Il Torino Film Festival è ad un bivio?

Dialogo a più voci sul TFF: prerogative, sviluppi e speranze di un festival ben confezionato ed in crescita. Ma è pronto a competere coi grandi? Il racconto della 33esima edizione. 

Il Torino Film Festival é l’ultimo atto di un novembre piuttosto movimentato in città. Dopo l’avanguardia elettronica di Club To Club e la panoramica artistica della Contemporary Art Week, l’appuntamento (ça va sans dire, al buio) é nelle più prestigiose sale cinematografiche sabaude, con il festival che più di tutti può dirsi in ascesa tra i cultori delle proiezioni sul grande schermo.

Quasi impossibile per un singolo essere umano visionare ed analizzare in maniera articolata ogni film del corposo programma: per tirare le fila di questa 33° edizione abbiamo optato per una disamina dialogica delle visioni che più hanno impressionato la nostra redazione, senza pretesa di completismo. Una discussione aperta a più voci, tra redattori che sono nel contempo studenti di cinema e aspiranti addetti ai lavori del settore. Ad un direttore semplice(mente) appassionato spetta il compito di indirizzare e mediare questo talk tra il serio ed il faceto, acceso e a tratti polemico ma sempre costruttivo e propositivo.

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Lorenzo Giannetti: Il TFF sta davvero incalzando kermesse storiche come Venezia e Roma? Oppure sta sviluppando prerogative e peculiarità diverse? 

Isy Kim Parodi: “Se davvero il TFF mira ad assomigliare sempre di più a Venezia e Roma, dovrebbe cambiare i suoi connotati radicalmente. Siamo onesti, è un ottimo prodotto, ma è comunque un tipico esempio di management culturale turineis: ben confezionato, popolare e sempre on time, ma un po’ chiuso in se stesso e sempre uguale di anno in anno.”

Lou M. Reichardt: “Gli organizzatori hanno più volte fatto aperto riferimento al volersi confrontare con il festival di Venezia, un obiettivo raggiungibile a livello di partecipazione del pubblico forse, ma sicuramente più difficile da raggiungere a livello di prestigio ed immagine. Puntare ad una concorrenza diretta potrebbe voler dire accontentarsi delle briciole – i film “scaricati” da Venezia o magari da Cannes – quindi, potenzialmente, una lenta agonia. Non sarebbe meglio puntare un filo di più sulla qualità e fregarsene di accalappiarsi le star da red carpet? Siamo alla 33° edizione e la partecipazione con il nome più grosso è stata Nicolas Winding Refn. Regista di fama mondiale, certo, ma non proprio una calamita per i tabloid.”

Giulia Conte: “Anche nella conferenza stampa di chiusura, i vertici del TFF hanno dichiarato che l’intenzione è quella di portare il festival ad avere fama internazionale, come gli illustri colleghi citati. Per ora Torino ha un festival che è unico nel suo genere – la direttrice Martini lo definisce “metropolitano”, da un lato perché coinvolge principalmente i torinesi, gli studenti e gli appassionati locali, dall’altro perché per scelta si è sempre evitato il famoso red carpet, la sfilata dei vip e i relativi flash. Credo quindi che viste le caratteristiche sia un festival che dovrebbe continuare in questo stile puntando alla crescita di numeri e a migliorie generali, ma mantenendo l’assetto di evento underground.”

I dati ci dicono che quest’anno il festival è cresciuto del 10% sugli incassi. A livello organizzativo come commentereste l’esperienza TFF a 360°? 

Gli incassi passano da 254.369 Euro a 264.882, ciò per effetto del maggior numero di ingressi a prezzo ridotto per giovani al di sotto dei 26 anni e delle numerose convenzioni stipulate con enti culturali e ricreativi. Staff del TFF

Lou: “Ottima per molti aspetti. Il giusto numero di sale, concentrate nell’area centrale, e la cura nella ideazione del calendario, fanno sì che sia assai difficile perdersi qualche film. Ma certo, si può sempre fare di meglio: ad esempio, dove stanno i pop-corn? (cinema Massimo, please). Ottimo il recupero del cinema Lux nel circuito del festival (è la location migliore in tutto e per tutto). Tempi in coda ristretti al minimo necessario, anche grazie all’uso praticamente obbligatorio dei biglietti blu.”

