Mario Perrotta e la tragica ambivalenza dell’Arte di Antonio Ligabue

Un’anima ai margini è quella che sceglie Mario Perrotta per dar vita a uno spettacolo oscuro e romantico (al Teatro Gobetti dall’8 al 13 novembre), cimentandosi in un monologo altalenante tra sprazzi di lucidità e sprofondamenti nella follia più pura.

di Giorgia Bollati  — Mario Perrotta, drammaturgo e regista pluripremiato per, tra le altre opere, Italiani Cìncali e Odissea, si orienta verso un personaggio spezzato e per questo affascinante, confrontandosi con il documentario realizzato da Raffaele Andreassi nel 1962 e con lo sceneggiato del 1977 con Flavio Bucci nei panni di Toni che lo consacra come un fenomeno culturale.

Antonio Ligabue fu battezzato come Antonio Costa il 18 dicembre 1899 e prese poi il cognome del padre adottivo Laccabue, pur essendo già stato affidato alle cure di Johannes Valentin Göbel e Elise Hanselmann, sotto la cui tutela rimase fino al 1919. Antonio visse un’infanzia tormentata all’insegna del rifiuto e dell’abbandono, affacciandosi a una vita che dedicò alla ricerca disperata dell’amore, e entrando e uscendo da numerosi ospedali psichiatrici.

Mario Perrotta, regista e attore protagonista, veste i panni del pittore contorcendosi su un palco spoglio, percorso solo da 3 pannelli mobili che sorreggono i fogli sui quali, in preda al delirio, Antonio esegue i suoi disegni: l’attore protagonista si lascia guidare dal suo carboncino e tratteggia montagne, volti, animali e corpi nudi. Perrotta costruisce così gli interlocutori di Toni, ombreggiando sulla carta i volti deformati dei compaesani o il delicato viso della mutter adottiva, e impersona prima l’uno e poi gli altri con una tecnica recitativa coinvolgente che prende i toni estremamente tragici della vicenda.

Le figure che campeggiano a chiaroscuro sul palco si fanno opprimenti e sembrano chiudere il protagonista in un ritaglio di mondo sempre più esiguo, lo sovrastano e incarnano l’angoscia che domina la sua mente. Sul retro dei pannelli sono dipinte le grate di una cella e, nel far roteare le lavagne, Perrotta mostra l’ambivalenza dell’arte di Ligabue: se da un lato questa è universalmente riconosciuta come un dono dell’artista, l’uomo la vive come una condanna ad una vita isolata, al limite della società, escluso dai suoi stessi compaesani che lo considerano un Matt.

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«Mario Perrotta utilizza il proprio corpo per mostrare il disagio del suo personaggio e si serve delle diverse lingue parlate da Antonio per mostrare la sua instabilità»

L’animo predisposto all’arte è ciò che lo conduce al delirio, ai comportamenti strani e pericolosi che lo fanno ricoverare ripetute volte negli ospedali psichiatrici e che, insieme alla sporcizia, lo rendono repellente agli occhi del popolo e soprattutto delle donne. Motivo di angoscia più profonda nella mente dell’uomo è infatti la mancanza di amore, che diventa l’oggetto di un’accanita ricerca espletata dalla frase quasi martellante “Deme un bès, che marchia la sua infanzia come l’età adulta, ricevendo sempre in risposta un rifiuto, tanto che con il procedere della vicenda sembra quasi non aspettarsi più alcuna dimostrazione di affetto. Continua a domandare un bacio come se fosse un riflesso incondizionato, che affonda le sue radici nella richiesta di affetto che il Toni bambino faceva alla mutter, la quale però si ritraeva per paura di affezionarsi troppo, e infine diventa quasi violento nelle pretese che fa alle prostitute, che tuttavia si allontanano sempre.

Infinitamente tragica è la ripetuta accusa di onanismo che Antonio sembra non comprendere mai fino al termine della vicenda, quando questa si rivela essere la causa della paralisi della mano “per pittare” (paralisi che fu in realtà dovuta a un incidente in motocicletta), suscitando un riso di amarezza nel pubblico.

Mario Perrotta utilizza il proprio corpo per mostrare il disagio del suo personaggio e si serve delle diverse lingue parlate da Antonio per mostrare la sua instabilità, passando, in una stessa frase, dall’italiano all’emiliano e poi al tedesco. Risulta emblematica dell’intera esistenza del pittore la presentazione che sceglie di fare Perrotta: il suo Ligabue si dichiara sfortunato perché la madre non ha voluto aspettare, perché l’ha partorito alla fine del secolo e l’ha condannato ad avere il “vento dietro”, mentre se avesse aspettato ancora 13 giorni e lo avesse partorito ad inizio 900, gli avrebbe permesso di avere il “vento davanti”.

Una vita al margine della società, al limitare del bosco, sul margine di un fiume: un uomo costretto dal mondo a vivere osservando, senza mai poter prendere parte attiva al suo corso, spinto in un angolo buio e sporco dal suo stesso destino, dal quale emergere risulta impossibile. Grazie alle luci e alle proiezioni, e con il contributo della musica tragica che si leva nelle scene di maggiore tensione emotiva, Mario Perrotta è in grado di tenere i suoi spettatori immobilizzati, con lo sguardo velato di tristezza fermo al centro del palco, è in grado di inquietare le coscienze e risvegliare i turbamenti più assopiti, scuotendo gli animi che tornano in contatto con la loro fragilità.

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Photo credits: Luigi Burroni