[INTERVISTA] Polifonia di voci e culture nell’arte di Li Chevalier

Fino al 26 marzo la Pelanda del MACRO Testaccio di Roma ospiterà una delle opere protagoniste dell’edizione 2016 di OPEN – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni, firmate da Li Chevalier. Abbiamo intervistato l’artista sino-francese, scandagliando le inquietudini dell’essere umano tra Oriente e Occidente. 

_di Martina Lolli

OPEN è un palinsesto nato in seno alla Biennale del Cinema di Venezia da un’idea di Paolo De Grandis, curatore, con Claudio Crescentini, del ciclo di mostre From La Biennale di Venezia & OPEN to MACRO. International Perspectives di cui “Trajectory of desire” è la quarta tappa.

In mostra l’installazione Polyphony e una serie di inchiostri sperimentali su tela di Li Chevalier. Originaria di Pechino e naturalizzata francese, è un’artista che concilia nella sua ricerca l’estetica orientale e occidentale ed evoca le inquietudini dell’uomo contemporaneo, diviso fra una trascendenza tanto spirituale quanto concreta che deriva dalla perdita di consistenza di ogni aspetto della vita.

In occasione della mostra al MACRO ci siamo concessi una conversazione con Li Chevalier per esplorare la sua ricerca dove vita e arte si intrecciano indissolubilmente e acquistano significato reciproco. Abbiamo parlato di estetica occidentale e orientale e della necessaria e costante oscillazione fra zone di vacuità e zone di pienezza, fra desiderio e “desiderabile”, scoprendo un’artista sensibile e aderente al proprio tempo che si schiera dalla parte della visione molteplice e della polifonia culturale.

Entrando nella sala dedicata a Polyphony ho avuto l’impressione di essere in un sogno: atmosfera sospesa, un gioco di luci che mette a fuoco diverse zone dell’installazione e un tappeto sonoro che accompagna una visione cangiante. Forse questa fruizione ineffabile della tua opera è un’eco della vita, della sua esperienza e del nostro parziale punto di vista…

“Le trenta opere a inchiostro sperimentale su tela, così come la monumentale installazione composta da archi, sono supporti su cui traduco i miei lavori fotografici, le pitture e le incisioni. Insieme rappresentano una visione caleidoscopica della vita, l’interazione tra vita e morte, il trionfo della bellezza sulla morte. Questi violini fluttuanti sono simili alle memory marble stone, pietre sparse nel paesaggio cinese su cui sono incise delle poesie e che hanno ispirato Victor Segalen nei suoi viaggi nella Cina imperiale. Queste poesie avevano il compito di preservare la bellezza della scrittura e trascenderla nel tempo.
Nella tela “La Corinthienne Dibutade” (1785), Jean-Baptiste Regnault racconta la storia della ragazza che disegna il profilo dell’ombra del suo innamorato prima della sua scomparsa. L’ombra – il disegno – è un po’ l’anestesia per l’effimero, una cura contro la tirannia del tempo: tutto scorre, il poeta scompare ma rimangono le sue tracce attraverso l’arte!”

Cosa rappresenti sui tuoi violini?

“Molti dei miei violini sono litografati con le poesie incise sulle pietre della memoria che sono ora parte della collezione permanente del Museo delle Steli di <Xi an>.
Nei miei lavori la vocazione simbolica è satura di interrogazioni metafisiche che vanno oltre i confini di ogni civiltà e di ogni tempo. Nessun essere umano può scappare alla sua tragica condizione mortale ma, parafrasando François Cheng, è nella bellezza che l’uomo può trovare senso e soddisfazione. La bellezza soltanto ha il dono di destare il desiderio, così come l’arte ci permette di “scomparire senza perire”, come afferma Lao Zi.”

«La rappresentazione orientale evita il più possibile l’imitazione dell’apparenza per concentrarsi nell’evocazione e nel simbolismo»

Ph Andrea Berrelli

Come pensi la rappresentazione – intesa come il bisogno di comprensione e il tentativo di dare un senso alla vita – possa rispecchiarsi nelle differenti visioni dell’arte in Oriente e Occidente?

