Riot wrestling: una giornata con gli atleti della lucha libre catalana

Quanto spazio c’è per l’improvvisazione in uno sport in cui tutto sembra predefinito? Come si sviluppano i personaggi? Quali sono i segreti degli allenamenti? La risposta a queste e altre domande nel nostro incontro con i ragazzi della scuola Riot Wrestling di Barcellona.

di Roberta D’Orazio
all pics by Alessandro Sette 

Attorno a noi, bambini in braccio ai padri, con le madri accanto, con gli occhi puntati come fari sullo spettacolo che si sviluppa davanti alle nostre espressioni stupite, giovani tifosi con il facepainting – complice l’atmosfera carnevalesca –, donne appassionate e signori di mezza età che consumano la propria birra al bancone. La musica prevalente è il metal e le bibite costano davvero poco. L’Ateneu del Clot somiglia in tutto e per tutto allo scantinato in cui lungamente abbiamo immaginato si svolgessero i combattimenti del Fight Club descritti dalla penna affilata di Palahniuk.

La prima regola del wrestling catalano è che non si parla del wrestling catalano. O forse no.
Ciò che maggiormente mi sorprende, quando nello spazio dedicato agli allenamenti converserò con Jahre (meglio noto come El regalo de Dios a las mujeres) e La Pulga, rappresentanti e lottatori di Riot Wrestling, associazione senza scopo di lucro che promuove la lotta libera a Barcellona, è che mi descriveranno la lucha libre – lo sport divenuto celebre in Italia grazie ai passaggi televisivi di show americani – come uno sport sconosciuto.

In particolare Jahre, che è parte del team dei cattivi grotteschi, Los Amansaguapos, mi spiegherà:

“La gente solitamente è molto curiosa rispetto alla nostra attività. È normale, perché è qualcosa di completamente nuovo, che le persone non conoscono.”

La Pulga: “Il wrestling è qualcosa che non si vede e non si fa, quindi la gente si stupisce molto quando dici di essere un lottatore e vuole sapere di che si tratta. Non conosco persone che abbiano pregiudizi a riguardo, anzi mi aiuta addirittura nella socialità, quando non ho temi di conversazione parlo di questo. In termini di tempo e denaro sì che ha una certa influenza sulla mia vita quotidiana, soprattutto per quanto riguarda le cinque ore al giorno che nell’ultimo mese ho dedicato agli allenamenti. È molto stancante, anche perché a volte riporti delle lesioni, e se vai al lavoro con un occhio ammaccato magari qualcuno ti guarda storto anche se spieghi che è perché fai wrestling.”

Jahre: “Io sono attore di teatro e dovevo fare uno spettacolo sulla famiglia Addams in cui interpretavo due ruoli, quello di Lurch e quello di un ragazzo qualsiasi. La settimana prima del debutto un compagno mi colpì durante un combattimento rompendomi un dente e lasciandomi un grande livido molto visibile sulla faccia. Dovetti fare lo spettacolo con tre chili di trucco e con un dente rotto, ma in generale lo sport non ha mai danneggiato la mia quotidianità, se non per qualche colpo a volte un po’ più forte del normale.”

