[INTERVISTA] Massimo Pupillo e gli Zu di “Jhator”: musica come medicina

Terza tappa del tour europeo degli Zu che si ferma per una notte al Magazzino sul Po di Torino, giusto a ridosso dell’uscita del nuovo disco Jhator. Abbiamo gentilmente placcato Massimo Pupillo e, senza badare troppo a fini promozionali, abbiamo parlato dell’universo musicale, umano e mistico che s’intravede nel nuovo progetto. Dal potere terapeutico della musica alle differenze e analogie cinematografiche, fino alla sua nuova vita in Perù. Il tutto, in mezzo tante collaborazioni (e amicizie) illustri, da Brian Chippendale fino a Mike Patton, senza scordare Diamanda Galas o quel “gigante” di Eugene S. Robinson.

_di Gerri J. Iuvara

Inizierei con una piccola annotazione di carattere nostalgico, undici anni fa vedevo per la prima volta gli Zu dal Vivo a Roma, in apertura ai Fantomas/Melvins Big Band. Che ricordi hai di quell’avventura?

“Mi ricordo di un tour concepito e gestito in amicizia. La prima volta che Patton ci invitò a suonare con loro fu per un tour in Giappone dove ci trattarono come amici e non col classico rapporto da gruppo affermato/gruppo spalla, che fra l’ altro abbiamo sempre evitato non accettando mai proposte se non da musicisti già in qualche modo amici. In quel tour Buzzo stava spesso nel nostro camerino, con Trevor siamo ancora amici e ci sentiamo. Quel tour fu caratterizzato dal fatto che dovevamo reggere il confronto con quei mostri, vedi Dave Lombardo che dal vivo è impressionante. Per noi fu anche un momento di evoluzione del nostro suono, perché quando t’innesti nel corpo di una band come i Fantomas/Melvins, se ne esce completamente rigenerati e con noi il nostro suono, che è stato influenzato anche da quell’esperienza. E’ successo quasi senza volerlo, ed abbiamo ricevuto così tanto che è difficile da razionalizzare.”

Bando alla nostalgia e passiamo a parlare del nuovo disco: Jhator. In che si differenzia dai precedenti Goodnight, Civilization e Cortar Todo? So che entrambi erano legati ai tuoi precedenti viaggi ed esperienze in America Latina, qui invece dove ci ritroviamo? Da cosa o da dove hai tratto la tua ispirazione?

“Il titolo deriva da una pratica funeraria tibetana che significa Sepoltura Celeste. In pratica, il corpo viene lasciato sulla cima di una montagna agli avvoltoi, riconsegnando il proprio involucro al cielo. Sembra un po’ cruento ma è una pratica molto affascinante ed ecologica. Sottolinea il fatto che in questa tradizione il corpo non è quello che conta davvero, e viene ridato indietro alla natura. Vorrei solo sottolineare che questi sono sempre stati interessi personali, miei e di Luca, che hanno influenzato ed informato la nostra musica fin dall’inizio della band, e prima, ispirandoci altrettanto quanto , se non di più, della scoperta di nuovi musicisti o compositori. Se leggi i nostri titoli ed usi Google te ne rendi conto immediatamente. L’unica differenza è che ora abbiamo deciso di parlare più apertamente di tutto e di abbandonare l’approccio ermetico che avevamo adottato all’inizio. Per quanto mi riguarda, da quattro anni circa vivo per quasi metà del tempo in un villaggio amazzonico in Perù e quindi questa esperienza di vita è diventata una grossa parte di quello che sono e credo che questo debba per forza arrivare anche nella musica.
Questo disco riflette un momento particolare del gruppo ma anche del nostro percorso. Jhator ad un ascolto superficiale può sembrare qualcosa di completamente diverso da quello che abbiamo fatto prima, ma per noi è solo un aspetto di quello che siamo sempre stati. Come delle porte laterali che non abbiamo mai esplorato ma che era là pronte per essere aperte ed esplorate. Noi abbiamo sempre concepito la musica ed il suono come una medicina. Vorrei aggiungere però che quando si pensa al suono come “medicina” questo non significa necessariamente relax e campanelline New Age. Una medicina può essere anche molto amara, e tuttavia efficace, o può dare perfino fastidio come nel caso di una seduta di agopuntura, ma avere degli effetti benefici e positivi.
Questo però vale prima di tutto per noi, per generare le energie che servono per resistere e per non essere stritolati da un mondo ogni giorno più cattivo ed opprimente. Col tempo abbiamo iniziato a sentire che l’ effetto che sentivamo noi, veniva avvertito e condiviso anche dai nostri ascoltatori, che in alcuni casi ce ne davano testimonianza venendo a parlare con noi dopo i concerti. Da allora ne siamo diventati più coscienti e questa è diventata una parte di quello che facciamo. Il suono è sempre stato fondamentale a livello rituale e tradizionale, ovunque nel mondo ce ne sono testimonianze. Io stesso mi sono trovato in mezzo a tradizioni come quella tibetana ed amazzonica, che tramandano questa che a me piace chiamare tecnologia del suono. Con “tecnologia del suono” intendo la conoscenza del suono come strumento che ha potere sulla coscienza e sui corpi. Ora, senza credere minimamente di essere a quel livello, questa è la ricerca che ci interessa maggiormente.”

