David Lynch – The Art Life: una vita in apnea

Nell’attesa spasmodica della terza stagione di Twin Peaks, recuperiamo il docu-film sulla poetica lynchiana, con discrete ma significative incursioni nella vita privata del regista dell’inconscio. 

_di Iacopo Bertolini

Contemplare la superficie, accarezzarne le increspature e coglierne ogni riflesso, per poi immergercisi dentro e sperare che l’aria immagazzinata nei polmoni ci basti per raggiungere il fondale e ciò che cela. L’opera di David Lynch è da sempre simile a quella di un sommozzatore, impacciato sulla terra ferma ma elegante ed inesorabile nella sua discesa verticale in acque profonde, che a volte fa comodo chiamare passato, a volte inconscio.

Con un metodo simile, David Lynch: The Art Life si propone di indagare la vita artistica del regista, pittore e musicista di Missoula, cercando di rendere il torbido oceano in cui nuota ormai da cinquant’anni un poco più limpido. Il primo velo che cercano di scostare i registi Jon Nguyen, Rick Barnes e Olivia Neergard-Holm è quello pesantissimo di icona pop che ha ormai ammantato Lynch. A dispetto delle continue difficoltà produttive che lo hanno accompagnato fino a tempi recenti (il caso Inland Empire è esemplare) la sua figura ha definitivamente travalicato i confini del recinto del “cult”, portando agli occhi del grande pubblico un’immagine spesso falsata del suo lavoro e della sua poetica. La scelta di tralasciare completamente l’universo cinematografico di Lynch e concentrarsi sullo stadio embrionale della sua personalità artistica è quanto meno coraggiosa, soprattutto in un periodo come questo, in cui il chiacchiericcio intorno alla tanto attesa terza stagione di Twin Peaks ha raggiunto i limiti dell’assordante.

«L’apologia e la celebrazione lasciano spazio a qualcosa di più simile all’autoritratto e alla narrazione di sé»

The Art Life è al contrario un film quieto, sospeso e quasi ipnotico, che rifiuta qualsiasi didascalismo in favore dell’auto-esplicatività delle immagini prodotte dallo stesso Lynch, prima ancora che da quelle girate dai tre registi. Ecco infatti un documentario che non ha nulla dell’iperdinamismo delle produzioni odierne e che ricorda invece certi film d’arte degli anni ’60, figli del lavoro al tavolo di montaggio e di sobrie voci fuori campo. Non c’è enfasi o pomposità nel presentare allo spettatore la quantità (ad essere sinceri esorbitante) di materiale inedito a cui hanno avuto accesso gli autori. Le opere pittoriche di Lynch si alternano in lunghe sequenze sullo schermo, accompagnate dalle sue parole spesso esitanti, che ripercorrono episodi concreti di una vita ancora al riparo dal chiasso di Hollywood.

Ecco che allora l’apologia e la celebrazione lasciano spazio a qualcosa di più simile all’autoritratto e alla narrazione di sé. Il soggetto osservato diventa soggetto osservantesi. In questo quadro onirico, in cui proiezioni e ricordi d’infanzia si concretizzano grazie a filmati di famiglia e foto d’archivio, vi è però una nota straniante: Lynch viene sì ripreso davanti al microfono, pronto a raccontare la sua giovinezza, ma non lo vediamo praticamente mai parlare. Ogni riferimento alla macchina da presa è eliminato alla radice. La sua è una presenza silenziosa, che si muove a suo agio nello studio della sua casa e che si sporca le mani di vernice e nicotina: un corpo senza voce ed una voce senza corpo. Gli unici momenti in cui questa asincronia viene meno sono quelli in cui l’artista si mostra come padre, in compagnia della piccola figlia Lula. Gioca e soprattutto crea con lei, utilizzando gli stessi materiali che compongono i suoi quadri, rivolgendosi ad essa con la stessa semplicità con cui ci ha appena raccontato della prima volta in chi ha fumato marijuana o del suo fallimentare tentativo di trasferirsi in Europa per studiare “Kokoschka”.

E’ nella serenità di questi momenti che la poetica di Lynch si fa chiara, spogliata dalla carica di orrore e grottesco che tutti conosciamo. Condividere la sensazione pura e toccarla con mano, perdendosi insieme nella sua materialità è forse il modo più umile per dipingere un quadro, girare un film o crescere un figlio. Nguyen e compagni provano a raccontarci con la stessa trasparenza quest’uomo, dedicando proprio a Lula Boginia Lynch The Art Life. Il film, insieme al resto del materiale girato, diventerà infatti un documento per il futuro, una possibilità per una figlia di avvicinarsi ad un padre che probabilmente non farà in tempo a conoscere a fondo. Uno scafandro da palombaro per andare oltre la superficie e tuffarsi, ancora una volta, in acque profonde.

Guarda qui il trailer di David Lynch – The Art Life