Tim Duncan: eroe normale

Come il numero 21 degli Spurs ha mantenuto il profilo discreto dell’uomo comune a fronte di prestazioni da leggenda. 

di Michele Sarda  —  Stanotte i San Antonio Spurs hanno appeso una maglia numero 21 al soffitto dell’AT&T Center, di fianco ai 5 stendardi dei titoli vinti, tutti con il 21 in campo. È una prassi comune nell’NBA: nessun membro degli Spurs potrà mai più scendere in campo con quel numero, perché chi l’ha indossato ha lasciato un marchio indelebile nella storia della squadra. Non è un’esagerazione dire che il giocatore in questione abbia rappresentato ancora di più per la franchigia texana: Tim Duncan e gli Spurs sono stati la stessa cosa per 19 meravigliosi anni.

Vogliamo cogliere l’ennesima occasione per rendergli omaggio, non tanto ripercorrendo la sua eccezionale carriera (l’hanno già fatto in tanti e bene, però fatevi assolutamente un giro sulla nuova sezione del sito degli Spurs, è una meraviglia), ma prendendone in considerazione alcuni aspetti specifici per cercare di spiegare quanto e perché sia stato uno dei più singolari campioni NBA di sempre.

“Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better, and your better is best”

Duncan ha annunciato il ritiro quest’estate. Niente conferenza stampa, niente annunci sui social, tutto come da copione dopo due decenni di understatement come unica filosofia di vita. Tutto questo nella lega degli scandali, degli annunci in pompa magna, degli ego straripanti, delle prime donne e dei loro roboanti colpi di testa in campo e nella vita privata. Proprio per questo Tim ha saputo attirare attenzioni e affetto in proporzioni inedite. Un anti-divo, un vincente allergico alla luce dei riflettori, nell’era post-Jordan cioè del continuo aggiornamento della biografia del campione, della costruzione scrupolosa del mito attraverso la narrazione di ogni episodio della sua vita, della perenne ricerca di nuovi aneddoti sul suo passato e sul suo presente.

In casa, per dire, ho 6 diverse biografie di Jordan. Eppure il libro che aspetto di più da almeno un decennio a questa parte, cioè il racconto di queste 19 stagioni dei San Antonio Spurs, è probabilmente destinato a non uscire mai. Vorrei poter interpretare l’impatto su una città che è la settima per popolazione negli USA (1 milione e mezzo di abitanti) ma è sostanzialmente un paesone comparso sulle mappe proprio grazie a Tim e agli Spurs, un mercato di proporzioni infinitesimali rispetto ai centri simbolo della lega. Vorrei leggere tutto il possibile sul rapporto tra Duncan e il suo allenatore Gregg Popovich, che da solo meriterebbe un saggio a parte. Vorrei sapere come è andato a crearsi il legame più che decennale con Manu Ginobili e Tony Parker, con cui ha formato il terzetto più vincente della storia NBA. Vorrei capire come ha fatto un ragazzone delle Isole Vergini, che sognava ori olimpici nel nuoto prima che un uragano gli distruggesse la piscina, a diventare un campione tale pur essendo in apparenza timido, schivo, riservato.

Quanto Duncan c’è nel trauma causato dalla prematura scomparsa della madre, e quanta della sua mentalità è racchiusa nella frase che lei gli ripeteva come un mantra: “Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better, and your better is best”? Vorrei leggere di tutto questo ma so e in fondo spero di non poterlo fare mai. Tim e gli Spurs hanno insegnato che non c’è bisogno di far sapere al mondo cosa stai facendo e come per sentirsi legittimati e rispettati: in fondo è più che sufficiente farlo e basta. Niente grandi proclami, e poche promesse da mantenere a ogni costo, niente grandi storie di riscatto personale o di antagonismo. Solo una costanza così granitica, anche se silente, da fare più rumore dei titoli di giornale in grassetto maiuscolo, e più a lungo delle urla di meraviglia e sdilinquimento per i fenomeni passeggeri.

