Beyoncé: il regno di Queen B?

Musica e politica, vita di coppia e maternità, diritti civili e stereotipi sessuali, emozioni e business: quest’anno Bey ha raggiunto lo status di icona totale?


_di Lorenzo Giannetti  
“Se la vita ti dà limoni, tu fai una limonata”, diceva la nonna alla piccola Giselle Knowles-Carter, meglio nota come Beyoncé.  L’antico adagio è conosciuto praticamente in ogni angolo del globo ma quest’anno Bey lo ha utilizzato come mantra per il suo sesto album in studio “Lemonade” nonché per quella che con ogni probabilità ricorderemo come una delle più schiaccianti prove di forza del music business contemporaneo.
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Freedom, I don’t care” potrebbe essere infatti il secondo leitmotiv del disco e, soprattutto, la vera dichiarazione d’intenti della pop star di Houston.  Già, perché “Lemonade” è l’apice – artistico, concettuale e spirituale – di un percorso che ha portato l’ex Destiny’s Child ad affrancarsi da buona parte delle dinamiche del gioco dello showbiz: non con l’intento di uscirne, ma con l’obiettivo di plasmarlo a suo piacimento, di giocare un Campionato a parte.
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Ovviamente un’operazione di questo genere (e di queste proporzioni) doveva travalicare i confini della musica in senso stretto. Mai come quest’anno Beyoncé ha lavorato sulla fusione olistica della sua persona e del suo personaggio: vita privata e tour, musica e immagine, voce e danza, corpo e anima, medium e messaggio, forma e sostanza. Tutto sublimato in un’opera d’arte totale che in questo 2016 – sebbene una buona fetta di pubblico e critica accoglierà quest’affermazione con disappunto – può essere affiancata e oscurata soltanto dalla più epocale delle uscite di scena: quella di David Bowie con “Blackstar”.
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«I got on my knees and said ‘amen’ and said ‘I mean’»

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Ora, intendiamoci: forse Beyoncé non godrà mai della versatilità di Madonna, né del fascino maudit dell’amica-nemica Rihanna; e se gioca a fare la prima della classe – vincendo! – non ha dalla sua la sfacciataggine di un Gian Burrasca come Kanye West. Si potrebbe anche obiettare che lo spettro musicale sia ampio ma non sempre ben amalgamato, che la coolness sia lapalissiana ma a volte un po’ troppo impostata.
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Allo stesso tempo – per musicalità, impostazione vocale e produzione ma anche per ambizione, determinazione, cura del dettaglio e impatto sul pubblico – “Lemonade” è il manifesto di questo 2016, capace di coniugare dancefloor e introspezione, heavy rotation radiofonica e innovazione musicale.
Quest’anno, dunque, il Trono del Pop non può che portare il nome di Beyoncé: accanto alla sua giunonica figura anche uno dei draghi della Khaleesi di Games of Thrones sembrerebbe poco più d’un chiwawa.
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Facciamo degli esempi concreti: dall’emancipazione all’egemonia in due momenti.

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Il primo: la canzone e il video di “Formation”. La intro declamata, quel sample che ti sale in corpo come droga sintetica, Bey in piedi sulla macchina della Polizia che galleggia, le treccine e la pelliccia, un Messa gospel in versione swag.  Esiste qualcosa di più “totale” in questo 2016?
Il pezzo ci permette di tracciare l’anima musicale del disco. Black music sulla scia dei producer più abili ad immaginarsi il futuro (quello compatibile con le classifiche radiofoniche, ma non solo). Pop-soul con quella patina vintage che da sempre caratterizza la nostra dreamgirl. Produzione al top, testi interessanti sebbene vagamente messianici. Un po’ di melassa (quasi una carezza materna) a fare da contraltare al tocco gangsta. In Italia un prodotto “pop” di questa caratura è un miraggio, una chimera.
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Il secondo: l’esibizione con Kendrick Lamar ai BET Awards. Ok gli endorsement politici e i videoclip patinati, ok le produzioni stellari, gli occhiali da sole e le mazze da baseball, ok l’abbozzo di matriarcato afro-punk… ma è on stage che Beyoncé spazza definitivamente via la concorrenza. La pantera texana è ormai un animale da palcoscenico, una forza della natura. Una voce impeccabile ma non stucchevole, una fisicità esplosiva, una classe d’altri tempi. Un meccanismo apparentemente perfetto, inattaccabile. Ora premete play.
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In sala risuonano le parole di Martin Luther King, mentre un esercito di amazzoni risale la platea investendola come un fiume in piena. La caccia si conclude al fianco della matrona Bey in versione araba fenice. “Fredoom” è il manifesto – retorico quanto volete – che infiamma i cuori del movimento Black Lives Matter. L’attacco è poderoso, il ritmo serrato. Parole e movimenti si fondono in un’unica danza – della pioggia e della guerra – afroamericana. Poi arriva Kendrick (ricordate della sua ossessione per Bey?). Spunta da una botola, sta in piedi, gesticola solo con le mani, incappucciato: come un messaggero, come un adepto. Raggiunge la Regina sul palco e a quel punto gli zampilli d’acqua si confondono coi fuochi d’artificio. Guardate alla fine: è lei a prenderlo sotto la sua ala come una statua imperiosa. Questa è sublime epica discografica.
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E allora Queen B sia? Beyoncé, che rompe le catene da sola: quelle del razzismo, quelle del sessismo, quelle della discografia? Non esageriamo: sarebbe un errore ricamare troppo sulla portata sociale di un fenomeno – comunque – “patinato”, da copertina. Tuttavia è bene rendere il giusto omaggio ad un disco che a queste latitudini verrà quasi sicuramente trattato come junk-food da una fetta di critica “indie”; e godersi la limonata per quello che è: uno spettacolo per occhi e orecchie.
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