E ancora Jahre, sulla storia della lotta nella penisola iberica: “Il wrestling in Spagna andava forte negli anni 60, i combattimenti si svolgevano in spazi come La Paloma o la Sala Apolo (rispettivamente una sala da ballo e uno spazio per concerti, ndr). Un giorno scomparve, nessuno sa perché. Negli anni 80 tornò in voga con l’arrivo delle televisioni private in Spagna, Telecinco comprò i diritti della WSS, era uno sport nuovo per il grande pubblico. I lottatori degli anni 60 che erano ancora giovani tornarono a combattere, se ne formarono di nuovi, al tramonto di questi programmi lo sport conobbe nuovamente un periodo di declino e da qualche anno sono apparse nuove trasmissioni, inizialmente mandate in onda di notte, in conseguenza delle quali si è risvegliato l’interesse.
L’allenatore che ha fondato l’associazione precedente a Riot Wrestling decise che voleva imparare dato che qui non c’era nulla del genere. Andò a Londra, portò qui allenatori, comprò un ring e fondò nel 2007 la scuola da cui nacquero poi la Triple W di Madrid e Riot Wrestling a Barcellona. Con lui a quel tempi c’era Javi, il ragazzo che stava tenendo la lezione a cui hai assistito. Fu lui il primo ad allenarsi, e dopo iniziò ad arrivare altra gente, tra cui io stesso. Quando l’allenatore si stancò, ci disse che se volevamo continuare ci avrebbe venduto il ring. E noi abbiamo deciso di farlo. Attualmente, contando anche i collaboratori esterni, siamo 70-80 persone.”

«C’è una trama principale che è il filo conduttore di tutta la stagione. Ogni combattimento ha poi una sceneggiatura a parte, perché la storia che elaborano dal booking è lunga, ci possono essere imprevisti di varia natura»

Una crescita esponenziale, in un tempo relativamente breve.

“Quando abbiamo iniziato eravamo 4-5.” aggiunge La Pulga, il campione che si ispira al più noto Rey Mysteryo “Se dovevamo fare un evento arrivavamo a 10, coinvolgendo gente che magari non era molto attiva ma che era disposta a lottare. Abbiamo fatto show in cui c’erano anche meno persone. Non è stato semplice arrivare a questo. Adesso siamo in un buon periodo, ma ci sono stati tempi duri in cui c’erano quattro persone che lottavano e due che si sdoppiavano (cioè che combattevano due volte), con maschere o senza.”

Dichiarazioni che sembrano assurde se penso a quanto sono gremiti di spettatori di ogni tipo i due scenari privilegiati dei combattimenti, l’Ateneu del Clot e l’Espai Jove Fontana. Sarà proprio quest’ultimo il luogo in cui Alessandro ed io conosceremo più da vicino Riot Wrestling. Ad accoglierci sarà lo stesso Jahre, in veste di addetto alle pubbliche relazioni nonché di responsabile della comunicazione. L’universo di Riot Wrestling è infatti un microcosmo totalmente autogestito in cui, oltre alle proprie abilità sportive, i partecipanti mettono a disposizione le proprie ulteriori competenze professionali, contribuendo al funzionamento dell’insieme.

I lottatori ci guarderanno con curiosità mentre assisteremo ai preparativi per il nuovo evento. Prima che si ritirino per la preparazione, gli organizzatori salgono sul ring per il discorso iniziale, colmo di entusiasmo e raccomandazioni.

Cercate di non finire al pronto soccorso, è domenica pomeriggio, vogliamo divertirci. E per favore non buttate i microfoni per terra!” sono i due punti cardine del sermone, che denotano il grande entusiasmo sotteso alla lotta. Jahre indica nella nostra direzione e spiega allo staff e ai combattenti cosa siamo venuti a fare, uno stormo di mani si libra per salutarci con calore. Ci sentiamo accolti.

L’Ateneu del Clot ci piaceva di più, ma l’Espai Fontana è grande e ben illuminato. Nei camerini quasi nessuno di questi timidi giganti ci rivolgerà la parola, sarà un colosso dalla barba lunga e un giubbino in pelle con l’immagine di Jack Nicholson in Shining ad avvicinarsi per primo. Incute timore, ma ha un sorriso gentile e ci racconterà:

“Mi commuovo sempre nel backstage. È perché il mio personaggio è morto, non lotta più.”

Lo riconosceremo in seguito come Santiago Sangriento, uno dei lottatori più cattivi che Riot Wrestling possa vantare.

Loschi figuri con lunghe tuniche e maschere da becchini si aggirano funesti. Il Mahyem match sta per iniziare.