Giulia: “Il budget, decisamente più alto, ha permesso l’affitto del Lux, il cinema più bello di Torino. Erano così 12 le sale disponibili per le proiezioni del festival. Quest’anno infatti si è rischiato di restare fuori solo per le proiezioni davvero grosse, come The Dressmaker o il film di apertura Suffragette.”

Kim: “Tutto in orario, preciso e senza problemi. Anche secondo me il Lux è decisamente il cinema storico più bello di Torino. Nulla a che vedere con la sala 1 del Reposi, quella in pendenza senza gradini, dove se per caso ti cade una bottiglia d’acqua, puoi dirle addio per sempre. Un minuto di silenzio per tutte le bottiglie d’acqua che si accumulano sotto al telo di proiezione! Inoltre i cinema sono a pochi passi l’uno dall’altro e comunque ben serviti dai mezzi pubblici. Il centro storico poi è la location perfetta: permette di trasformare un evento cinematografico in un’esperienza anche turistica. In questi giorni c’era pure CioccolaTò in piazza San Carlo che non fa mai male e piace a tutti.”

Fermi tutti, qualcuno ha detto pop corn? Divaghiamo: ai festival intellettuali è lecito mangiare in sala?

Kim: “Rispondo io, ritenendomi la più golosa del trio. Ho opinioni contraddittorie sui pop corn. Sono sicuramente deliziosi accompagnatori dell’immaginario pop dell’esperienza cinematografica. Dici pop corn e subito pensi ai drive-in, con bell’imbusti con la brillantina che circondano con un braccio la propria tipa, e ti scende una lacrimuccia. Però vendere pop corn a un festival per me è come complicare una cosa già abbastanza complicata di suo. Se serve a “fare cassa” però dico subito sì.”

Tornando alle cose serie, iniziamo a mettere un po’ di carne al fuoco: quali sono le cose migliori viste on the screen in questa edizione? 

Kim: “Indubbiamente Lamb. Un film complesso, diretto e interpretato da Ross Partridge. E’ la storia del legame profondo tra David, un uomo quarantenne, e Tommie, una ragazzina di undici anni, ciascuno in profonda crisi esistenziale per motivi diversi. David e Tommie s’incontrano per caso e cominciano a frequentarsi innocentemente, finché lui decide di portarla a fare un viaggio verso la casa in campagna dove è cresciuto. Non possono dirlo a nessuno: sanno bene che la loro amicizia non verrebbe compresa. Il film diventa quindi un road movie, ma l’atmosfera è tutt’altro che leggera. C’è un filo di tensione che pietrifica la schiena e non dà pace fino ai titoli di coda. David sembra un brav’uomo, ma la situazione è comunque strana. Scatterà lo stupro? Partridge sfida il voyeurismo insito nel pubblico, la nostra sete da amatori di cronaca nera e anche l’abitudine alle storielle facili. Ci prende in giro facendo un film registicamente drammatico, che in realtà parla di solitudine esistenziale e dell’amicizia come antidoto alle amarezze della vita. Un’amicizia che non ha sesso, età, contesto sociale. La giovanissimaOona Laurence è sicuramente da tenere d’occhio. Non molti attori (anche adulti) sarebbero in grado di comprendere ed interiorizzare un ruolo così complicato. In sostanza, per me, il film del festival. Quello da consigliare agli amici che ti usano per sondare il terreno anteprime.

