I limiti di Cinema2Day e la versione degli esercenti

Con la sua estensione fino a maggio, i dubbi e le polemiche intorno all’iniziativa Cinema2day si sono moltiplicati. Per avere un quadro più chiaro della situazione siamo andati a parlare con gli esercenti torinesi che hanno deciso di non aderire alla promozione. Un’occasione per riflettere sul consumo e la fruizione del cinema oggi in Italia.

_di Iacopo Bertolini

Confusione, vaghezza e omissione sembrano essere ormai diventate le parole chiave da inserire in una valutazione, anche delle meno specialistiche, sul panorama cinematografico italiano. L’iniziativa promossa dal Ministro Dario Franceschini a partire da settembre 2016, che vede il prezzo del biglietto ridotto a 2 euro ogni secondo mercoledì del mese, non si sottrae purtroppo a questa tendenza, e se già era diventata bersaglio delle critiche di qualche voce fuori dal coro durante i primi sei mesi di operatività, con il suo rinnovo fino a maggio ha conquistato a pieno titolo un posto di rilievo tra i tanti “polveroni” che circondano la gestione della cultura nel nostro paese.

Dove vanno ricercate le cause di tanto scompiglio? Innanzi tutto nella quantità e nell’eterogeneità delle parti in gioco.

C’è il già citato Ministro Franceschini, forte dell’approvazione del ddl Cinema e Audiovisivi del novembre scorso ed in cerca di un ulteriore consolidamento d’immagine nell’attesa dei relativi decreti attuativi, e ci sono le grandi associazioni di produttori e distributori, che perseguono una politica di allineamento con le forze statali che agiscono sul settore.

C’è il pubblico, che vittima di una distribuzione a singhiozzo tanto delle produzioni straniere quanto di quelle italiane si ritrova ad orientare la sua scelta in un panorama quanto meno disorientante, ed infine c’è l’ANEC, vero campione di ambiguità in questa partita. L’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, entusiasta promotrice della prima tranche di Cinema2day, si era inizialmente tirata indietro rispetto alla prospettiva di un rinnovo in febbraio, esercitando così il suo ruolo di rappresentanza delle tante rimostranze (molte più di quelle che ci si potrebbe aspettare) da parte della categoria che tutela. Proprietari e gestori di sale cinematografiche di tutta Italia avevano fatto sentire la loro voce, sottolineando le distorsioni di fondo di un’iniziativa del genere.

Il risultato? Un nulla di fatto. Cinema2day continua fino al 10 maggio, e nonostante la stessa ANEC fornisca dati relativi ad un netto calo degli incassi nel periodo compreso tra gennaio e marzo l’associazione ha preferito ritrattare. A questo punto porsi qualche domanda diventa necessario.

Che il circuito delle sale d’essai e di provincia venisse danneggiato da questo tipo di promozione era chiaro sin da subito, ma quando persino i rappresentanti di colossi come i multisala UCI iniziano a palesare la mancata fidelizzazione del pubblico che costituiva la principale missione di Cinema2day, limitarsi ad accusare il ministero di scarsa lungimiranza è riduttivo.

Certo, l’esperienza dello spettatore parla d’altro. L’occasione di vedere anche quattro film nella stessa giornata al prezzo di un biglietto regolare è qualcosa di estremamente appetibile, e la risonanza mediatica prodotta dalla certezza di avere almeno una volta al mese sale piene in tutta Italia è sempre apprezzabile. Per non cadere però nel facile manicheismo dello schema “apocalittici ed integrati” bisogna guardare ai dati di fatto, e alla realtà che ci circonda. In questo caso quella degli esercenti, una categoria difficilmente unificabile sotto un’unica bandiera e che di conseguenza necessita di una considerazione particolare. Se non altro per il ruolo delicato e ambivalente che ricoprono: da un lato diffusori di prodotti culturali, dall’altro enti privati con necessità economiche non indifferenti a cui far fronte.

“Noi lottiamo col rischio di andare in perdita ogni mese” sottolinea il gestore del Cinema Classico, una delle svariate sale torinesi che non aderirà più a Cinema2day. “Le sovvenzioni per noi esercenti praticamente non esistono, siamo una categoria sfruttata. Su questo dovresti scrivere un bell’articolo”. Senza drammatizzare, mi viene spiegato quello che sta dietro ad un fatto apparentemente semplice come una proiezione cinematografica: spese per il noleggio dei film, SIAE, costi di pulizia della sala, luce, riscaldamento e così via. Una serie di incombenze insostenibili per i circuiti medio-piccoli a fronte della vendita di biglietti a 2 euro, anche solo per un giorno al mese.