“In Fontana e al Clot una volta al mese si svolgono gli eventi di storyline ovvero quelli in cui si sviluppa una storia, come se fosse una telenovela, una sorta di giustificazione per il combattimento, perché non sia fine a se stesso.” spiega Jahre. “Poi ci sono gli house show, in cui la trama a non avanza ma si aggiungono piccoli dettagli, o magari si tratta una storia che inizia e finisce all’interno di quello stesso episodio. Sono questi gli show che facciamo presso la discoteca Dixi, o al Salon del Manga, al Lucha Libre contra el Cancer o ad un festival di terrore all’aria aperta a Cerdanyola, il Fantosfreak.”

C’è un team di sceneggiatori (chiamato booking) di 7-8 persone.” aggiunge La Pulga. “Hanno già scritto tutta la stagione e parte del prossimo anno, quando finisce la stagione in estate e abbiamo già le date chiuse per la successiva loro si riuniscono per un brainstorming per decidere cosa succederà nella serie seguente strutturandola in base al numero di show, decidendo il nome e gli sviluppi. C’è una trama principale che è il filo conduttore di tutta la stagione e delle storie secondarie che durano tre o quattro combattimenti. Ogni combattimento ha poi una sceneggiatura a parte, perché la storia che elaborano dal booking è lunga, bisogna adattarla al contesto, perché ci possono essere cambi o imprevisti di varia natura, come lesioni, gente che non può venire perché deve lavorare, o giovani lottatori che avanzano di livello e iniziano a far parte degli show.”

E la storia sembra essere arrivata con il combattimento che sta per svolgersi ad un punto cruciale: pochi giorni prima di un provino negli Stati Uniti, La Pulga accetta la più grande sfida della sua carriera. Se perderà infatti il combattimento contro il temibile Adriano Genovese (“quel tipo di cattivo che ti spezza la schiena” mi dirà il campione in seguito), il Rey Mysteryo catalano dovrà ritirarsi per sempre dalla scena spagnola dopo otto lunghi anni al servizio della lotta libera.

Il pubblico inizia ad entrare in sala, variegato come sempre. Lo show ha inizio, volano colpi sul ring e commenti dal pubblico in ogni dove, forti della stessa appassionata foga con cui un’anziana signora commenterebbe la nuova puntata di una qualsiasi soap opera dell’indimenticata Grecia Colmenarez.

Uno degli animatori dello show si avvicina a una donna fiera e bellissima nella platea, gridandole parole umilianti rivolte a La Pulga. Lei, con un’espressione degna di un’eroina romantica, prende a schiaffi il presentatore irrispettoso: è la moglie del campione, lui scende e le stampa sulle labbra un bacio chilometrico. Tutti si alzano, il pubblico è in delirio.

“Non era mai successo nulla del genere prima.” spiega La Pulga. “Dici che ha funzionato? A me non piace questo genere di cose, inoltre non sapevo niente, loro ne avevano parlato in segreto, ma credo che in questa circostanza ci stesse bene perché sembrava proprio che potesse essere il mio ultimo combattimento. In generale il mio personaggio fa esattamente quello che farei io, ma moltiplicato per mille.”

“A me accade il contrario.” confesserà Jahre. “Io non sono per niente simile al mio personaggio, non sono affatto maschilista, non sono uno che crede di essere chissà chi, qui sono l’ultimo anello della catena. L’unica cosa che ho in comune con lui sono i capelli lunghi.” ride. “Quando esci da dietro le quinte il pubblico deve capire immediatamente qual è la tua attitudine. Soprattutto se combatti per la prima volta davanti a persone nuove devi dare molti indizi. Ancora prima che io cominci a gridare si vede subito che sono cattivo. Ho avuto chiaro immeditamente che tipo di personaggio volevo essere perché è più divertente e permette di giocare di più, ma è anche più difficile perché è l’antagonista che deve stare più attento alla reazione del pubblico affinché odi te e tifi per il tuo compagno. Jahre è nato così, il mio compagno Javi disse: “tu dovresti fare un personaggio che sia il regalo di Dio alle donne”. Fare il cattivo è facile, si tratta di prendere tutto ciò che odio in modo da sapere esattamente quello che odierà la gente e poi tirarlo fuori.”