Duncan e San Antonio hanno dimostrato che si può costruire la mitologia di una dinastia senza cedere alle lusinghe della grande esposizione mediatica, anche solo attraverso la condivisione spontanea di un’inezia quotidiana, di uno sprazzo di normalità. Senza mai perdere l’occasione di ribadire che si tratta di un gioco che prevede di essere pagati profumatamente, che la vita vera è al di fuori dei palazzetti e i problemi reali non sono perdere un campionato o giocare solo 20 minuti a partita anche se hai un contratto da superstar. Si può vincere e si può dominare anche quando si è rispettati da tutti, anche sforzandosi di rimanere umili a tutti i costi, anche essendo sempre i primi a dare una mano all’avversario caduto sul parquet. Data la penuria di aneddoti e voci di corridoio, ogni dettaglio di questa storia incredibile, ogni spiraglio dietro le quinte ha assunto un’importanza enorme proprio per la sua rarità. Come ognuno dei pochi sprazzi di vera emozione mostrata da Duncan in partita.

Legacy

Le franchigie NBA più iconiche hanno un’identità ben precisa che è andata costruendosi negli anni, a volte nei decenni, per merito di giocatori e allenatori che hanno imposto stili di gioco e filosofie che sono poi entrati a far parte del d.n.a. della squadra. Gli austeri, arcigni Boston Celtics degli anni ’50-’60, quelli di Red Auerbach e Bill Russell, e quelli degli anni ’80 del trio Larry Bird – Kevin McHale – Robert Parish, hanno in comune approcci tattici e alla gestione dell’immagine pubblica molto simili. Così come, sul versante geografico e spirituale opposto, i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal sono stati la versione del nuovo millennio, aggiornata a reality show, degli appariscenti Lakers dello showtime anni ’80, quelli di Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar tra gli altri. I San Antonio Spurs hanno avuto meno tempo, essendo nati nel 1967 ed entrati nella NBA 9 anni più tardi dopo la fusione con la lega minore ABA, ma hanno avuto l’occasione di definire un’identità ben precisa proprio in contemporanea allo sviluppo del Duncan cestista e del Duncan persona. Un’identità che molto probabilmente si porteranno dietro per sempre, sia dal punto di vista tecnico che ideologico.

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Guardiamo per un attimo al presente e pensiamo alla stella a cui Tim ha lasciato le chiavi della squadra: Kawhi Leonard. Vederlo sorridere è una rarità (neanche quando viene premiato come miglior difensore della stagione per la seconda volta), riuscire a strappargli due parole in più nelle interviste post-partita è un’impresa titanica, trovare materiale sul suo passato per eventuali rivelazioni è una frustrazione paradossale. Capiamoci: il personaggio in questione guida una macchina che ha, guarda caso, 20 anni, e si giustifica dicendo “va avanti, e ho finito di pagarla.”
Gli Spurs sono così, proprio perché Duncan è sempre stato così. Appariscenti in quanto normalissimi. Questo significa che apprezzarli richiede qualche sforzo per schivare i numerosi equivoci generati negli anni. Equivoci comprensibili, perché, per fare un esempio facile, se sei un fenomeno ma rifuggi lo stardom con tutte le tue forze, mentre gli altri intorno hanno catenoni al collo e pellicce, è inevitabile che tu venga ignorato o etichettato come “noioso”. O che l’unica espulsione subita in carriera venga ricordata come un evento epocale.

Il grande equivoco su Duncan e gli Spurs è la loro grande bellezza: di noioso e banale non hanno mai avuto un bel niente. Scambiare la loro solida serietà per mancanza di cattiveria agonistica è una trappola in cui è facile cadere e da cui è un piacere uscire. Per capirli meglio basta scavare qualche centimetro più a fondo delle consuete letture superficiali da prima pagina (un tempo, quando Tim è entrato nella NBA) o clickbait (ora). Basterebbe fermarsi ai risultati e ai dati per capire che perseveranza e testardaggine magari non fanno tanto rumore quanto esuberanza e tracotanza, ma lo fanno più a lungo.