“Se la definizione occidentale di rappresentazione è stricto sensu “ciò che si dà a vedere”, quella orientale è “ciò che si dà tra il visto e il non visto”. La prima ha l’obiettivo di mostrare la verità in un oggetto dato, mentre la seconda tende a fuggire la verità per condurre lo spettatore intenzionalmente verso l’ambiguità. La raffinatezza e la delicatezza della pittura a inchiostro è alla base di questo “in between”: piuttosto che una decisiva ed esclusiva determinazione della forma, l’artista dipinge il tragitto di ritorno fra il suo emergere e il suo sottrarsi, fra la presenza e l’assenza.

La linea di demarcazione fra la semantica occidentale e quella orientale può essere spiegata da due diverse attitudini nella conquista dell’oggettività: nel mondo intellettuale dominato dal relativismo taoista l’arte eleva qualità come il transitorio, l’illusorio, l’impermanenza, il continuo spostarsi della realtà. La rappresentazione orientale evita il più possibile l’imitazione dell’apparenza per concentrarsi nell’evocazione e nel simbolismo.
L’incapacità tecnica delle opere a inchiostro di creare un’immagine foto-realistica spiega parzialmente la mancanza di realismo nella rappresentazione orientale e la relatività della sua filosofia, specialmente del Taoismo, che gioca un ruolo importante nella predilezione orientale per la semi-astrazione che esclude a sua volta l’individualismo.”

«Polyphony intende testimoniare una vitalità creativa nata dall’incontro, dall’armonia e dalla tolleranza»

La tua installazione, con la sua polifonia di suoni e visioni, rivela un messaggio sociale in una maniera molto sottile…

Polyphony si riferisce alla scrittura musicale con differenti voci simulate, ognuna con la propria dinamica. E’ la convergenza di diverse melodie parallele in un ensemble musicale che rispetta i ruoli dell’armonia. Quindi il concatenamento verticale degli accordi arricchisce la composizione. L’idea portante è che la globalità non esclude il singolo e la ricchezza del tutto è costruita dallo sviluppo dell’individualità.
Viviamo in un mondo che non può rallentare la sua corsa verso uno spazio “comune” dove si integreranno varie nazioni e civiltà, dove si intrecceranno eredità e storie. L’incontro di queste civiltà avviene su scala mondiale ma si intensifica in ogni nazione…
Polyphony rappresenta alcune mie profonde convinzioni: la protezione della differenza culturale (con la sovrapposizione di diverse linee melodiche) e la resistenza alla standardizzazione con il rifiuto del singolo pensiero. Questo brano polifonico intende testimoniare una vitalità creativa nata dall’incontro, dall’armonia e dalla tolleranza.”

Ph Andrea Berrelli

Puoi parlarci del leggendario “villaggio dei violini” che ha ispirato Polyphony? Come hai coinvolto gli abitanti?

“Si trova a circa 50 km da Pechino. In ogni angolo di questo villaggio si possono trovare piccoli o grandi atelier che producono strumenti a corde. Molti degli artigiani vengono dal fallimento di una fabbrica di strumenti musicali. Proprio la bancarotta ha dato loro l’idea di mettersi in proprio, espandendosi molto velocemente e beneficiando dell’interesse crescente della popolazione cinese verso la musica occidentale. Sono entrata in contatto con diversi atelier nel 2012 mentre preparavo la mostra “Visual Symphony” in collaborazione con il direttore dell’Opera di Parigi Philippe Jordan e del violino solista Frederic Laroque, un evento musicale e visivo tenutosi allo State Opera in Cina nel 2013.
Gli artigiani hanno mostrato molta curiosità sul mio lavoro e posso affermare che ogni singolo pezzo di legno in questi atelier potrebbe essere trasformato in arte. Ho avuto il privilegio di scegliere il legno in base al colore che mi sarebbe servito in mostra prima che i violini fossero assemblati in strumenti finiti. Inoltre, in segno di amicizia, mi hanno concesso di far loro i ritratti, con la speranza nella possibilità di incontrare il mondo oltre i loro atelier attraverso i violini nell’installazione.”

