[INTERVISTA] Silvana Sperati e l’importanza di Bruno Munari per imparare ad imparare

Creatività non vuol dire improvvisazione senza metodo. Bruno Munari ci ha insegnato ad essere protagonisti del nostro apprendimento. Ne abbiamo parlato in questa  intervista con Silvana Sperati, sua allieva diretta e presidente dell’Associazione Bruno Munari.

_di Raffaella Ceres

“E’ necessario trovare dal mio punto di vista degli elementi di vicinanza con il pensiero e l’opera di questo artista che sempre, a mio avviso, non si è mai discosto dall’uomo”. Così Silvana Sperati ci introduce all’approfondimento dell’opera di Bruno Munari, artista che Pablo Picasso definì  il nuovo Leonardo. “Leonardo cosa è stato? E’ stato un artista totale, un artista che ha sviluppato il suo particolare approccio in vari aspetti della conoscenza. Così Munari è stato dunque architetto, grafico, designer , progettista ma soprattutto, egli aveva un metodo e questo metodo lo ha messo in scena in svariate aree”.

Lei ha affermato che molti parlano di Munari ma pochi lo comprendono. Cosa significa?

“Dal mio punto di vista significa che comprendere Munari è un’azione piuttosto complessa che implica una messa in gioco anche di noi stessi. Cumprehendere vuol dire proprio capire profondamente, capire dentro. L’elemento fondante del lavoro di Bruno Munari credo sia stato la curiosità ed il desiderio di sapere attraverso la sperimentazione. La dimensione della sperimentazione, del provare, del ricercare è una dimensione che ci mette fortemente in gioco, è una dimensione della persona che non si accontenta, che implica il tempo, l’accettazione dell’errore, aprirsi a nuovi punti di vista: tutto questo non credo sia una cosa poi così semplice.
Può essere abbastanza semplice stupirsi, meravigliarsi di Munari, persino usare la parola Munari ma comprendere Munari, vuol dire anche accettare una strada personale che è la strada della sperimentazione e della ricerca verso nuove possibilità che possono andare nel campo del design, dell’arte, addirittura dell’educazione. Un laboratorio Munari ripetuto sempre nello stesso modo secondo me è qualcosa di sterile. Fare un laboratorio Munari significa saper creare e ricreare le condizioni per costruire un apprendimento reale.”

Lei è stata allieva diretta di Bruno Munari. Il ricordo più vivo che conserva della sua esperienza?

“Il mio è un ricordo assolutamente molto presente. Gli elementi che mi sento di condividere riguardano prima di tutto la sua capacità di accoglienza verso i giovani. Io stessa come giovane sono stata assolutamente accolta da lui. Bruno Munari era un uomo elegante, molto misurato, una persona che non aveva bisogno di vestirsi da creativo perché lo era. Ma era anche una persona che aveva molto rigore. Ricordo ad esempio che quando andava nel suo studio per mostrarmi le ricerche che stava facendo: prendeva il pennarello, levava il cappuccio, faceva il segno e poi rimetteva il pennarello apposto. Questo per spiegarvi come fosse una persona molto disciplinata. Stare vicino a Munari vuol dire proprio vivere l’esperienza di avere accanto una persona assolutamente geniale ed avere un genio per amico era anche in certo senso molto faticoso perché ti mette in discussione.”

«Io sono stata una delle persone che ha imparato ad imparare con Munari proprio come accadeva in una bottega del Rinascimento»

La presidente dell’Associazione Bruno Munari, Silvana Sperati.

Come ha conosciuto Bruno Munari?

“Nella metà degli anni Ottanta io mi interessavo, fra le tante cose, di teatro, di sperimentazione, di linguaggio teatrale ed in uno di questi corsi che avevamo organizzato cercando di aprirci a varie esperienze, ho conosciuto una delle sue collaboratrici che in quel periodo stava organizzando i laboratori presso la grande mostra di Palazzo Reale. Sono stata così chiamata come assistente e quando ho visto quello che succedeva ho compreso immediatamente che quello che veniva proposto funzionava ed è allora che ho cominciato un lavoro personale di approccio al suo lavoro iniziando in primo luogo andando a bottega. Partecipavo a tutte le iniziative di mia volontà. Immaginate un giovane che di sua sponte incontra un maestro, lo riconosce e poi lo segue ma senza avere anche un incarico. Io sono stata una delle persone che ha imparato ad imparare con Munari proprio come accadeva in una bottega del Rinascimento.”

Quale potrebbe essere secondo lei un elemento sottovalutato del pensiero di Bruno Munari?