“Questa iniziativa è stata approvata grazie al consenso delle grandi associazioni di distributori e produttori, in vista dell’imminente disegno di legge di Franceschini, in modo del tutto improvviso”. L’accento viene posto sui limiti che contraddistinguono le regole distributive in Italia: film in uscita il giovedì e mesi estivi di secca che scatenano una concorrenza spietata nei periodi successivi. L’inserimento di un provvedimento come Cinema2day, ed il suo indirizzamento forzato del pubblico in determinate giornate risulta evidentemente inadeguato per un panorama del genere. E se i cinema dei grandi centri non fanno che confermare il loro bacino di pubblico, chi tenta di offrire una proposta anche leggermente alternativa rimane tagliato fuori da questo circolo che, se ne stanno accorgendo tutti, non ha molto di virtuoso.

«La promozione viene percepita come accettata a livello nazionale, ma la realtà un’altra»

“Noi facciamo cinema, non popcorn” afferma con fierezza Fulvio Marcellino del Cinema Centrale, sala del circuito Slow Cinema, che sin dal settembre scorso aveva opposto un secco rifiuto all’iniziativa. Con un piglio meno militante di quello usato dal collega Gaetano Renda nella sua lettera aperta a Franceschini (ancora consultabile su internet), ma di certo non meno appassionato, Marcellino mi spiega le ragioni di questa presa di posizione: “L’iniziativa è profondamente diseducativa verso il pubblico. Vogliamo dare valore al prodotto che distribuiamo e nient’altro, in modo che il pubblico ne possa usufruire in modo consapevole. Non ci interessa però fare un boicottaggio, la nostra è una semplice mancata adesione”.

Qui si va oltre al discorso economico. Il rischio più grosso di Cinema2day è infatti quello di portare lo spettatore a considerare l’idea di andare al cinema non tanto per il piacere di farlo, ma per la possibilità di ottenere qualcosa quasi gratuitamente. L’errore è soprattutto culturale e, come se non bastasse, circondato da un grosso alone di disinformazione. La promozione infatti viene percepita come accettata a livello nazionale, ma la realtà un’altra. Mi viene infatti ricordato che il Piemonte è una delle regioni con il più alto numero di “dissidenti”.

Cosa rende allora particolare il panorama delle sale di Torino? “Abbiamo un’ampia scelta di sconti e abbonamenti applicabili 365 giorni l’anno, 7 giorni su 7. Non serve essere degli affezionati per sapere che da noi e non solo non si paga quasi mai il biglietto a prezzo pieno” mi dicono alla cassa del Cinema Nazionale, sala del circuito Cinema Torino, proprietà di un esercente storico come Lorenzo Ventavoli. “Invogliare le persone ad andare al cinema è importante, ma bisogna farlo informando con trasparenza, in modo continuativo. Abbiamo rifiutato di aderire alla promozione sin da subito, segnalandolo in ogni modo. Nonostante questo, continuano ad arrivare nel nostro circuito persone, persino dalla provincia, convinte di pagare il biglietto 2 euro. Puntualmente se ne vanno deluse, rifiutandosi di spendere pochi euro in più. Ogni mercoledì infatti il biglietto è già scontato a 4,50 euro”.

Questa politica dei prezzi non coinvolge però solo una nicchia di sale del capoluogo sabaudo, ma riguarda un complesso eterogeneo di cinema che riescono a coprire praticamente ogni fascia di pubblico. Un modello che non ha nulla di utopico, ma che al contrario funziona e fa di Torino una sorta di isola felice in Italia. “Ci capita di litigare con i nostri colleghi di Roma e Milano per i nostri prezzi bassi tutto l’anno”, affermano dalla direzione del Nazionale, “ci teniamo a venire incontro al pubblico. Ma Cinema2day fa passare l’idea che la cultura sia gratuita, il che è profondamente sbagliato. Noi non svendiamo il cinema”.

Cinema2day non può di certo essere preso a capro espiatorio per i problemi che affliggono il mercato del cinema italiano, se con l’anno nuovo si staccano meno biglietti è anche colpa di una penuria di contenuti nell’offerta generale (“La Bella e la Bestia” è unico titolo che sta avendo un riscontro significativo). E’ innegabile però che sia un piano inapplicabile allo stato attuale delle cose e dannoso sul lungo periodo. E’ necessario che tanto il Ministero dei Beni Culturali quanto il pubblico stesso colgano la differenza tra fenomeno di costume e fatto culturale: questa non va ad esaurirsi nello spazio di un titolo di giornale, ma si misura quotidianamente su un’offerta completa ed accessibile che non vada a ledere gli interessi sia di chi la crea, sia di chi ne usufruisce. Solo allora si potrà tornare a parlare di “cinema come orgoglio nazionale” e di “magia della sala”.

Come uscire da questo impasse? Intanto con una maggiore chiarezza, sulla breve e sulla lunga distanza; ma anche attraverso un dialogo tra tutti i soggetti coinvolti – dagli esercenti al pubblico passando per i vertici politici – che questo articolo spera di innescare.

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