano le leggi dello Stato. Posto che tale obiezione non smentisce né sminuisce le conclusioni precedenti, la domanda che ci poniamo è: se XM venisse sgomberato, le istituzioni sarebbero in grado di offrire i servizi e proporre le attività che attualmente avvengono in via Fioravanti, senza costi per i fruitori e la cittadinanza?

Ringraziamo tutte le persone che hanno accettato di farsi intervistare o fotografare, in quanto appartenenti o meno a realtà, collettivi e associazioni: senza la loro assoluta disponibilità, questo reportage non avrebbe potuto aver luogo. Come già detto, un focus completo su tutte le realtà presenti o legate a XM24 avrebbe richiesto uno sforzo quasi enciclopedico: ci teniamo però a ringraziare tutti i collettivi di XM che durante l’assemblea hanno accettato e sostenuto il nostro progetto. Un ultimo, importante, ringraziamento va a Noemi Curione e a Gabriel Visintin, che hanno integrato il vastissimo lavoro fotografico di Carol Alabrese, documentando rispettivamente la giornata del 4 marzo e lo sgombero dell’ex-Telecom.

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