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Essere sempre al posto giusto e al momento giusto in difesa, dalla prima all’ultima azione della tua carriera, invece che spedire decine di palloni stoppati in tribuna finché l’atletismo te lo permette, ti renderà in grado di spostare gli equilibri della partita anche a 40 anni e su una gamba sola. Passare da essere il perno fondamentale di un’impressionante corazzata difensiva che si basava sul gioco interno, lento e a metà campo, a far parte del sistema offensivo più efficace (e c’è chi dice più bello) di sempre, basato su velocità di esecuzione e gioco di squadra, è ciò che ti permette di essere l’unico nella storia ad aver vinto in tre decenni diversi. Sentir bruciare dentro la fame di successo e rispettarla senza lasciarsi divorare ti permette di mettere nella giusta prospettiva il valore di una sconfitta, e di rialzarti dopo aver subìto le batoste più dure (senza dubbio l’eliminazione da parte dei Lakers nei playoff 2004, a 4 decimi di secondo dalla fine, e la tripla allo scadere di gara 6 delle finals 2013: in entrambi i casi delusione e amarezza si sono trasformate in un titolo nella stagione successiva). È l’amore mai tradito per la pallacanestro, ovviamente anche nella sua componente competitiva, che ti porta a gestire il tuo corpo con lungimiranza, adattandolo come hai adattato il tuo gioco. Per esempio perdendo minutagggio e peso per non gravare troppo su quel ginocchio sinistro spappolato ormai da tempo immemore, ritrovandoti così a essere decisivo anche a 38 anni, nella partita più importante della stagione del tuo quinto e ultimo titolo.

Tim Duncan ha dimostrato più di chiunque altro che il campione quieto e in lotta perenne contro l’ego-mania può anche risultare il più magnetico e rimanere impresso più profondamente nella storia, e non solo perché spicca in un ambiente zeppo di personalità opposte, ma perché essendo animato da un fuoco diverso è riuscito a costruirsi un percorso suo, unico e inimitabile.

“Gradassi, snob e narcisisti: reazioni interpersonali all’eccessivo egotismo”

È il titolo di una pubblicazione curata durante gli anni del college da Duncan, laureatosi in psicologia al termine dei 4 anni canonici in un’epoca in cui i giocatori entravano in NBA direttamente dall’high school. D’altronde l’aveva promesso a mamma Ione. Segnali evidenti dell’eccezionalità del personaggio ce n’erano già in abbondanza fin dal principio, oltre alla sensazione che il ragazzo sapesse perfettamente in che ginepraio si sarebbe trovato da lì a poco. Così come intuibile era il destino di passare quasi inosservato, dietro una coltre di eroi patinati dall’immagine molto più adatta alla facile propaganda. Ecco cosa scriveva il nostro Guido Bagatta sul draft ‘97 in cui Tim venne chiamato come prima scelta:

“Sarò pazzo ma per me Tim Duncan non è il fenomeno di cui tutti parlano. Sicuramente è un ottimo giocatore, ma molto più vicino a Brad Daugherty che a Pat Ewing…”

Inevitabile essere poco considerato dai giornalisti meno attenti, quando cerchi di volare il più basso possibile per evitare che il radar ti identifichi, imbrigliando una personalità troppo sfaccettata per essere data in pasto alle dinamiche crudeli e superficiali della celebrità a ogni costo. Quando imposti la tua carriera sulla persistente tenacia nel rifiutare dogmi, stereotipi, prassi consolidate, passaggi narrativi previsti dalla sceneggiatura canonica, è inevitabile che tu dia vita a una storia straordinaria pur facendolo in sordina.