«Senza paragonarci in senso stretto al maestro David Lynch credo che questo disco – l’ultimo Jhator – sia il nostro The Straight Story»

Secondo te il pubblico che ti segue come reagirà a quest’opera? Ti sei posto la domanda o non t’interessa questo giudizio?

“Nei sei mesi di scrittura del disco non mi sono mai chiesto come sarebbe stato recepito, era semplicemente quello che doveva venire fuori e questa era la mia unica preoccupazione. Poi a disco chiuso e spedito all’etichetta, mi sono chiesto: e adesso cosa ne penseranno? Noi abbiamo grande rispetto dei nostri ascoltatori, che non chiamo pubblico perché è una parola che non mi piace perché sottintende un rapporto passivo verso il musicista mentre la nostra musica ti chiede di andarle incontro. Abbiamo una grande stima per loro, e quindi crediamo sempre alle loro menti e spiriti aperti, e a loro diamo in consegna questo nuovo album. Certo ci saranno sempre quelli che dicono: gli Zu sono solo quelli di Ostia. Ma anche quando facemmo Carboniferus ci criticarono, dicendo: “ah ma come adesso siete diventati un gruppo metal?!” (ride). Ci è successo praticamente ad ogni disco. Quindi vorrei precisare solo una cosa: questo non è il nuovo indirizzo degli Zu, questa è una storia, che avevamo bisogno di raccontare. Senza volerci assolutamente paragonare ad un maestro di quel calibro, ma se ci pensi un autore come David Lynch, ha fatto una serie di film visionari ed onirici, e poi in mezzo gira The Straight Story. Completamente diverso, al punto che potrebbe quasi essere di un altro autore. Ma nel cinema va benissimo così, non è uno scandalo né un problema per il pubblico, mi sembra. Oppure pensa a Kubrick, dopo 2001 Odissea nello Spazio non è mica stato identificato come regista di fantascienza, infatti subito dopo ha prodotto Arancia Meccanica e poi Barry Lyndon. Quello che voglio dire è che una storia particolare ha bisogno della sua ambientazione, e questo in musica può tradursi in un tipo di strumentazione e timbri diversi, che rappresentano un po’ gli attori di un film. Purtroppo però questo tipo di visione che vale nel cinema non vale nella musica, quindi tranne rari casi, la critica ed il pubblico hanno piuttosto bisogno di inquadrare e chiudere sempre tutto dentro un genere musicale, e se ne esci per loro significa solo che sei confuso, non che stai allargando gli orizzonti”. 

«I nostri pezzi nascono dall’improvvisazione quindi è difficile rapportarsi a questi da fuori, anche perché siamo completamente autodidatti»

Immancabile domanda sui batteristi degli Zu, come avete vissuto il passaggio da Jacopo a Gabe e da Gabe a Tomas?