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Ron Perlman in Moonwalkers di Antoine Bardou-Jacquet

Lou: “La mia attenzione quest’anno si è concentrata sul cinema di genere, quello horror in particolare, per lo più raccolto nella sezione “After Hours”. Lo dico chiaramente: i risultati non sono stati esaltanti. Da un lato è difficile oggigiorno fare un film visivamente-tecnicamente brutto: gli strumenti sono sempre più avanzati tecnologicamente, accessibili economicamente, e semplici da usare. Dall’altro lato le idee sembrano stagnare, si fanno film sempre più indulgenti e vacui, senza charme e personalità. La terra di mezzo, il limbo grigio di film mediocri e dimenticabili sta nel mezzo, fra i poli opposti dell’eccelso e dell’inguardabile, e s’allarga sempre più.
Comunque, non sono mancate le eccezioni. Ad esempio “The Hallow” di Corin Hardy è stato, per me, il miglior horror di questa edizione. In superficie un film un horror come tanti, diviso fra la tradizione di fiabe contadine del nord europa ed il citazionismo della pop-culture horror a 360° (da Fulci a Carpenter); un film che nasconde le sue armi migliori nei dettagli curati e intelligenti. Una storia piena di suspense, bellissimi mostri, ottimi attori e musiche. Un film da recuperare ed elevare a cult movie moderno.”

Direi che una delle grandi e gradite novità introdotte dalla Martini è questa attenzione riservata ai film di genere ed in particolare all’horror. 

In coro: “Assolutamente sì”.

Lou: “Anche se poi nel calderone finiscono anche Horror non esaltanti”.

Kim: “Sì, ad esempio, Hellions: un horror ambientato nella notte di Halloween. Pochi avevano osato farlo dopo Carpenter, ma non confondiamo la merda col cioccolato. In Hellions la protagonista adolescente scopre di essere incinta e, sconvolta, decide di passare a casa da sola la sera del 31 ottobre. Viene tormentata tutta la notte da malefici bambini travestiti da mostri e i loro dolcetti sono in realtà solo scherzetti. Ora, le premesse erano ottime! Poteva essere un viaggio allucinato della protagonista (un po’ alla Repulsion di Polanski) sul timore della maternità e della crescita. E perché no? Qualche splatterata sulla gravidanza in stile A’ l’interieur. E invece si è scivolati sul più banale degli horror banali, con tanto di fotografia assurda, effetti speciali ridicoli (i demoni di Buffy e Streghe esplodevano con più dignità) e una colonna sonora che a tratti sembra riecheggiare Astro del ciel. Aiuto! Rivoglio il Babadook!”

Giulia: “Tra i vari horror e thriller presenti, segnalo Evolution, un racconto ricco di suspence, tutto ambientato in un posto immaginario e spaventoso. Ho intervistato la regista del film la quale ha affermato che l’ispirazione per il film le è venuta da un suo episodio personale, ovvero, un ricovero in ospedale per appendicite. Tanto di cappello anche per la retrospettiva Cose che verranno anch’essa inaugurata quest’anno dalla Martini: trovo che abbia fatto delle ottime scelte e il tema è assolutamente attuale.”

Nota a margine (ma neanche troppo): come sono andate le conferenze e le presentazioni? Per me comunicazione ed interazione sono fondamentali: bisogna coinvolgere il pubblico senza infastidirlo e/o annoiarlo. Raccontare e raccontarsi nel modo corretto. E, sempre a mio parere, a Torino padroneggiamo ancora queste skills.

Lou: “Poche quelle davvero interessanti, rese ancora meno accattivanti dall’uso eccessivo di traduttori (non sempre all’altezza) per gli ospiti stranieri, dai tempi categorici e restrittivi di mezzora fissa per ogni conferenza (che fosse seguitissima o deserta), e la sala conferenze nel palazzo Rai tanto bella quanto, purtroppo, poco efficiente (tutta disposta in lungo, allontanandosi troppo dal palco oltretutto basso, e senza porte, di conseguenza spesso inondata da rumori esterni). La madrina del festival poi ha avuto poi il fondamentale ruolo dell’appendiabiti.”

Lorenzo: Non è nostro intento offendere la brava e bella Chiara Francini, ma polemizzare sul ruolo un po’ sterile affidato a madrine, padrini et similia del TFF, che potrebbero invece essere un interessante valore aggiunto, anche in veste di presentatori…

Kim: “Se devo essere sincera, trovo le presentazioni non sempre a fuoco (ad eccezione dei vari Refn di passaggio, ovvio). Tanto sappiamo che alla maggior parte del pubblico non importa niente di quello che ha pensato/provato/sperato la crew di intervistati. Specialmente se sono dei signor nessuno come gli autori selezionati per il concorso. E visto che gli unici ad ascoltarli in sala sono giornalisti e colleghi, tanto vale rendere più interessanti e specifiche le interviste!”