Per quanto riguarda la nascista de La Pulga, invece: “Nel periodo in cui ho iniziato io il motto era “Comprati qualcosa da metterti e avanti, buona fortuna.” Qualcuno mi aveva detto “Salti molto, sei come una pulce” che è l’animale che salta di più se proporzionato al corpo che ha, da qui il nome. Inizialmente non era un personaggio molto definito. Ma con il passare del tempo nelle presentazioni si sono aggiunti dettagli: lotta da 8 anni, è stato nel Regno Unito e in Giappone, è un veterano ed entra in scena con un salto mortale: il pubblico capisce subito di cosa si tratta.”

Domando dunque se La Pulga diventarà mai a sua volta cattivo.

“È successo nella stagione passata!”

Jahre commenta: “Quando il team di booking tirò fuori questa idea non ero molto convinto, ma poi è andata alla grande!”

Ma quali sono state le principali difficoltà?

“Il problema è che il mio stile di lotta è molto acrobatico e questo incita la gente ad applaudire, quindi è complicato risultare credibile come cattivo. Ho dovuto cambiare il mio modo di combattere, non volevo smettere di essere me stesso, anche perché proprio le mie piroette mi rendono potenzialmente pericoloso, quindi ho adattato il mio modo con colpi più duri, con alcuni trucchetti e trappole. Mano a mano andava sempre meglio e a un certo punto anche quando facevo qualche mossa spettacolare la gente inizialmente sembrava applaudire ma poi mi urlava contro.”

È più facile passare da buono a cattivo che da cattivo a buono.” osserva Jahre. “Se un buono fa cose cattive, il pubblico si sente tradito e reagisce. Se un cattivo fa cose buone, la gente fatica molto a crederci.”

E cosa succede se un lottatore non si trova d’accordo con ciò che il team di booking decide per lui?

“Normalmente c’è molta interazione tra noi.” spiega Jahre. “In genere sono i lottatori a proporre il personaggio, il team di booking interviene solo quando si è a corto di idee.”

La Pulga: “Alcune volte capita che un alunno non si senta a proprio agio con il personaggio creato, ma una professionista che ha più esperienza già vede in che ruolo una persona può funzionare. Per esempio uno dei Ley y orden è grande ma timido è stato trasformato in un addetto alla sicurezza, imponente e zitto, con faccia arrabbiata e le braccia incrociate, che picchia quando deve. Non gli andiamo a chiedere di animare il pubblico. Ora è un po’ più sciolto, è cresciuto sotto questo punto di vista. Può succedere il contrario, cioè che qualche alunno viene da te e ti propone la sua idea ma magari è troppo presto per metterla in pratica sul ring.”

Jahre: “Non si tratta di non voler esaudire le richieste, si pensa anche a una soddisfazione personale degli alunni che di certo si godranno meglio la propria performance all’interno di un ruolo più adatto alla loro attitudine.

La Pulga: “Inoltre quando sei nuovo è già una grande prova partecipare a un combattimento, e c’è sempre anche la parte di recitazione, e più piccola è questa, meglio è per te perché puoi stare più concentrato sulla lotta. Invece magari a volte funziona al contrario, con persone a cui piace parlare, e quindi fanno un combattimento più semplice e si concentrano sull’aspetto teatrale.”

Jahre: “Per esempio io. Tecnicamente sono più limitato ma mi piace stare a contatto con il pubblico. Ognuno gioca con quello che può.”

E infine la domanda da un milione di dollari: quanto spazio è lasciato all’improvvisazione in uno sport in cui sembra tutto prestabilito?

