[REPORT] Oktagon: anche i gladiatori hanno un’anima

Oktagon, la manifestazione sportiva di sport di combattimento più seguita dagli appassionati italiani, torna a Torino e mette in scena uno spettacolo incredibile, in tandem con Bellator. Non vi racconteremo (solo) di statistiche e knock out ma dell’atmosfera che si respirava all’evento, per andare oltre la cronaca in senso stretto e gli stereotipi, in una città che negli ultimi anni sta palesando una vera e propria vocazione per gli sport da combattimento. 

_di Filippo Santin

Oktagon è una manifestazione internazionale dedicata, appunto, agli sport di combattimento, che nasce nel 1996 da un’idea di Carlo Di Blasi. Da vent’anni raduna nei palazzetti di tutta Italia migliaia e migliaia di appassionati, come dimostrato dal successo della data di Firenze risalente allo scorso dicembre. In questo caso Oktagon si presenta al Pala Alpitour assieme a Bellator, organizzazione statunitense di arti marziali miste che per rilevanza è giudicata seconda soltanto alla UFC. Sinteticamente, a cosa ci si riferisce con “mixed martial arts”, da cui l’acronimo MMA che oggi spesso sentiamo nominare? Indica uno sport di combattimento dove gli avversari si possono sfidare usando tecniche e colpi appartenenti a varie arti marziali. L’incontro ha spesso luogo in una gabbia, e comincia sempre in piedi, per poi eventualmente svolgersi a terra dove sono permesse anche tecniche di grappling (strangolamenti, leve sugli arti, ecc.). La vittoria si ottiene per KO, ai punti o per sottomissione. Malgrado questi incontri possano di consueto apparire cruenti, sono in realtà regolamentati a dovere per tentare di tutelare la sicurezza dei partecipanti: soprattutto ai giorni nostri, rispetto a vent’anni fa.

Ma Bellator non è solo MMA. Al Pala Alpitour, infatti, viene dedicato grande spazio anche alla savate, sport di combattimento sviluppatosi in Francia nell’Ottocento, e soprattutto alla kickboxing, che combina essenzialmente i pugni tipici del pugilato ed i calci. In quest’ultimo caso a farla da padrone è Giorgio Petrosyan, combattente armeno naturalizzato italiano, che è considerato una leggenda di questo sport ed un idolo per il pubblico. Il match che lo vede impegnato è l’ultimo in scaletta, ed è probabilmente il più atteso.

Le rockstar dai pugni di ferro 

Non appena arrivo davanti al Pala Alpitour, un’ora prima dell’inizio, noto già lunghe code per entrare. Mi colpisce il fatto che il pubblico sembri abbastanza eterogeneo: dall’adolescente che sfoggia la maglietta di qualche lottatore come fosse uno rockstar, all’uomo dai bicipiti enormi e l’aspetto aggressivo, fino a ragazze vestite eleganti e genitori con bambini al seguito. Immagino che questo sia un segno di come certi sport di combattimento, oggi, abbiano assunto un carattere “pop” anche in Italia. Se pensiamo agli Stati Uniti, dove già da tempo il settore può contare su un bacino di pubblico enorme, basta ricordare un esempio: pochi mesi fa, durante la cerimonia dei Golden Globes, l’attrice Meryl Streep ha avuto modo di citare le MMA durante un suo discorso di ringraziamento per un premio ricevuto. Certo, non lo ha fatto in maniera elogiativa, anzi: ha dichiarato di non considerarle, assieme al football, delle “vere arti”; le uniche che ci rimarrebbero da guardare se Trump cacciasse tutti gli stranieri che lavorano per rendere Hollywood una fantastica macchina da intrattenimento. Parere assai discutibile, ovviamente, che forse va a discriminare proprio quando si pone l’obiettivo contrario. Probabilmente una delle poche “interpretazioni” sbagliate dalla Streep. Ad ogni modo, se pensiamo che al giorno d’oggi un personaggio di tale calibro possa anche solo arrivare a compararle ad uno sport nazionale come il football, seppure non positivamente, fa capire lo stesso come il settore abbia ormai conquistato una notevole fama generale.