Altri film che hanno lasciato il segno? 

Kim: Moonwalkers per me è assolutamente geniale. Pensare che Kubrick potesse accettare di dirigere un video falso di allunaggio in caso di fallimento dell’Apollo 11 nel ’69. Chi grida all’americanata ignorante non ha capito niente. E’ critica socio-politica mascherata da film demenziale. Nello sfruttare le teorie complottistiche di chi crede che il video dello sbarco sulla Luna in realtà non sia mai avvenuto, Moonwalkers approfitta per parlare degli anni ’60, di arte, di vecchio mondo vs nuovo mondo e dell’eterno conflitto generazionale. C’è questa Londra piena di fricchettoni e artistoidi strafatti di acidi, ricca di scenografie e costumi eccezionali, che spaziano dalle “poracciate” da figli dei fiori agli uffici blasonati radical chic dal bel design italiano; c’è un Perlman in gran spolvero che recita la parte dell’agente della CIA duro e potente, un veterano tormentato da assurdi fantasmi dei Viet Cong (coperti di fango e coi vermi che escono dal naso); c’è un Rupert Grint meraviglioso, che non poteva riciclare meglio di così la sua esperienza come Ron Weasley.

E poi Bolgen – The Wave. Io lo definirei il “The Impossible norvegese”. Queste tre parole dovrebbero bastare, perché di questo si tratta. A me è piaciuto, ha una bella tensione, ottima fotografia (complici gli splendidi scenari norvegesi) ed effetti speciali di alto livello. Sarà che da sempre ho un’attrazione morbosa per i disaster movies, ma non lo riesco a bocciare, nonostante la sovrabbondante presenza diclichè americani un po’ stucchevoli. Come in The Impossible, per l’appunto.

Giulia: “Direi che un paio di “americanate” – come The Bolgen – hanno fatto la loro bella figura: in anteprima sono stati proiettati Me and Earl and the Dying Girl, un altro film su una ragazza adolescente affetta da cancro, in cui i registi affrontano il tema con ironia e leggerezza. Brooklyn, un dramma sentimentale ambientato negli anni 20 e con protagoniste Saorsie Ronan e Julie Walters: ecco che rievochiamo la saga di Harry Potter perché la Walter è famosa per il ruolo della mamma del rojo Ron Weasley!”

Merita forse una trattazione a parte il trittico d’autore firmato da Sion Sono. 

Lou: “Ebbene sì, ben tre film, tutti del 2015, e se vi sembrano tanti, pensate che ne sono usciti altri quattro con la sua firma quest’anno. Con buona pace di chi non crede al cliché dei giapponesi instancabili lavoratori. Manco a dirlo, tutti e tre i film sono eccellenti.
Riaru Onikoggo / Tag è una bomba piazzata all’interno dell’apparato produttivo di intrattenimento per maschi adolescenti giapponesi. Dinamitardo, implacabile, cinico. Non voglio dire molto. Un film da vedere con mente aperta e spirito autocritico. Shinjuku Swan è un ottimo adattamento dello shonen omonimo, noto in Giappone ma meno in occidente; il suo maggior pregio è saper trasportare con intelligenza situazioni, personaggi e ambientazioni tipiche da manga sul grande schermo, producendo uno dei migliori film live-action del genere. Love & Peace è il più particolare dei tre film di Sion Sono presenti al festival, e quello che ha avuto il miglior riscontro sul pubblico. Un po’ fiaba assurda e ironica, un po’ social commentary, un po’ musical. Una esperienza unica, divertente, che solletica il fanciullo in noi senza dimenticarsi dell’adulto.”

Argomento spinoso: il Concorso. A memoria non ricordo di film vincitori del TFF che si siano poi imposti anche solo su scala nazionale. Quest’anno come è andata? 

