[REPORT] Wilco: canzoni per affrontare questi tempi bui

Pathos, cura per i dettagli e un repertorio illuminante, per più di due ore di concerto. Ormai lo sappiamo ma è bene ribadirlo: siamo di fronte ad una delle band rock migliori del pianeta. Il racconto della data milanese dei Wilco al Fabrique. 

di Silvio Bernardi  –  “Non vi preoccupate per noi: saremo sempre più di loro”. Il trauma per l’elezione di Trump è ancora fresco nella mente di Jeff Tweedy (nonché del suo pubblico) e lui non ci gira intorno: apre il concerto con “Ashes of American Flags” e non saranno pochi i riferimenti alla politica con cui inframmezzerà i brani della scaletta. Anche se la malinconia e lo spleen saranno filtrati attraverso l’energia e la propositività, la voglia di fare, come praticamente in tutte le canzoni dei Wilco. Che tornano a Milano dopo qualche anno (l’ultima volta era stata all’Alcatraz nel 2012 per il tour di “The Whole Love”) e si presentano con la consueta formazione a sei e una splendida scenografia stile bosco che rende alla perfezione con l’atmosfera intima del Fabrique.

Nel frattempo sono usciti due nuovi dischi, a breve distanza tra loro, e diversi brani tratti da questi fanno capolino in scaletta: il recentissimo “Schmilco” la fa da padrone con il trittico “Normal American Kids”, “If I Ever Was A Child”, “Cry All Day” in apertura, “Someone To Lose”, “Locator” e “We aren’t the world”, mentre di “Star Wars” ci sono “Pickled Ginger” e la muscolare “Random Name Generator” nei bis. Otto brani nuovi su ventiquattro, dunque: i Wilco non sono certo una band che ha paura di osare.

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Ma questo ce l’avevano dimostrato più e più volte, e la stessa presenza in formazione di due geni indemoniati come il chitarrista Nels Cline e il batterista Glenn Kotche ne è la testimonianza più diretta: i loro momenti di gloria sono leggermente più ridotti rispetto a qualche anno fa (c’erano concerti dove gli assoli di Cline sommati superavano abbondantemente i 20 minuti) ma non sono meno spettacolari. L’assolo di “Impossible Germany” è ormai richiesto a gran voce dal pubblico (e cantato a memoria, almeno nelle parti “scritte”) e l’indiavolato drumming su “Via Chicago”, a far da contraltare alla delicatissima strofa cantata a due voci da Tweedy e dalla sua ombra, il bassista John Stirratt, è sempre uno degli apici dei loro show.

Non mancano ovviamente i cavalli di battaglia:”I Am Trying To Break Your Heart”, “Jesus, etc.”, “Heavy Metal Drummer”, “Hummingbird”, “Late greats” e le oldies “Box Full Of Letters” e “Misunderstood”, le cui melodie cristalline rimangono ineguagliate (soprattutto dai pezzi nuovi, spiace dirlo ma un po’ di onestà serve in ogni buona storia d’amore). Il pubblico canta a squarciagola e lo fa anche su “Spiders (Kidsmoke)”, brano di “A Ghost Is Born” che tradizionalmente chiude i loro set e che si conclude con la ripetizione ad libitum del fantastico riff di chitarra fino a perdersi nella distorsione finale. Non stavolta, però: Tweedy ha notato la preparazione del pubblico e lo invita a cantare il riff insieme alla band, godendosi il momento col sorriso sulle labbra (la stessa espressione che ha durante le escursioni solistiche di Cline e Kotche, la beatitudine di un grande autore di canzoni che ha trovato gli interpreti ideali per arricchirle).

Non sarà l’unica ricompensa per la “loving audience” che i Wilco si trovano davanti; è vero, un cartello richiedeva “Airline To Heaven” e quella non l’hanno fatta, ma i brani semiacustici della seconda tornata di bis non la fanno certo rimpiangere: “California Stars” (dall’altro “Mermaid Avenue”, il Vol. 1) “War On War” (da “Yankee Hotel Foxtrot”), e “Shot In The Arm” (da “Summerteeth”). Dopo due ore e dieci di concerto (strepitoso, ma c’è un concerto dei Wilco che non lo sia stato?) la band lascia definitivamente il palco, mentre in testa risuona la promessa che Tweedy ha fatto alludendo ancora ai recenti eventi politici americani: “Tutti in America ora si stanno chiedendo: ‘Cosa posso fare? Come posso aiutare?’ Vedrete, da questo momento buio nascerà qualcosa di positivo, rimedieremo a questo catastrofico errore. Ci rifaremo”. Che dire, Jeff, speriamo davvero.

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