«Babbo con te non mi aggrego
Duri un minuto come con McGregor
Ritorna la G si festeggia l’avvento mo’, sparando da sopra un’Aventador»

A tal proposito, vi sarà magari capitato di sentire perlomeno nominare un certo Conor McGregor, campione di arti marziali miste. Il lottatore irlandese è oggi considerato una vera icona pop, capace di colpire l’attenzione anche al di fuori della gabbia grazie al suo carattere istrionico. Se restiamo in Italia, possiamo ad esempio sentirlo citare in Scooteroni”, canzone di Guè Pequeno e Marracash che su YouTube ha oltrepassato le quindici milioni di visualizzazioni. Ad un certo punto Guè rappa: “Babbo, con te non mi aggrego / Duri un minuto come con McGregor…” riferendosi ad un incontro in cui il combattente di Dublino è stato capace di mettere KO il suo avversario in poco tempo. Il rap, si sa, è oggi anche in Italia un genere di musica molto diffuso fra i giovani. Motivo per cui, sentendo citare il nome di McGregor, tanti adolescenti avranno saputo subito a chi si riferisse, come magari capitava negli anni Novanta sentendo nominare Mike Tyson.

Tatuaggi e faccia tosta: Conor McGregor, uno dei lottatori più “pop” della sua generazione

Dalla UFC a DMAX

Ad ogni modo, tornando all’evento del Pala Alpitour, dopo essere entrato mi accorgo subito di un “banchetto” dove si è radunata una piccola folla entusiasta. Sono tutti lì per farsi una foto con Alessio Sakara, lottatore di arti marziali miste, romano, che deve la sua fama non soltanto grazie al merito di essere stato il primo italiano a competere nella UFC, ma anche per la sua capacità di essersi presentato in ambiti più generalisti, come ad esempio in programmi televisivi andati in onda fra gli altri su DMAX. Quello che più colpisce di Alessio, umanamente, è la sua voglia di scherzare, il suo desiderio spontaneo di mescolarsi fra la gente, forse anche per dimostrare che un lottatore, al di là di tutti gli stereotipi, non è soltanto un bruto con l’intenzione di menare le mani a casaccio.

Un vero lottatore è prima di tutto un uomo dall’etica molto forte che, spero di non essere troppo poetico, dal proprio dolore può capire anche il dolore degli altri. Mentre Sakara si fa un selfie con un gruppetto di fan, io faccio qualche passo in avanti, e scostando grandi tende di velluto blu, mi ritrovo davanti un “palcoscenico” già illuminato. Al centro c’è la gabbia dove andranno in scena gli incontri di MMA. Prendo posto lì vicino, mentre la gente comincia sempre più ad affollare le tribune.

L’atmosfera che si respira fin da subito è quella dello “show americano”, improntato ad un intrattenimento che faccia spalancare la bocca a chi guarda, con giochi di luce e musiche sparate a tutto volume.

Poco dopo le cinque ha inizio il primo incontro. A sfidarsi sono Vando de Almeida e Giorgio Belsanti, quest’ultimo giovane lottatore torinese che alla fine uscirà vittorioso. Fin dal suo ingresso nella gabbia, colpisce il seguito rumoroso di sostenitori che sugli spalti agitano striscioni per lui. Da come alla fine li raggiunge, abbracciandoli affettuosamente, immagino siano suoi amici, ed una scena del genere, nella sua umana semplicità, rivela come al di là di tutto il grande spettacolo organizzato, i protagonisti siano pur sempre degli uomini con le proprie relazioni ed i propri sentimenti, non soltanto dei freddi lottatori incapaci di sentire. Si prosegue con il match fra Mihail Nica e Samba Coulibaly, da cui il primo esce vincitore per sottomissione in una trentina di secondi, passando poi per la vittoria di Valeriu Mircea ai danni di Djimil Chan.

