Kate Tempest: poesia e hip hop per affrontare il caos

L’odissea della poetessa-rapper di South London nel disco “Let them eat chaos”, tra Shakespeare, Ken Loach e Missy Elliot. 

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_di Lorenzo Giannetti
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A quel viso rubicondo e angelico, quel sorriso spontaneo, quell’aria un po’ impacciata e quel look da ragazza della porta accanto corrispondono la coriacea rivendicazione delle sue idee e la brutale determinazione delle sue parole. Kate Tempest è una delle interpreti più sorprendenti (e sottovalutate) di questo 2016 nonché una delle artiste più interessanti nel panorama della musica inglese.
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È una poetessa che sperimenta col registro del rap, approdando ad una declinazione di spoken word viscerale e al contempo sofisticata, prossima alla declamazione teatrale (il nome d’arte che ha scelto riecheggia “La Tempesta” di Shakespeare, suo primo amore) ma con il giusto coefficiente stradaiolo.
5 dita per la vita e una matita tempesta” dicevano i Colle Der Fomento in Ghetto Chic, ricordate?
Il disco decolla anche grazie alla riuscitissima simbiosi con il produttore Dan Carey (già al lavoro con Emiliana Torrini e Bat For Lashes), abile a cucire addosso alla socia tappeti sonori dal mood ora crepuscolare, ora guerrigliero. Il risultato finale riesce a sublimare l’impeto di questa vera e propria tempesta di rime in un Manifesto per affrontare il caos contemporaneo a testa alta.

Col suo spiccato accento della South London, la Tempest si sta imponendo come una delle voci più autorevoli – e fuori dal coro – nel descrivere la condizione di smarrimento del Regno Unito pre e post Brexit, il gomitolo di aspettative tradite degli ultimi dieci anni, l’apatia dei giovani e la disillusione dei meno giovani, le contraddizioni del capitalismo 2.0 e le piccole e grandi ipocrisie della borghesia arricchita e decaduta. In tal senso, si potrebbe parlare di affinità elettive (più che di contiguità musicale) con le invettive annaffiate nel nichilismo e nella birra ad opera degli Sleaford Mods o con la passione civile dell’ultima Pj Harvey.

Il manifesto dell’uggia esistenziale britannica che diventa burrasca universale è sicuramente “Europe is lost”, pamphlet di rara bellezza e immediatezza:
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Europe is lost

America lost

London lost

Still we are clamouring victory

All that is meaningless rules

We have learned nothing from history

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“Abbiamo perso la memoria del XX Secolo” cantava già Demetrio Stratos Cosa fare ora che il caos sembra divorare le nostre vite? Più che dare delle risposte, questa ragazzina dagli occhi di ghiaccio sembra voler destare la nostra coscienza collettiva, andando dritta al punto, al cuore delle cose, senza perdersi in sermoni astrusi e astratti.  Nella sua poetica cinismo ed empatia si mescolano in parti uguali, come nei migliori film di Ken Loach, altro lucido interprete (dietro alla macchina da presa) della working class britannica.
In “Let them eat chaos”, allora, non troverete nessuna risposta consolatoria, nessuna falsa speranza, nessuno sconto; ma è anche vero che ci troverete tanta passione, tanto impegno, tanto amore, tanta umanità: forse l’unica cura per non arrendersi, quando tutto sembra perduto…