[REPORT] Afterhours: chiuso un cerchio, se ne apre un altro

Dopo la prima tornata di concerti estivi che li hanno visti protagonisti sui palchi italiani nel 2016, gli Afterhours tornano nei club con il loro “Folfiri o Folfox Tour 2017”. Li abbiamo visti al Teatro della Concordia di Venaria Reale in un live organizzato da Hiroshima Mon Amour, che ha stupito per il suo impatto (e i suoi decibel).

_di Annalisa Di Rosa

C’è una cosa da dire sugli Afterhours ed è che non puoi dirgli niente, agli Afterhours. O meglio, non puoi dirgli troppo, volendo democraticamente lasciare uno spiraglio aperto alla critica. Fatta questa premessa, si può proseguire dicendo che il concerto di lunedì sera al Teatro della Concordia di Venaria è stato un bel concerto. Uno di quelli che sarebbe stato un peccato perdersi, se non altro per godere di un Agnelli in ottima forma.

Tra la paura – di alcuni esponenti integralisti del pubblico – che fosse pieno di adolescenti in piena tempesta ormonale da post X-Factor e l’augurio – dei più progressistiche invece fosse pieno di adolescenti in piena tempesta ormonale da post X-Factor, la composizione della platea si è attestata su un buon 80% vecchia guardia, 20% nuove generazioni attente, ballerine e affette da “Manuelite”.

Già l’esterno del Teatro della Concordia anticipa il sold out: la fila è lunga, tanto che arriva fino ai camioncini dei paninari e qualcuno scambia una coda per un’altra. L’attesa non è insopportabile ma basta per perdere quasi completamente l’esibizione di Andrea Biagioni, talento fresco di X Factor scelto dagli Afterhours per aprire tutti i loro concerti di questo ultimo tour. Quando riusciamo ad entrare, nel foyer del Concordia si stanno spegnendo le ultime note di Hallelujah, ormai cavallo di battaglia del barbuto Biagioni (e della maggior parte dei concorrenti dei talent di ogni nazione e paese).

Folfiri o Folfox è un disco” dice Manuel “che parla di dolore, di morte, di sofferenza, di cerchi che si chiudono come unico modo per cui se ne possano aprire altri

Un sospiro e due minuti dopo, puntuali come se non fossimo in Italia, salgono sul palco gli Afterhours, aprendo concerto e cuori con Né pani né pesci. Immersi in una scenografia da teatro minimalista, lanciano addosso ai presenti ondate di decibel che tracciano netto il confine tra gli Afterhours prima e dopo Folfiri o Folfox. Sono decisamente più vicini ad una forma – del tutto personale – di metal piuttosto che agli Afterhours come li abbiamo sempre conosciuti – e già ci spettinavano abbastanza.
Questo
accento sui toni più violenti e noise delle loro composizioni lascia il pubblico tra l’interdetto e l’adorante: ma sono gli Afterhours, cosa vuoi dirgli? Che annoiano? Che si rendono più inespugnabili di quanto già forse non siano? Che si fa fatica a fruire di alcuni loro pezzi? Impossibile, perché in ogni caso quello che sono chiamati a fare da vent’anni lo fanno, e lo fanno in modo impeccabile. Manuel non prende una stecca, gioca con la voce, con le grida, con Xabier Iriondo e il suo giocattolino sonoro (un Mahai Metak) costruito per l’occasione da cui vengon fuori note acute da Banshee irlandese, che colpisce e suona a più riprese.

Non c’è spazio per parallelismi e confronti, in realtà per nessun pippone di sorta, o ti si sta squarciando lo stomaco – e ti ritrovi a piangere su Non voglio ritrovare il tuo nome oppure sei solo nostalgicamente disorientato. L’odore della giacca di mio padre vede un Manuel seduto alla tastiera che ti piega le ginocchia, i pochi momenti acustici sono una boccata d’aria dentro l’occhio del ciclone. Non c’è spazio neanche per il rimpianto, abbiamo davanti due ore di concerto durante il quale Folfiri o Folfox la farà praticamente da padrone, tranne per alcune eccezioni come ad esempio Ballata per la mia piccola Iena, Male di Miele e una poco ortodossa versione di Bye Bye Bombay – forse l’unica che lascia un po’ di amaro in bocca. Agnelli non si risparmia e non risparmia neanche i suoi ormai canonici volteggi col filo del microfono, delizia e angoscia delle prime file poco distanti da lui. La ciliegina su questa torta complessa arriva con la cover di State Trooper di Bruce Springsteen, e Quello che non c’è a fare da digestivo.

Folfiri o Folfox è un disco” dice Manuel “che parla di dolore, di morte, di sofferenza, di cerchi che si chiudono come unico modo per cui se ne possano aprire altri”. E forse la sofferenza, per gli Afterhours, è sempre stato l’unico metodo per scrivere canzoni, per arrivare al centro, per scardinare le orecchie. Chissà se per loro funziona come funzionava per Tenco, quando gli chiedevano “Perché scrivi solo cose tristi?” – “Perché quando sono felice esco”.

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