Gregg Popovich, l’allenatore con un passato nella CIA, spesso dipinto come un generale d’esercito, quello che sottopone i giocatori più estroversi e inesperti a trattamenti crudeli, quello che in conferenza stampa o nelle interviste durante le partite demolisce i giornalisti (vittima preferita Caig Sager, scomparso recentemente dopo anni di battaglia contro la leucemia), racconta a un passo delle lacrime di aver promesso al padre di Duncan di non permettere che cambiasse, di proteggere la sua abnorme sensibilità. Missione che ha portato a termine con evidente successo. In queste poche parole ci sono racchiusi 20 anni di un rapporto che fin da subito ha travalicato i limiti del campo. Se Duncan non avesse trovato sulla sua strada un personaggio così particolare, così obliquo rispetto alle logiche della lega, non saremmo qui a celebrare entrambi in questo modo. Tutta la storia degli Spurs dal ’96 a oggi è un meraviglioso susseguirsi di proverbiali colpi di culo e di singoli momenti alla “sliding doors” che avrebbero modificato completamente lo scenario. C’è poi tutta una galleria di comprimari fondamentali che ha costellato la galassia Spurs plasmandola: senza compagni di squadra come David Robinson (trovare un veterano concreto e disciplinato al suo ingresso nella NBA ha contribuito non poco alla formazione di Duncan) e soprattutto Tony Parker e Manu Ginobili nulla di tutto questo sarebbe successo. Non poteva che rivelarsi peculiare l’incontro tra un allenatore fuori dagli schemi, un campione caraibico taciturno, un franco-belga dal sangue caldo e un argentino scriteriato (anche loro protagonisti in qualche modo entrati dalla porta sul retro, uno scelto al draft con la ventottesima scelta, l’altro alla 57, entrambi così fantasiosi ed esuberanti sul campo – il primo anche fuori – da far cambiare metodologia di gioco a Popovich, dopo anni di sfuriate). Di tutti gli infiniti particolari di questa storia che ritengo rivelatori di un’eccezionalità spaventosa, c’è l’atteggiamento fisico di Tim con questi 3: tutta una prossemica costruita sul contrasto tra un’immagine pubblica apparentemente fredda e dimostrazioni palesi di affetto in campo, manifestazioni di un legame di uno spessore inconsueto, con gesti anche esagerati se estrapolati dal contesto.

San Antonio Spurs forward Tim Duncan, left, and Manu Ginobili celebrate after Ginobili hit a 3-point basket in the final minutes against the Oklahoma City Thunder in the second half of Game 6 of the Western Conference finals NBA basketball playoff series in Oklahoma City, Saturday, May 31, 2014. (AP Photo/Sue Ogrocki) ORG XMIT: TXKJ152
San Antonio Spurs forward Tim Duncan, left, and Manu Ginobili celebrate after Ginobili hit a 3-point basket in the final minutes against the Oklahoma City Thunder in the second half of Game 6 of the Western Conference finals NBA basketball playoff series.

Viene così sfatato secondo me un altro grande luogo comune su Duncan e sulla franchigia texana: che gli Spurs fossero e siano imbronciati, distaccati e anaffettivi. Determinati, combattivi, senza fronzoli, concreti: senza dubbio. Ma capaci di dar vita a dinamiche interpersonali molto più profonde della media NBA, una lega che come molte altre tende a “spettacolarizzare” a costo di appiattire. Con gli Spurs, Pop, Tony, Manu e soprattutto con Duncan non ci sarebbe riuscito nessuno. È proprio qui che a parer mio risiede gran parte dello strano fascino di una storia oscillante tra il mistero imperscrutabile e la semplicità spiazzante, entrambe caratteristiche principali di un giocatore senza precedenti e molto probabilmente senza possibili epigoni.

Per la prima volta in vent’anni la stagione NBA è iniziata senza Tim Duncan a vestire la maglia numero 21 degli Spurs, la stessa che è stata issata sul soffitto dell’AT&T Center, e che là sventolerà per il resto della storia di questo sport. Per la prima volta in vent’anni le partite degli Spurs non inizieranno con quel ragazzone che doveva per forza abbracciare la palla, a conti fatti anche questo un rituale sintomatico di un’emotività fuori dal comune e molto più viscerale di quanto sembri.

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Ci si sente un po’ orfani. Abbiamo assistito a una pagina preziosa e irripetibile di basket e umanità, e non riusciamo a smettere di celebrare e ricordare questo giocatore così anomalo, anticonformista, singolare, unico. Indimenticabile.

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