Giulia: “Le aspettative erano molto alte perché, si sa ormai, il festival è in crescita, ma purtroppo anche io mi sento di criticare alcune scelte. La sezione di Torino33, e quindi il concorso, si è dimostrata poco interessante e le opere non così tanto originali da essere incasellate nello spazio Per citarne uno: “La Patota/Paulina” che ha vinto il premio della giuria, da più punti di vista è criticabile ad esempio per lo stile, per la regia e per il soggetto. Nell’insieme il risultato è stato quindi un film mediocre che non si distingue per nessun elemento in particolare. Per trovare qualcosa di più stimolante ho quasi sempre dovuto ripiegare sulla sezione Festa Mobile, che include i film più godibili e generalmente di produzione grossa.”

Kim: “Ancora una volta, sono delusa, e tocca essere cattivi. So bene, lavorando nel settore, di quanto sia efferata la concorrenza per venire proiettati al TFF. E allora davvero non riesco a spiegarmi la puntuale mediocrità che ci propinano in sala 3 al Reposi. Lasciamo stare il criterio di scelta che risponde alla logica molto italiana del “film da festival”: noioso, difficile da capire e poco dialogato. C’è invece da chiedersi se questo è davvero il meglio che il panorama indipendente/esordiente può offrire, perché Torino33 a volte ti porta a fare LA domanda che al cinema nessuno dovrebbe mai porsi e che consacra la pellicola al fallimento: “PERCHE’ è stato realizzato questo film?”. In questo senso, vorrei davvero stringere la mano al genio che scrive le sinossi del programma del TFF: in quattro righe riuscirebbe a far sembrare film (che si rivelano poi) mediocri dei veri cult.”

Lou: “Anche io, per quanto riguarda la selezione dei film, mi trovo interdetto. Mi pare che sia compiuta da persone preparatissime e intelligenti, eppure il livello di molti film è a mio parere inaccettabile per un festival prestigioso. Alti e bassi difficili da spiegare con scelte artistiche: ma ci sta molto dietro all’organizzazione di un festival che va oltre alla scelta artistica e soprattutto che non possiamo in definitiva conoscere nel dettaglio.”

Un coraggioso che mi faccia almeno un esempio?

Kim: “Prendiamo ad esempio Colpa di comunismo. La sinossi mi attirava un casino, e pure questo titolone pretenzioso. Finalmente un film sulla minoranza rumena in Italia, mi dicevo. Ebbene, si trattava di un’ora e venti senza senso: zero linea narrativa, nessuna scrittura dei personaggi, niente fotografia e una regia ingiustificabile. Parliamo di teste mozzate dall’inquadratura e assenza dei controcampi necessari alla lettura della scena. Parliamo di luce naturale che lascia in ombra i visi delle attrici. E siamo ben lontani dalle scelte stilistiche del Dogma 95. A questa pochezza tecnica si associa una mancanza di contenuti e di poesia. Mi chiedo il perché di tutto questo. Perché mai Rai Cinema dovrebbe produrre una cosa simile? E perché mai il TFF dovrebbe diffonderla? Ah, “regia di Elisabetta Sgarbi”.”

Che mi dite più nel dettaglio dell’exploit di Refn e delle proiezioni cult di Terrore nello Spazio di Bava? 

Lou:  “Parto io che su Refn sto preparando la tesi di Laurea…! “Terrore nello spazio”, restaurato dalla cineteca di Roma e riportato sul grande schermo in forma smagliante. Ma il film era sicuramente una scusa, o per lo meno un avvenimento che metterei in secondo piano, rispetto all’incontro con il regista danese Nicolas Winding Refn, che, da grande amante di Bava, ha introdotto il film. Un omaggio sentito e d’altronde, nulla di sorprendente: chi conosce la sua filmografia già avrà notato i numerosi riferimenti ed omaggi che Refn ha riservato per la grande stagione del cinema di genere italiano. Le parole d’ordine dell’incontro: pop-art, erotismo, capolavoro assoluto – il film è considerato tale, senza ironia, da Refn stesso, che lo affianca a Blade Runner e 2001: Odissea nello spazio per il cinema di genere, ed ai migliori film di Fellini e Visconti all’interno del cinema italiano.