«Gli sport di combattimento sono innanzitutto un rituale che va vissuto dal vivo»

Si arriva dunque al primo incontro femminile della giornata, tra la greca Elina Kallionidou e la russa Anastasia Yankova. La lottatrice di Mosca è conosciuta anche per la sua algida bellezza, che forse a volte viene rimarcata fin troppo da chi ne parla. Anastasia, tuttavia, riesce a mettere da parte tutta quella femminilità, a dire il vero un po’ stereotipata, che le attribuiscono per l’aspetto, lottando a viso aperto e finendo poi per vincere ai punti con un’avversaria che non ha per niente demeritato.
Il primo blocco di combattimenti, tutto dedicato alle mixed martial arts, si conclude con un main event che mette in palio il titolo mondiale Bellator MMA: si tratta della rivincita tra il detentore Rafael Carvalho, e Melvin Manhoef.

Anastasia Yankova, viso angelico e calcio micidiale

Sorprende l’entrata in scena di quest’ultimo, sulle note di una sinfonia di violini, che lui accompagna con movenze degne di un valzer. Si avvicina alla gabbia così, mostrando una leggiadria che contrasta con il suo aspetto massiccio; quando all’improvviso i violini cessano di suonare, ed irrompe il rap aggressivo di Meek Mill con “Ima boss”. I due lottatori si studiano per un po’, al punto di far rumoreggiare il pubblico in attesa. Ad un tratto cominciano a colpirsi con decisione. E a questo punto, ascoltando i pugni e i calci che si infrangono sulla pelle, ed echeggiano così forte da ammutolire il pubblico, mi accorgo di quanto gli sport di combattimento siano innanzitutto un rituale che va vissuto dal vivo. Impossibile replicare a parole, oppure su video, l’impatto che ha un incontro dove due uomini danno tutto, sfidando il dolore e la paura, per raggiungere il proprio obiettivo. Se si riesce ad andare oltre, è possibile accorgersi di quanto tutto questo si addentri nel profondo dell’animo umano. Ad un tratto Manhoef riceve un calcio sul collo, e cade a terra di botto, privo di sensi. Si risveglierà poco dopo, mentre Carvalho festeggia la difesa del proprio titolo. Alla fine i due si abbracciano, come succede praticamente sempre. Quello che non sembra mancare mai in certi eventi di lotta è il rispetto dell’avversario, che può sembrare paradossale se si pensa alle minacce reciproche che spesso hanno luogo prima del match. Ma forse non è poi così un paradosso il fatto che, subito dopo un incontro senza esclusione di colpi, due uomini prima ancora che lottatori, possano ringraziare l’altro di avergli fatto scoprire un po’ più della propria anima.

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La gabbia viene sollevata per aria, e viene allestito un ring dove, nel blocco dedicato alla Victory World Series, si sfideranno a colpi di Savate Pro Cynthia Gonzales e Veronica Parisi, che nonostante il supporto del pubblico finirà sconfitta. L’italiana mi sorprende fin dal suo ingresso poiché, a differenza della maggior parte dei lottatori che entra in scena accompagnata da canzoni rap aggressive, decide di presentarsi accompagnata dalla voce calma di De Andrè con, se non ho sentito male, “Dolcenera”. Segue poi il match tra il giovane Tarik Totts, che batte Yassine Moutacim. È forse questo l’incontro che, umanamente, mi ha colpito di più. I due, nonostante i colpi frenetici che si scambiano, alla fine si abbracciano come farebbero due grandi amici. Non so dire bene perché, ma vedendoli ho pensato a certi personaggi pasoliniani.