Parliamo della figura umana nelle tue tele; si presenta come uno strappo (una lacerazione) in un paesaggio sublime, quasi una proiezione lirica, che riflette il suo fugace transito sulla terra…

“Le figure umane sono l’ombra del desiderio in cerca del “desiderabile”. E cos’è questo “desiderabile” che si ritrae costantemente verso un orizzonte a cui non si può attingere?

Un frammento dalla poesia “To —-” di Percy Bysshe Shelley:

The desire of the moth for the star
Of the night for the morrow,
The devotion to something afar
From the sphere of our sorrow

La distanza tra il desiderio e il “desiderabile” crea tensione, lacerazioni e la ricerca dell’appagamento, seguita dall’estasi o dalla disperazione. Oggi siamo lontani dallo spirito orientale in cui la mancanza di dualità e opposizione di presenza e assenza non dà terreno né al sublime né alla tragedia.”

Ph Andrea Berrelli

A proposito della tua tecnica, come declini l’utilizzo dell’inchiostro di china nella tradizione/visione dell’arte occidentale su cui hai continuato la tua formazione?

“Per secoli l’arte dell’inchiostro si è attenuta alla tradizione scolastica della pittura cinese, sia da un punto di vista tecnico che semantico. All’inizio del XX secolo, in contatto con l’arte occidentale, ci fu un primo tentativo di riformare questa arte con la proposta di introdurre la prospettiva e temi di impegno sociale nella pittura.
Tuttavia la reale rivoluzione della Ink Art avviene negli anni ‘90 quando si ha il dilemma se ripetere all’infinito la tradizione o seppellirsi nell’ombra dell’arte contemporanea cinese, influenzata a livello plastico dall’Occidente.
Ora vorrei accennare al concetto di alter modernità coniato dal critico francese Nicolas Bourriaud nel 2009: l’alter modernità rappresenta una modernità specifica nell’era della globalizzazione. E Bourriaud menziona due “disastri” culturali contemporanei che vanno a braccetto: la standardizzazione culturale, conseguenza della globalizzazione economica, che ha l’effetto di cancellare ogni peculiarità culturale (nel campo del suo consumo e della sua produzione) ma anche di radicalizzare le richieste di identità.
Fra questi due “disastri” la nuova Ink Art propone un terzo percorso che è quello di riattivare la sensibilità estetica orientale coniugandola alle pratiche artistiche contemporanee attraverso un approccio sperimentale. Credo che questa via intrapresa dalla Ink Art meriti attenzione a livello internazionale perché le problematiche che essa rappresenta vanno oltre la sfera cinese e concernono la biodiversità culturale mondiale.
Io dipingo su tela con inchiostro di china mischiato a pigmenti. Da tradizione la pittura a inchiostro è fatta su carta raffinata solo con inchiostro e acqua, ma la trasposizione su tela mi permette di estendere la sua texture usando diversi media occidentali e collage.”

Cosa simboleggiano le croci che ritroviamo spesso nelle tue tele immerse in un paesaggio che sfiora il nulla?

“I miei più appassionati incontri in Italia sono stati con l’arte e la religione. E’ così che ho iniziato la mia amicizia ventennale con un prete domenicano che tuttavia non ha ancora calmato la mia angoscia verso l’assoluto in ogni sua forma. Perseguo l’assoluto nell’arte, nell’amore, ma sono cosciente dei danni della deriva: la storia ha mostrato alcune mostruose contraddizioni mascherate da miti ideologici e religiosi.
Sono affascinata dalla religiosità umana e la croce è la giuntura fra immanenza e trascendenza, come Simone Weil esprime bene. Essa rappresenta ai miei occhi la trascendenza della capacità dell’essere umano; vedo la croce come due sentieri, come un invito a scegliere, come decisioni da prendere. Simone Weil è stato investito dalla grazia divina, io opto per l’arte come mio ritiro spirituale poiché il processo della creazione è in sé una successione di scelte a volte piuttosto dolorose.”

Photo credits: Andrea Berrelli