“Con Jacopo ci sentiamo sempre, siamo e rimarremo sempre amici. Lui dopo tanti anni insieme aveva bisogno di fare qualcosa di diverso ed ha semplicemente deciso di cambiare strada. Con Gabe tutto è nato nei due anni di pausa con la band, quando ero negli Stati Uniti da qualche mese e mi chiese di raggiungerlo. Aveva da poco finito la colonna sonora con Justin Pearson per un film di Asia Argento ed aveva alcuni giorni di studio libero a disposizione. A San Diego ci sembrò naturale far ripartire gli Zu con lui. Così è nato Goodnight, Civilization. Abbiamo cominciato ad andare tanto in tour ma Gabe vive a San Diego ed ha una famiglia quindi alla fine per lui era diventato quasi impossibile dividersi. Qui entrò in gioco Tomas. Non ci conoscevamo ma mi mandò una mail in cui mi chiedeva di collaborare con Yodok, il suo duo drone metal con Kristoffer Lo, batteria e tuba. Mi aveva mandato dei link a delle loro esibizioni e dopo alcune settimane sono andato ad ascoltarli ed erano fantastici. Kris è un musicista incredibile che suona tuba e flicorno su due Ampeg da basso e decine di pedali, infatti, l’abbiamo voluto come ospite in Jhator. Dopo un po’ di tempo sono andato a registrare con loro a Trondheim in Norvegia, e proprio in quei giorni Gabe ci stava annunciando che non riusciva a darci la sua disponibilità a continuare con gli Zu. Il primo giorno di studio Kristoffer non c’era ed io e Tomas abbiamo deciso di riscaldarci improvvisando un po’ e lì ho sentito chiaramente la scintilla. Lui ha studiato al conservatorio, ma mi disse che studiava da solo sui pezzi dei Meshuggah e degli Zu. Allora gli chiesi quanti pezzi nostri sai? E Lui: circa quindici. Allora dissi aspetta lì che faccio una telefonata a Luca e ce lo siamo portati via (ride). Tomas è stata una benedizione, per entrambi del resto. Ora da poco è anche diventato il nuovo batterista dei Motorpsycho e quindi dovremo piacevolmente dividerlo con loro. Poi sai i nostri pezzi nascono dall’improvvisazione quindi è difficile rapportarsi a questi da fuori, anche perché siamo completamente autodidatti, non c è un metodo. Una volta andammo a suonare ad un festival di musica contemporanea a Cracovia e dopo il concerto venne da noi questo compositore e ci chiese: in quel pezzo la cassa è in undici, ma il basso in otto? E noi: guardi, non ne abbiamo idea. Noi li scriviamo ma poi mica ci mettiamo a contare.”

«A breve faremo uscire un altro split, noi con Author & Punisher»

Questa è una domanda interessata, perché sono io che voglio saperne di più, vorrei che mi parlassi del progetto Melt con Brian Chippendale e Mats Gustaffson? Genesi, vita, morte e miracoli.

“Tutto è nato per suonare assieme. Abbiamo fatto dei live in Europa ma senza passare dall’Italia. Ho conosciuto Chippendale tramite un amico comune ai suoi esordi con i Lightning Bolt, e loro aiutarono gli Zu per ben due volte a suonare a Providence. Noi restituimmo il favore quando vennero a suonare in Italia ed organizzammo alcune date in posti molto particolari. A Roma ottenemmo l’Acquario Romano e suonammo in questo luogo meraviglioso, in quell’occasione invitammo Mats ad aprire la gig. Da lì non ricordo chi dei tre propose questo progetto ma in seguito ci trovammo e registrammo l’album. L’anno scorso volevamo andare nuovamente in tour, ma Chippendale ha avuto un figlio e quindi per ora non s’è fatto niente, in futuro chi lo sa’.”

Sarebbe bellissimo uno split Zu/Lightning Bolt no? Avete però altri progetti all’orizzonte?

“Sì davvero, ma in verità a breve faremo uscire un altro split, noi con Author & Punisher, che è davvero un musicista incredibile. Lui lavora a San Diego all’Università di fisica nucleare e ha accesso ad una delle tre più grandi stampanti 3d al mondo. Tristan disegna e costruisce da solo i propri strumenti. Quando l’ho ascoltato la prima volta ho pensato: ecco, questo è il futuro! Lui è il prossimo livello. L’ho conosciuto perché è un amico di Gabe. Lo split è praticamente finito e spero possa uscire entro fine anno. In verità, ci sarebbe pronto anche un altro disco ma non voglio dire altro (ride).”

«Stiamo cercando di utilizzare un po’ di “Psicoacustica”: ci piace l’idea di affiancarci ad aperture acustiche, elettroniche o comunque diverse dal nostro suono»

Parliamo un po’ di Stefano Pilia e degli In Zaire, cosa ne pensi ed è vero che dividerete con loro il tour?

“Un’anticipazione a proposito di Stefano è che a settembre esce il nostro primo disco in duo. Su gli In Zaire, inizialmente dovevamo fare il tour assieme perché sono grandi amici e i rispettivi dischi uscivano nello stesso periodo. Ma hanno avuto un contrattempo e la stampa è stata rimandata a maggio, quindi, ci seguiranno solo per alcune date. In compenso abbiamo rapito Stefano (ride) e ce lo porteremo in tour con noi come apertura in solo. Adoro il suo lavoro, per me è bellissimo ascoltarlo prima di suonare prima di suonare, tocca delle corde profonde che poi ispirano anche il mio concerto.
Inoltre, utilizzando un po’ di “Psicoacustica”, vogliamo evitare che l’ascoltatore affatichi troppo le orecchie ed arrivi a metà del nostro set sentendosi stanco, cosa che si rischia se prima di noi suonano band molto rumorose. Ma questo è legato anche al messaggio che vogliamo dare, e cioè che la musica cui facciamo riferimento è molto ampia e non è legata ad alcun genere. Quindi ci piace l’idea di affiancarci ad aperture acustiche, elettroniche o comunque apparentemente diverse dal nostro suono.”

