[INTERVISTA] La Trilogia del Silenzio: illusione ed allusione dell’assenza che si fa presenza

E’ possibile raccontare l’umanità attraverso la sua assenza? Questa è la sfida de La Trilogia del Silenzio, il nuovo progetto espositivo declinato in tre mostre in programma dal 28 gennaio al 31 luglio alla White Noise Gallery di Roma, curata da Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti.

_di Raffaella Ceres

“Il progetto La Trilogia del Silenzio è nato, come spesso accade, da una ispirazione che ci è venuta osservando i tre artisti con cui avevamo intenzione di lavorare:  Jason Shulman, Lee Madgwick e Mar Hernàndez con Fast Forward, Stand-By e Rewind, titoli delle rispettive mostre. Confrontando i  loro lavori ciò che ci è balzato  subito all’occhio è  stato  il fatto che fossero tre espressioni di arte visiva che parlano  tutte e tre in maniera molto evidente dell’essere umano ma nella sua assoluta assenza”.

Carlo Maria Lolli Ghetti ci accompagna attraverso questa interessante intervista alla scoperta della genesi del progetto stesso che fonde coraggiosamente i concetti di presenza ed assenza. Una dimensione nuova da esplorare con occhi liberi da qualsiasi preconcetto. Come un lungo videotape regolato da questi comandi, la Trilogia del Silenzio è stata inaugurata il 28 gennaio con “Fast Forward”, personale fotografica dell’artista inglese di fama internazionale Jason Shulman, capace di comprimere migliaia di frame di film cult in un’unica fotografia. Il progetto prosegue l’8 aprile con “Stand-by” in cui il mondo viene congelato in un’eterna istantanea nei dipinti del britannico Lee Madgwick, e si chiude il 14 giugno con “Rewind” dell’artista spagnola Mar Hernàndez, che, con le sue opere tra disegno, incisione e fotografia, rappresenta la realtà attraverso le tracce fantasmatiche di un passato che non esiste più.

Cosa mette in relazione questi artisti fra di loro?

“Tutti e tre gli artisti esplorano quello che lascia il passaggio dell’essere umano senza però citare realmente la persona. Nessuno di loro fa mai comparire nelle loro opere la figura umana netta e definita però, tutti e tre di fatto raccontano delle storie che possono essere realmente umane.
Jason Shulman, il primo artista che presenteremo in mostra, crea questa specie di ectoplasmi che sono di fatti un singolo fotogramma. Una singolo fotografia che però imprigiona 130.000 fotogrammi che compongono il film. Avremo così la rappresentazione piatta di una linea temporale estesa.
Lee Madgwick  si concentra di più sull’analisi dell’architettura ma attraverso una chiave di lettura particolare perché prende degli scorci assolutamente banali di urbanità immergendoli invece in degli ambienti bucolici un po’ come potrebbe fare un paesaggista inglese, creando questa trasposizione folle e impossibile che però chiaramente finisce per nobilitare l’elemento architettonico.
Palazzi logori e sporchi, pieni di graffiti, molto vissuti rappresentatati però senza mai citare una vita. Mar Hernàndez lavora attraverso la stratificazione di livelli fra le fotografie dei luoghi abbandonati su cui poi interviene o con un disegno o direttamente sulla fotografia stessa, utilizzando la foto come supporto per delle stampe. Anche in questo caso abbiamo un sedimentarsi di storie perché lei ricostruisce degli interni plausibili all’interno di spazi abbandonati che però non hanno nessuna reale connessione fra di loro. Per cui potrebbe esserci un salotto borghese all’interno di una fabbrica abbandonata.”

Quello ci ha spinto a creare una trilogia era il fatto che tutti e tre gli artisti a modo loro costruiscono delle speciali piéce teatrali in cui però mancano gli attori.

“L’impossibilità fisica di creare l’assenza genera da sempre una fascinazione irrisolta. Nel celeberrimo brano 4’33” di John Cage, infatti, il silenzio degli strumenti acquistava senso in relazione al rumore variabile del pubblico, perché il vuoto e il silenzio sono pura astrazione e più si tenta di raggiungerli, più emerge il loro opposto. 3 artisti internazionali, 3 mostre personali, 3 linguaggi differenti riuniti in un’unica traiettoria di pensiero: raccontare l’umanità attraverso la sua assenza con l’obbiettivo di creare il Silenzio. Questa la sfida raccolta da Jason Shulman, Lee Madgwick e Mar Hernàndez con Fast Forward, Stand-By e Rewind, titoli delle rispettive mostre e uniche condizioni in cui il suono esiste ma non può essere percepito.”

Gli elementi della trilogia, la creazione dell’assenza, la ricerca di un passato che condiziona il futuro: possiamo parlare di una contaminazione  fra antropologia , filosofia e l’arte?

“Molto bello il richiamo e siamo assolutamente d’accordo perché quello che ha fatto innamorare me e dovrebbe far innamorare tutti dell’ arte è la sua capacità di dire tante cose attraverso un linguaggio trasversale e paraverbale . L’assenza è un qualcosa di estremante interessante ma perché  noi deduciamo attraverso l’assenza. Questo è un concetto che in ambito artistico è assolutamente fondamentale. L’arte, nel momento in cui ha smesso di essere figurativa, ha smesso anche di essere narrativa secondo quelli che sono dei canoni riconoscibili ed è diventata un’ arte del concetto, dell’illusione e soprattutto dell’allusione.”

Immaginando di poter accogliere tutti visitatori, cosa si sente di consigliare per godere della mostra?

“Cercare, per quanto possibile, di arrivare ed essere colpiti dalle opere senza provare necessariamente di capirle all’inizio. Io suggerisco di approcciarsi all’arte contemporanea  senza preconcetti anzi  io direi proprio senza concetti per poterne rimanere totalmente spiazzati.”

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