“Io parlerei piuttosto di un elemento frainteso che è quello della dimensione progettuale del gioco. Munari è l’artista che gioca, che fa tutto con leggerezza. L’uso dello scherzo e dell’ironia sono elementi che ci portano in una dimensione di gioco che è il luogo della sperimentazione totale. Nel gioco non c’è il peso del giudizio, nel gioco c’è la relazione con il materiale, la relazione con l’altro, la progettualità, la ridefinizione di un progetto. Questo elemento della parte ludica così importante nel lavoro di Bruno Munari secondo me, in qualche modo, ha fatto percepire l’artista in qualche modo come poco serio. Il suo lavoro invece è un lavoro di estrema importanza perché va a toccare degli elementi costitutivi dell’essere umano. Per questo anche adesso Munari è assolutamente attuale, perché quello che lui tocca è archetipo.”

Educare al pensiero creativo. Perché non siamo più in grado di farlo?

“Credo che sia sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo: lo stile ha in parte inficiato il tema della ricerca e della sperimentazione. L’elemento più importante che va ricostruito e difeso è quello della sperimentazione perché a volte si danno le cose per scontate e dare le cose per scontate è un errore enorme. Non potrai mai scoprire nulla di nuovo dando le cose per scontate. Questo è un elemento di criticità del mondo intorno a noi che è un mondo globalizzato, influenzato dei media verso un pensiero convergente e non divergente.
Educare ad un pensiero che possa essere critico sarebbe un dovere anche della scuola. Ma cosa forma oggi la scuola? Come vengono formati i bambini? Non riempiamoli di nozioni ma insegniamo loro ad imparare. Ecco qual è l’importanza della didattica per competenze: una didattica che parte anche dalle capacità di ciascuno. Quindi non dobbiamo chiedere a tutti la stessa cosa. Dobbiamo dare un metodo e fare in modo che ciascuno utilizzi questo metodo valorizzando i propri saperi e la propria individualità.”

«C’è in giro un po’ troppo copia e incolla!»

Nel libro Da cosa nasce cosa viene evidenziata l’importanza della progettualità nel lavoro di Bruno Munari. Cosa ci può dire a riguardo?

“Munari richiama nel libro da lei citato a dei passaggi metodologici che sono una bibbia per tutta una serie di progettisti e di designer. Quanti seguono veramente questi passaggi? Bisogna ritornare al progetto e, nella dimensione scolastica, al metodo. Il metodo ti aiuta a lavorare, il metodo ti rende libero. Una falsa libertà ci porta a fare come capita. Il lavoro progettuale è rigoroso. Ci sono passaggi che poi portano ad un progetto nuovo. C’è in giro un po’ troppo copia e incolla!”

Vorrei parlare anche del suo originale progetto de La fattoria didattica delle Ginestre.

“È un progetto nato da circa 20 anni e del quale potete trovare ulteriori informazioni su questo sito. Questo spazio è un punto di incontro fra la mia cultura, quello dei miei genitori e quella di mio nonno. Io sono stata una bambina che ha potuto sperimentare tanto perché giocavo con il fango, con la malta, spremevo con le mani le verdure, mi arrampicavo sugli alberi. Ho fatto dunque quelle esperienze fondanti per un bambino e dunque già venti anni fa, in tempi non sospetti diciamo, ho avuto l’intuizione di costruire uno spazio e di offrirlo ai bambini, alle famiglie ma anche a tutte le persone dall’Italia e dal mondo perché è uno spazio molto interessante anche per la formazione.
Per formarsi bisogna staccarsi dal proprio ambito tradizionale. La formazione è sempre un piccolo viaggio. Il contatto con la natura vuol dire imparare ad osservare, recuperare gli elementi naturali e la Fattoria delle Ginestre diventa in quest’ottica una camera di decompressione dalla realtà che ci diseduca a progettare.”

I libri che ci consiglia di avere dell’artista Munari quali sono?

“Per i più grandi io consiglio: Fantasia, Il laboratorio per bambini a Brera, Disegnare l’albero, Disegnare il sole, I laboratori tattili e Da cosa nasce cosa. Se invece pensiamo ai più piccoli sicuramente i Libri del ’45 e I pre-libri ma, il mio cuore batte per Nella notte buia, un libro bellissimo per la capacità di usare il materiale di diverse pagine a seconda della comunicazione pensata.”

Munari è stato un grandissimo comunicatore. Di ogni oggetto, egli ci insegnava, è importante saper capire come comunica.
L’uomo Munari, l’artista Munari, ci riporta al piacere di essere protagonisti del proprio apprendimento e protagonisti della propria vita. Una persona creativa è una persona che affronta i problemi delle realtà anche quotidiana, che cerca delle risposte di tipo personale. Questo è un grande valore fortemente connotato con l’italianità. L’artigianato italiano era un’eccellenza: il ricamo, il ferro battuto, il vetro, i tessuti. Se non capiamo l’importanza di questo fare che passa attraverso le mani ed il gran valore che può avere, che futuro possiamo pensare dal punto di vista del saper essere creativi?