Oscar 2017: riflessioni a margine

Tra le edizioni più bizzarre della storia, quest’anno l’Academy non rischia certamente di annoiarci, tra vittorie inaspettate, esibizioni mozzafiato e un finale degno dei migliori colpi di scena hollywoodiani. Dopo un frizzantissimo incipit, ecco gli up & down di questi Oscar 2017.

_di Giulia Scabin 

John Legend e Justin Timberlake

E non serve aggiungere molto altro. Justin con la sua Can’t stop the feeling e i suoi passi di danza, riesce a trascinare ogni singola persona presente in sala in una festa improvvisata, dando vita a uno degli intro più coinvolgenti della storia degli Oscar. Più tardi, John Legend non sarà da meno. Un pianoforte e uno sfondo stellato sono abbastanza per trasportarci dentro lo sfavillante e malinconico mondo di Lalaland, con lo splendido medley di Audience e City of stars (che si aggiudicherà l’Oscar come miglior brano originale): da pelle d’oca.

La rivincita di Casey Affleck

Il contagioso sorriso di Brie Larson presenta i candidati come migliore attore protagonista: tra artisti del calibro di Denzel Washington, Ryan Gosling, Viggo Mortensen e Andrew Garfield, è un timido e commosso Casey Affleck ad aggiudicarsi l’Oscar per la sua magistrale interpretazione in Manchester by the sea di fronte ad un Ben Affleck sull’orlo delle lacrime. Grazie anche al meraviglioso copione di Kenneth Lonergan (che si è aggiudicato la statuetta per la migliore sceneggiatura originale) il minore (e più talentuoso?) dei fratelli Affleck, già candidato come migliore attore non protagonista nel 2008, esce finalmente dall’ombra di Ben per prendersi ciò che gli spetta. Bravo Casey!
Eppure questa gioia rimane almeno in parte oscurata da vecchi scheletri nell’armadio. Inevitabile non notare come il sorriso di Brie scompaia nell’annunciare il vincitore: se un anno fa l’attrice è salita sul palco per ritirare la sua statuetta grazie alla sua interpretazione di una vittima di abusi fisici e psicologici in Room, quest’anno si vede consegnare quella statuetta a un uomo che nel 2010 è stato accusato di molestie sessuali da due colleghe. Certo, le accuse sono cadute perché prive di qualsiasi prova, ma lasciano uno spiacevole amaro in bocca. E quale occasione migliore per Casey di vincere il suo premio se non in un film che racconta l’elaborazione del senso di colpa?

AppleMark

Lo schiaffo alla politica e all’ideologia di Trump

C’era da aspettarsi che Hollywood non si sarebbe trattenuta dal rispondere alla vittoria del nuovo presidente americano, e Jimmy Kimmel per primo non tarda a commentare: “Vorrei ringraziare il presidente Trump, l’anno scorso si diceva che gli Oscar fossero troppo bianchi, guardate ora”. Dal regista Barry Jenkins e gli attori Mahershala Ali e Naomie Harris, candidati con Moonlight, a Octavia Spencer candidata come migliore attrice non protagonista per Il diritto di contare, fino a Denzel Washington e Viola Davis con Barriere, quest’anno la comunità afroamericana ha finalmente trovato una degna rappresentanza agli Oscar (non più so white).
E i numerosi discorsi dei vincitori si uniscono al coro. Tra gli altri, Alessandro Bertolazzi ringrazia entusiasta per il premio al miglior trucco in Suicide Squad: “Sono un italiano e lavoro in giro per il mondo: questo premio è per tutti i migranti e gli immigrati, e con il suo Salesman, Asghar Farhadi vince l’Oscar per il miglior film straniero, ma non è lì per ritirarlo in segno di solidarietà verso i suoi compatrioti iraniani e tutti gli abitanti di quei paesi che in seguito alla legge del neo-presidente americano non possono entrare negli Stati Uniti: “dividere il mondo tra noi e gli altri crea paure, ma il cinema ha la forza di catturare le qualità umane e rompere gli stereotipi, creando empatia tra noi e gli altri, un’empatia che oggi ci serve più che mai”. E come twitta in diretta Jimmy Kimmel: “Hey @realDonaldTrump u up?”.