Dire che ‘Terrore nello spazio’ di Mario Bava è un film di serie b è come dire che i Beatles sono una band locale”Nicolas Winding Refn

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Un fotogramma da Terrore nello Spazio di Mario Bava

Le cose peggiori invece? 

Lou: “Nel mediocre sicuramente rientra “The Devil’s Candy” di Sean Byrne. Di horror a sfondo satanico, con demoni ed esorcismi, ce ne sono fin troppi, e questo aggiunge pochi elementi alla solita ricetta – in particolare, ci aggiunge una dose esagerata di thrash metal. Ma purtroppo lo fa in modo grossolano, che li porta a noia anche di uno spettatore amante del metal (come il sottoscritto). La pecca principale del film rimane comunque il non avere un cattivo all’altezza, e quindi, in definitiva, il non riuscire a spaventare, sicuramente anche complici le scelte di montaggio pesanti che rendono poco fluida la visione e difficile l’immedesimazione.”

Kim: “Io non sono sicura di aver capito niente di Evolution, ma francamente non me ne do una colpa. E’ evidente che la regista appartiene a quella categoria di cineasti che credono che “meno fai capire, più sei un artista”. Mah. Fatto sta che su quest’isola popolata solo da bambini maschi e da donne adulte (significa niente bambine e niente uomini), i primi vengono sfruttati da queste madri fredde e senz’anima come incubatori di feti. Inutile pretendere una spiegazione razionale, tanto meno scientifica. In quale utero avverrebbe tutto questo? Posso solo salvare l’apparato tecnico: fotografia, montaggio e qualche bell’inquadratura.”

Lou: “Non pessimo ma nemmeno esaltante “February” di Osgood Perkins – figlio di Anthony Perkins alias Norman Bates. Rieccoci. C’è satana che possiede delle adolescenti praticamente modelle e le trasforma in killer. Ci vuole un esorcismo last-minute per risolvere tutto. Un film insipido con continui alti e bassi di sceneggiatura ma che sprofonda definitivamente nell’ultimo quarto. Montaggio brutto, fotografia – in particolare composizione dell’inquadratura – a momenti ispirata. Sicuramente un film con un budget tecnico e un cast così a disposizione poteva fare di meglio. Oz, licenzia lo sceneggiatore e riprova.”

Io in sala faccio sempre incontri ravvicinati del terzo tipo con personaggi bizzarri, nel bene o nel male. Voi come avete trovato il pubblico del TFF? 

Giulia: “Io andavo quasi sempre alle proiezioni del cinema Classico dedicate alle anteprima stampa e lì siamo un po’ sempre gli stessi. Arriviamo persino a conoscerci e a cercarci con lo sguardo durante le varie proiezioni. Un tizio si sedeva sempre e solo nella poltrona dietro la mia, perché sapendo che io sono bassa, aveva capito che in ogni occasione avrebbe chiaramente letto i sottotitoli dei film!”

Kim: “Io in realtà non ho incontrato troppi tipi strani. Anche se il TFF attira davvero di tutto, grazie ai prezzi abbastanza popolari. Per quanto mi riguarda l’unico pubblico che un po’ mi ha dato fastidio è stato alla proiezione di Terrore nello Spazio. Ho sentito tanti commenti come “che recitazione ridicola” o “che storia stupida” o ancora “ma hai visto che pena gli effetti speciali?”. Qualcuno dovrebbe spiegargli che negli anni ’60 non c’erano i visual effects di Avatar e che Bava non aveva un soldo (perché ci sono cose che in Italia non cambiano mai) e nonostante ciò le sue sperimentazioni hanno insegnato al mondo intero a fare cinema, e non solo horror. Che cazzo.”

Lou: “Per me lo Youtuber è il più temibile e fastidioso degli animali da festival. Ad un paio di proiezioni mi sono trovato circondato da un rumoroso branco di questi addetti ai lavori: sembravano non conoscere le regola base dell’educazione. Non siete a casa davanti alla cam del vostro pc, grazie.”

In coro: TFF, ad maiora!