[REPORT] Un Goldoni quanto mai attuale tra Utopia e “fuga di cervelli”

Giochi e bluff tra carte e sentimenti si rincorrono intorno al lungo tavolo protagonista della scena nell’Una delle ultime sere di Carnovale di Beppe Navello, in scena al Teatro Astra fino al 5 marzo.

_di Giorgia Bollati

A contrasto con la dimessa sala del Teatro Astra, grigia e affascinante nella sua decadenza arty, le stoffe dai toni pastello, con i costumi fiabeschi e gli arredi ridotti alle necessarie sedie e al lungo tavolo, catapultano la scena in un mondo settecentesco, sospeso nell’atmosfera un po’ magica della laguna, da cui ogni elemento del palco sembra emergere. Presentata al pubblico nel 1762, Una delle ultime sere di Carnovale risulta decisamente attuale: sebbene Goldoni temesse di ridurla alla rappresentazione di una particolare occasione, la commedia è resa universale dal meccanismo che mette in moto la vicenda e che ancora oggi costituisce uno dei fili rossi che regolano le vite dei giovani.

La partenza per un’occasione di lavoro all’estero, infatti, non suona affatto strana alle nostre orecchie, abituate al quotidiano uso dell’espressione, ormai marchio di tante storie, “fuga di cervelli”: questa è la linea su cui si mosse anche Goldoni a suo tempo, quando decise di spostarsi in Francia per dimostrare le sue competenze e il suo valore, occasione in cui scrive proprio questa commedia per congedarsi dai suoi concittadini.

Beppe Navello sceglie, dunque, questo copione per concludere quella che sembra essere una trilogia (insieme a Il divorzio di Alfieri e poi Il Trionfo del Dio Denaro di Marivaux) improntata alla riflessione su una società troppo affannata e immersa nei suoi stessi meccanismi, che necessita di un qualche impulso esterno che la spinga alla riflessione. Goldoni inscena, quindi, quella che lui stesso definisce un’allegoria, rappresentando se stesso come disegnatore e i commedianti come società di Tessitori: nell’opera il potere attrattivo della Francia è tutto concentrato in Madame Gatteau, personificazione dell’attraente Comédie-Française (nella rappresentazione navelliana forse non troppo credibile, nonostante la bravura di Geneviève Rey-Penchenat), che persuade Anzoletto a viaggiare con lei fino in Moscovia.

La compagnia della Fondazione TPE si lancia in dialoghi in Veneziano che sortiscono l’effetto di un grammelot: al di là di parole e battute poco comprensibili, il potere suggestivo della comunicazione è notevole e l’abilità drammaturgica di ogni interprete non tradisce il testo originale. In preparazione alla difficoltà della messa in scena, Navello scomoda De Filippo, che sottolinea quanto sia compito dell’attore far comprendere quello che deve essere compreso, mentre tutto il resto può essere tralasciato.

Colpisce, inoltre, la scelta di sottolineare la natura caratterizzata dei riuscitissimi personaggi secondari, interpretati da un abile e pacato Andrea Romero, dai quasi fastidiosi per la loro bravura Matteo Romoli e Eleni Molos e dal divertente nella sua esagerazione Alessandro Meringolo; altrettanto brava, poi, la pettegola Marcella Favilla. Meno convincente risulta, invece, il fabbricante di stoffe Antonio Sarasso, mentre i due giovani protagonisti Siora Domenica e Sior Anzoletto, rispettivamente interpretati da Maria Alberta Navello e Alberto Onofrietti, rappresentano la chiave per comprendere la rappresentazione del regista, più improntata alla rappresentazione dell’interesse personale che alla profondità psicologica: entrambi persuasivi, dunque, ma vagamente aridi da un punto di vista sentimentale. Sulla linea della caratterizzazione si pongono, quindi, anche i due coniugi Sior Bastian e Siora Marta, rispettivamente Diego Canalis e Daria-Pascal Attolini, mentre più pacata risulta la Siora Polonia di Erika Urban.

L’intero gruppo si dimostra abilissimo nell’orchestrare le due lunghe scene al tavolo, per le quali Goldoni, accanito giocatore, non si abbassa in didascalie pratiche, ma, dando le istruzioni fondamentali per imparare il gioco della Meneghella, lascia all’ingegno di registi e interpreti il ruolo di decifrare i passaggi di mano e le battute intorno al banchetto. Storie reali nella loro necessità pratica, dunque, quelle calate in abiti dalle tinte fiabesche frutto della maestria di Luigi Perego, ed esaltate dalle luci di Gigi Saccomandi, che arricchiscono ulteriormente l’ambiziosa messa in scena.