Jahre: “Ci sono azioni che sappiamo di dover compiere, ma decidiamo quando farlo, quando sentiamo che il pubblico ci incita o quando semplicemente pensiamo che stia bene nel corso dello spettacolo. Gli stessi alunni di Riot non sanno ciò che succederà, non conoscono il finale, anche rispetto alla situazione de La Pulga, che alla fine ha mantenuto il titolo, avevamo lanciato l’idea che se ne andasse e alla fine non è stato così, hanno fatto una faccia quando hanno visto com’è andata! È questo il bello: io stesso conosco l’idea generale ma voglio scoprire che succede il giorno dello show. Anche io voglio essere un po’ spettatore.

La Pulga: “Rispetto ai combattimenti c’è da dire che noi li organizziamo in un modo ma ci sono molti stili differenti, per esempio ci sono lottatori che programmano giusto un paio di azioni e improvvisano il combattimento intero perché per loro funziona meglio così. Ma nel nostro caso essendo una scuola con degli studenti si struttura un po’ di più in modo che loro possano apprendere a condurre il match avendo una guida e imparando a gestirlo.”

Sempre parlando di stili differenti, La Pulga mi mostra un video di una sua esperienza in Giappone, dove la sua apparizione creò scompiglio non essendo i nipponici abituati ai lottatori aerei, e mi racconta: “La cosa buona del wrestling è che con le dovute differenze di stile è comunque un linguaggio comune anche a persone di altre nazionalità. Le differenze? Noi seguiamo lo stile britannico/europeo, anche se lo abbiamo riadattato avendo lottatori anche di nazionalità differenti, francesi, sudafricani, canadesi, per cui lo stile spagnolo è qualcosa di unico trattandosi in realtà un mix di influenze differenti. Ciò di cui sono felice è che in nessun posto in cui siamo andati a combattere ci siamo sentiti persi. Magari in Messico succederebbe!”

Jahre:  “Nemmeno tanto! Per esempio quello che facciamo qui adesso è molto differente anche dagli insegnamenti del nostro primo allenatore, che ci insegnava più a dare e prendere colpi di continuo, era da ammazzarsi! Mentre i nostri allievi apprendono innanzi tutto a cadere, girare e combattere sotto sforzo. In ogni caso l’aspetto interessante del lottare altrove è che qui conoscono i tuoi trucchi, altrove puoi permettere di eseguire pezzi forti del tuo repertorio e stupire comunque il pubblico che non se li aspetta.”

Per quanto riguarda invece le presenze femminili, che durante gli eventi a cui abbiamo assistito si sono rivelate fondamentali a livello di appoggio organizzativo, domando se c’è posto per loro anche sul ring.

“Certo che sì!” commenta Jahre entusiasta. “Per ora abbiamo sette allieve. Tra loro, Dafne è arrivata a fare alcuni combattimenti durante i dark show, che si fanno qui nel nostro spazio e che sono aperti a famiglia e ad amici, ed è apparsa in qualcuno degli show collaterali con i ragazzi di Ley y Orden. Mi piace il fatto che non necessariamente le ragazze devono combattere tra loro, ma anche con i ragazzi. Negli Stati Uniti ci sono tante imprese indipendenti in cui ci sono coppie miste, e i combattimenti sono così duri che a volte penso che non avrei le forze per affontarli!

La Pulga: “In tutte le associazioni ci sono regole o categorie, ma la parte più divertente è romperle: un peso massimo contro un peso minimo…”

Jahre: “E che possa vincere il peso minimo!”

La Pulga: “E che sia credibile.”

Jahre: “Io ci credo eccome!”

Ci salutiamo con una risata, dopo una full immersion mentale e visiva in un universo dalle tinte carnascialesce animato da una passione infinita e in un credo collettivo quasi commovente, con la promessa di rivederci al presto prossimo show o, perché no, alla prossima lezione aperta.

 

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