Tu faresti da semplice strumentista ad una band già affermata? Stefano ne è un esempio, ma vorrei citare anche Mike Watt che accettò l’invito ad entrare nei The Stooges, e quindi, un pezzo della storia della musica. Ad una simile proposta come reagiresti?

“Allora, io ho sempre collaborato tantissimo in giro con una quantità di musicisti e amici, ma sono sempre state decisioni mie o comuni, non mi è mai capitato, quindi non so come reagirei non mi hai mai chiamato nessuno di famoso (ride). L’unica che da anni continua a chiamarmi, e non so ancora bene perché, è Katia Labeque: una pianista classica eccezionale. Lei mi ha sempre detto: io voglio il tuo suono e non voglio che lo adatti a me o lo ammorbidisci. Con lei abbiamo fatto tanti progetti e mi ha sempre dato la libertà di suonare come voglio. Dipenderebbe dal progetto che mi propongono, io ho ancora un rapporto con la musica molto viscerale, quasi adolescenziale, che cerco sempre di preservare. E ho anche un rapporto col tempo molto intenso, quindi non ne perderei solo perché mi chiama una band famosa, dovrei davvero appassionarmi alla loro musica. Vorrei raccontarti un episodio riguardante Brian Chippendale. Durante i tour lui disegna ogni cosa, compresa la sua batteria, non scorderò mai così aveva scritto una volta sul rullante: “questa potrebbe essere la tua ultima notte”. Questo ti fa capire che devi suonare ogni sera come se fosse l’ultima, mai risparmiarsi. Lui da sempre tutto, non c’è brandello di carne che non sprema. E tutto questo si sposa perfettamente con la nostra filosofia, non sai cosa avverrà domani, dai tutto sempre, ogni sera, per noi, e per chi viene ad ascoltarci.”

Ultime due domande di carattere generale: la prima è che tipo di musica ascolti, ascolti i tuoi brani, hai qualcuno da consigliarci? La seconda è che vorrei un tuo parere sui cantanti che hai conosciuto.

“Intanto io non riascolto mai gli Zu, c’è così tanta bella musica in giro, preferisco coltivare la curiosità, non ho bisogno di riascoltare la mia (ride). Il disco che mi ha influenzato di più forse è stato Atom Earth Mother dei Pink Floyd che ascoltai da piccolo a casa di un cugino, e mi aprì immediatamente a questa idea di una musica senza limiti, in cui tutto è possibile. Ascolto tanta musica classica e uno dei miei autori preferiti è Arvo Pärt, un compositore estone di musica contemporanea. Tra i grandi cantanti con cui ho avuto a che fare, citando Mike (Patton) perché è stato un incontro umano e musicale importantissimo per noi, vorrei dare merito ad un grande interprete che è Eugene S. Robinson. Con lui abbiamo fatto un disco chiamato The Left Hand Path, doveva essere una colonna sonora di un film dell‘ orrore ma fu rifiutato dalla produzione perché giudicato “troppo sinistro”! Con lui abbiamo fatto solo una data ad un festival metal in Francia in cui suonavano anche i Napalm Death, c’erano migliaia di persone ubriache ed urlanti ma appena Eugene è apparso sul palco la folla si è completamente ammutolita. Non avevo mai visto un carisma del genere in azione. Per finire, a proposito di cantanti, sto terminando un album con Barbara Hannigan, che è una delle più importanti cantanti liriche al mondo in questo momento, e , cosa rivoluzionaria specie per una donna in un ambito conservatore come quello della classica, dirige anche le orchestre con cui lavora. Il fatto che mi abbia offerto di collaborare con lei ti da un’ idea del suo coraggio. Ecco, per tornare alla domanda di prima, sono molto più ispirato e felice nel ricevere questo tipo di richieste di collaborazioni, rispetto ad andare a suonare come turnista per qualche band “famosa”.

Grazie al Magazzino sul Po per la disponibilità:
clicca qui la programmazione completa del locale torinese.

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