[INTERVISTA] Elephant Claps: un upgrade al concetto di “gruppo a-cappella”

Andiamo alla scoperta degli Elephant Claps: sei cantanti che mescolano jazz, classica e musica a-cappella con un appeal pop contagioso. 

_di Mattia Nesto

Sei componenti per un gruppo, almeno stante a quello che si vede in giro oggigiorno, è un numero più simile ad una crew hip-hop che ad una band “tradizionale”, diciamo così: come siete nati?

“Ci siamo conosciuti nel giro del jazz milanese. L’idea è venuta a Mila e Serena che per la scelta degli altri componenti si sono orientate verso musicisti con un’affinità nell’attitudine: voglia di sperimentare e divertirsi cantando.”

Le vostre sonorità affondano nell’afro-funk-jazz: quali i vostri ascolti principali, prima di mettere su il gruppo?

“I nostri ascolti sono svariati perché ognuno di noi ha un proprio background ma ci sono artisti che sicuramente tutti apprezziamo e che ci hanno influenzati nelle scelte artistiche come Bobby MC Ferrin, Zap Mama, Erykah Badu, Stevie Wonder, Beatles, Nina Simone, Joni Mitchell, Al Jarreau, Gilberto Gil e molti altri”

Uno dei minimi comuni denominatori fra tutti voi e l’attitudine, anzi quasi l’esigenza, a sperimentare con la voce: per quale motivo?

“Il rapporto che ognuno di noi ha con la musica non ha un orario di lavoro, si tratta dell’esigenza quotidiana di ciascuno, del naturale fluire dei nostri pensieri nella musicalità che ognuno di noi ha dentro di , ognuno con le sue caratteristiche, ognuno con la propria storia. Ogni idea musicale che incontriamo nella nostra giornata, come un verso ridicolo, un suono nuovo, diventano involontariamente ricerca. Forse la vera sperimentazione nasce nel momento in cui cerchiamo di integrare queste idee fugaci, questi suoni, all’interno di un discorso musicale che abbia un senso.”

Domanda di rito: nasce il testo o la melodica in un vostro pezzo-base?

“Non c’è uno schema fisso nella composizione, spesso il confluire delle nostre voci in un unico grande fiume diventa la guida per quello che sarà il brano finito. A volte melodia e testo nascono insieme, si parte da un ritornello e poi costruisce l’arrangiamento. L’ultima traccia del disco (Warm up) è un esempio di improvvisazione, ci piaceva l’idea di rendere partecipe il pubblico del nostro processo creativo.”

Dal vivo che tipo di concerto è quello dei Elephant Claps? Più controllato e ragionato oppure ci is lascia prendere dalle spire del ritmo e della verve dell’improvvisazione?

“L’approccio che abbiamo all’evento live è come quello che si ha quando ci si allena per andare a sciare e poi si affronta una pista sconosciuta: abbiamo fatto i compiti a casa e facciamo in modo di avere una confidenza intima con i nostri brani ma mentre li eseguiamo non pensiamo a nient’altro che a far fluire ciò che abbiamo dentro cercando di interagire col pubblico e con quell’emozione che rende il live qualcosa di incredibilmente diverso da una registrazione in studio.”

Nel panorama musicale odierno, chi ascoltate maggiormente?

“Il nostro lavoro costante è quello di mantenere il contatto con la realtà attuale della musica e con tutte le sue contraddizioni fronteggiando la difficoltà di essere veramente innovativi nelle proposte. Tra i nostri preferiti citiamo Esperanza Spalding, Snarky puppy, Jacob Collier, James Blake, Richard Bona…”

Nonostante il jazz, il funk e la musica afro, quanto è contata e quanto conta la musica classica nel vostro gruppo?

“Non tutti tra di noi hanno una formazione classica. L’ispirazione che traiamo da questo genere musicale è più legata agli episodi di musica vocale contemporanea. Talvolta l’uso non convenzionale della voce fa riferimento alla sperimentazione vocale di Luciano Berio, di Dallapiccola e a tutto ciò che viene considerato classico ma anche un po’ estremo. Probabilmente c’è un’ influenza musicale che viene dal repertorio classico strumentale più a livello subliminale che non come vero riferimento. Chissà se nel futuro approfondiremo questo lato, potrebbe essere una nuova opportunità di sperimentazione!”

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