Tocca poi a Philippe Salmon contro Florenzo Pesare, il quale raccoglie fin da subito il supporto di tutto il pubblico, che inneggia a lui mentre incassa un colpo dopo l’altro, ma senza mai desistere, come un Rocky Balboa degli inizi. Alla fine esce sconfitto, ma il gran cuore che ha messo in mostra equivale per gli spettatori a una vittoria simbolica. Arriva il turno di Hicham Zentari contro Djibril Ehouo, che vince ai punti, e poi della campionessa Anissa Meksen contro Chiara Vincis che, nonostante la sconfitta, è stata supportata per tutto il tempo dai cori del pubblico. Sul ring sale quindi un altro dei lottatori più attesi della serata, Armen Petrosyan, fratello di Giorgio, che riesce a strappare la cintura mondiale WKU al francese Mohamed Houmer, mandando gli spettatori in visibilio.

Giunge così il momento dedicato all’ultimo blocco di combattimenti, quello di Bellator Kickboxing, che comincia con il match tra Luca D’Isanto e Gaston Bolanos, dove purtroppo il primo esce sconfitto. Segue poi Enriko Kehl contro Musta Haida, che può contare sul supporto di numerosi tifosi, i quali possono alla fine festeggiare la sua vittoria ai punti dopo un bel match senza respiro. Si arriva ad uno dei momenti più attesi: la leggenda John Wayne Parr, quarant’anni compiuti, sfida Nando Calzetta, teramano, seguito da molti sostenitori della sua città. È un incontro che assume quasi i tratti del “maestro contro l’allievo”, visto che Nando sostiene di essere cresciuto guardando i video di Parr. Il lottatore teramano sfida il suo avversario senza paura, contrattaccando colpo su colpo, alimentando così l’entusiasmo del pubblico che spera di vedere vincere un “outsider”. Ad un tratto, però, Nando abbassa la guardia e viene colpito da un calcio violentissimo al collo, che lo manda al tappeto. Il pubblico sugli spalti lo applaude comunque, vista la forza d’animo che ha rivelato sul ring, mentre John Wayne Parr esulta come chi, malgrado l’età, non ha ancora smesso di amare ed entusiasmarsi per ciò che fa.

John Wayne Parr: in versione Rambo, più che Rocky

È il turno dell’ultimo incontro femminile in programma, che vede in palio la cintura mondiale Bellator Kickboxing. A sfidarsi sono la detentrice Denise Kielholtz, e la lottatrice valdostana Martine Michieletto. Il match è senz’altro uno dei più combattuti, pur concludendosi con la sconfitta dell’italiana, e a tal proposito, senza alcun tipo di motivo patriottico, c’è da dire che i lottatori di “casa nostra” escono tutti a testa alta.

Ormai Oktagon si sta per concludere. È arrivato il momento del match più atteso: quello fra il rumeno Amansio Paraschiv, e l’idolo di casa Giorgio Petrosyan. L’italo-armeno prima studia l’avversario, poi comincia a sferrare un colpo dopo l’altro, tanto che ad un certo punto un suo pugno farà volare il paradenti dello sfidante fuori dal ring. Alla fine Giorgio vincerà ai punti, per decisione unanime dei giudici, dando vita al boato del pubblico che supporta da sempre una leggenda di questo sport come lui. Alessio Sakara sale sul ring per unirsi ai festeggiamenti, mentre dagli altoparlanti rimbomba “Killing in The Name” dei Rage Against the Machine.

Poco a poco le tribune si svuotano. Un altro evento di Oktagon si è concluso, ed il pubblico, ascoltando qualche frase rubata, mi è sembrato soddisfatto dello spettacolo. Resta da scoprire dove gli sport di combattimento, in Italia, potranno arrivare. Di una cosa però mi sento certo: prima ancora dell’esposizione mediatica, servirebbe un’opera di educazione a questo mondo, che ne riveli gli aspetti più legati allo sport in sé che allo spettacolo. Un mondo questo che, oltre a pugni e calci, possiede quanto di più umano ci possa essere. L’importante è saperlo mostrare correttamente.

Letture consigliate sull’argomento: “Gladiatori” di Antonio Franchini, “Mike Tyson” di Joyce Carol Oates, “Fighter” di Craig Davidson

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