Jimmy Kimmel

Jimmy Kimmel è geniale ed è un patrimonio dello spettacolo americano, su questo non si discute. E sicuramente non ha commesso grossi errori, né esagerazioni e, guardando indietro il suo lavoro agli Oscar è stato tutto sommato un buon lavoro. Ma questo non basta neanche lontanamente per rendere la sua performance agli Oscar una performance memorabile, o ad avvicinarlo anche solo minimamente a ospiti del calibro di Billy Crystal, Ellen DeGeneres o Robin Williams. E considerate le aspettative, un po’ ci dispiace.
Non lo aiuta quel bizzarro intermezzo durante il quale un gruppo di turisti viene portato a sua insaputa alla cerimonia ritrovandosi, tra gli altri, davanti a Nicole Kidman, Meryl Streep e Denzel Washington, che sposa al volo una coppia (“He can do it, he’s Denzel Washington”): non si è ben capito il senso, ma andiamo oltre. Finalmente un momento divertente con i Mean Tweet? Non tanto, le battute restano piatte e scontate, fortuna che finisce presto.
Da un conduttore del suo calibro ci aspettavamo certamente qualcosa in più, e dopo il tragicomico finale Jimmy si congeda scherzando: “Sapevo che avrei rovinato tutto, non tornerò mai più, ve lo prometto. Buona serata!

L’indifferenza verso Arrival

Nonostante 2 candidature ai Golden Globe e 8 agli Oscar, Arrival torna a casa con un solo premio per il miglior montaggio sonoro di Sylvain Bellemare, che pur lavorando su un film di alieni è riuscito ad evitare i classici rumori alla Star Wars stile pew-pew. Eppure, considerando l’importanza di questo film sotto diversi punti di vista, sembra davvero troppo poco. Certo, quest’anno la concorrenza non era da poco, ma premi quali montaggio e sceneggiatura non originali, soffiati da La battaglia di Hacksaw Ridge e Moonlight, sarebbero davvero potuti andare al film di Villeneuve. Il merito della sceneggiatura e del montaggio è stato proprio quello di riuscire a creare una narrazione che, come il linguaggio dei misteriosi visitatori, si chiude in un cerchio, e funziona da qualsiasi punto la si osservi. Perché oltre ad un film di fantascienza Arrival è soprattutto un racconto sulla comunicazione e sull’importanza del linguaggio e, come accadrà nel film e come succede troppo spesso nella realtà, dove si smette di comunicare si comincia a sparare.

Il caso Lalaland

Chiariamoci: La La land non deve piacere per forza, ma è innegabile che abbia tutte le carte in regola per diventare un classico del cinema contemporaneo, una favola moderna senza happy ending con il merito tutt’altro che scontato di essere riuscito a trasportare (senza danni) un intero mondo del passato nel presente, contestualizzandolo e fondendolo con il nostro. È il cinema che racconta il cinema, e le sue 14 candidature agli Oscar sono inevitabili.
Il film di Damien Chazelle comincia a riempirsi le tasche con la statuetta per la migliore scenografia, seguita, neanche a dirlo, da quella per la migliore colonna sonora, grazie alle straordinarie note di Justin Hurwitz, e da quella per il miglior brano originale. Javier Barden e Meryl Streep entrano nel vivo con la migliore fotografia: anche questa volta La La land si prende ciò che si merita con la fotografia di Linus Sandgren.
Una Halle Barry con un’improbabile parrucca presenta uno dei premi più attesi: Damien Chazelle, con appena 32 anni, è il più giovane nella storia del cinema a vincere l’Oscar per la migliore regia. Le statuette di La La land si alzano a 5, ma non si fermano.
Premiata da Leo di Caprio, è la bellissima e bravissima Emma Stone a vincere l’Oscar come migliore attrice protagonista, nonostante la straordinaria qualità della concorrenza (non hanno tardato ad arrivare inutili lamentele). Dopo un abbraccio al collega Ryan Gosling (rimasto a bocca asciutta) l’attrice, già candidata con Birdman, va a prendersi la sua prima statuetta.
È il grande momento, Warren Beatty apre l’attesa busta e, dopo un momento di esitazione, legge il nome del film vincitore degli Oscar 2017: sarà il pluripremiato La La land a portarsi a casa il meritatissimo premio come miglior film, tra euforia, lacrime e abbracci.
O forse no. Stanno cominciando i ringraziamenti, quando qualcuno annuncia: “Moonlight, questo premio è vostro!”, non si capisce bene se è una battuta e il pubblico sorride confuso. “Non è uno scherzo!“: il produttore di La La land Jordan Horowitz, che ha da poco concluso il discorso di ringraziamento, chiama sul palco Barry Jenkins e compagni e mostra la busta che recita “Moonlight, Best Picture”. Le buste erano sbagliate, Beatty si scusa: era la busta per la migliore attrice.
Come il finale del film di Chazelle, il finale di questi Oscar ci spezza il cuore: niente è più crudele di vedere come sarebbe potuto essere per poi essere rigettati nella realtà. E come in La La land, l’happy ending è solo un’illusione.

Se non altro, anche quest’anno l’Academy è riuscita a tenerci svegli.

Workers roll out a portion of the red carpet along Hollywood Boulevard as preparation begins in front of the Dolby Theatre for the Academy Awards in Hollywood, California February 18, 2015. REUTERS/Mike Blake (UNITED STATES – Tags: ENTERTAINMENT)