Harry Potter e la maledizione dell’erede: provaci ancora Rowling?

Il nuovo script per il teatro della saga di Harry Potter è il libro più atteso dell’anno e anche il più preordinato di sempre, eppure divide critica e lettori, con un’identità poco chiara e una certa mancanza di idee.

di Isabella Parodi  –  «All was well / Andava tutto bene». Sono le tre parole con cui nel 2007 J.K. Rowling metteva fine all’ultimo Harry Potter. Tre parole che per una generazione di lettori hanno significato la fine della saga con cui erano cresciuti e quindi, in un certo senso, la chiusa della loro infanzia. Allora non ci sperava nessuno, eppure rieccoci qui. Nove anni dopo, di nuovo ad Hogwarts.

Si è ormai detto e scritto di tutto sulla storia del mago con gli occhiali, protagonista dei sette romanzi da record, con oltre 450 milioni di copie vendute in più di 200 stati e tradotti in 79 lingue. Una storia che ha dato vita a ben otto film, un’infinità di videogiochi e al parco tematico mastodontico di Orlando, The Wizarding World of Harry Potter. Conosciamo anche tutti molto bene la favola di J.K. Rowling, uscita dalla miseria grazie alla creazione di un mondo meraviglioso che ha insegnato ai ragazzini di tutto il mondo il piacere di leggere e l’importanza della fantasia.
Nonostante il cambiamento di rotta con la stesura di una serie di romanzi gialli e il tanto criticato Il seggio vacante, la mamma di Harry Potter ha deciso di tornare all’ovile. Dopo anni di richieste disperate da parte dei fan, la Rowling ha fatto tacere i piagnistei l’estate scorsa con un tweet: entro un anno uscirà sul palcoscenico un nuovo Harry Potter. Non è difficile immaginare l’hype che tale dichiarazione ha scatenato. Harry Potter e la maledizione dell’erede è stato scritto a sei mani da J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne come sceneggiatura dell’omonimo spettacolo debuttato al Palace Theatre di Londra il 30 luglio. Il libro è “l’ottava storia diciannove anni dopo” (come recita la copertina) e, di fatto, la pubblicazione più attesa del 2016 e la più pre-ordinata di sempre.

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La storia ricomincia da dove l’avevamo lasciata, con Harry, Ron e Hermione ormai prossimi alla mezz’età, tra lavoro, figli e routine. Stavolta però, almeno in teoria, i protagonisti non sono più loro ma la prole. L’erede maledetto (salvo ardite interpretazioni potenzialmente spoilerose) è il secondogenito di Harry e Ginny, Albus Severus Potter, che porta il nome del saggio Silente e dell’amato/odiato professor Piton.
Non è però facile essere figlio del grande Harry Potter. La vita scolastica del povero Albus non è infatti idilliaca. L’amicizia con l’impopolare ma tutt’altro che malvagio Scorpius Malfoy (figlio dello storico nemico platinato di Harry) e il temuto smistamento in Serpeverde, gettano Albus in una nerissima spirale di sfiducia nelle proprie capacità che lo porterà a convincersi di essere fisiologicamente incapace di reggere il confronto con il padre.

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Che fare per migliorare la situazione? I tre autori optano per l’espediente del viaggio nel tempo. Un’arma a doppio taglio se non stai scrivendo Ritorno al futuro e il più delle volte indice di mancanza d’idee. Se usata bene, comunque, ha sempre un grande appeal.
La maledizione dell’erede si trova a metà: salvo qualche forzatura, gestisce bene il time travel ma, alla fin fine, rimane statico. E’ un continuo guardarsi dietro le spalle senza andare avanti sul serio. Un problema che era inevitabile: come si fa a pretendere di reggere il confronto con la saga precedente? Sperare che il pubblico simpatizzi con Albus quanto faceva con Harry? A conti fatti, Albus e Harry sono co-protagonisti, e il complesso di inferiorità del piccolo Potter è del tutto comprensibile…

Anche tra gli autori c’è qualche problema di equilibrio: questo Harry non è più solamente figlio della Rowling, e si sente. La sua penna sopravvive laddove brillano le tematiche che già erano state il piatto forte della saga: amore, amicizia, coraggio. L’analisi del rapporto tra Albus e il padre è di rara delicatezza e il ritorno al passato per comprendere meglio se stessi è intenso e avvincente. Allo stesso tempo c’è però una grave debolezza strutturale. La storia zoppica sulla propria identità tanto quanto il suo protagonista: troppo romanzesca per funzionare come opera teatrale, in ogni pagina pare gridare per avere qualche riga di spazio in più.
Nonostante lo stoicismo con cui la Rowling ha sempre difeso la propria scelta stilistica, dev’essere stata una tortura trasportare un universo narrativo così vasto e complesso in un contenitore diverso dal romanzo. I personaggi sacrificati sono troppi: un Ron macchietta a tratti stupido, una Hermione-robot stereotipata (ha sempre avuto un cuore oltre a un cervello), gli altri due figli di Harry che non si vedono mai e una famiglia Weasley desaparecida. E Hagrid? Dov’è finito Hagrid?
Dicesi errore, non scelta stilistica. E anche se è vero che non si può pretendere troppo da una semplice sceneggiatura (non nata quindi per essere letta dal pubblico e allontanata dal contesto drammaturgico) non si può nemmeno sgarrare sul principio di coerenza narrativa. Inoltre sovviene un dubbio magari un po’ sempliciotto, ma comunque sacrosanto: si può godere fino in fondo sul palcoscenico di una storia di Harry Potter? Nelle note descrittive si intuisce una scenografia a dir poco fantasmagorica che sta avendo discreto successo tra i londinesi, un pubblico peraltro tra i più legati alla tradizione teatrale. Sarà però sufficiente la “magia” del palcoscenico per ovviare ai palesi limiti del nostro inutile mondo di Babbani? 

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Alla fin fine non si può nemmeno essere troppo severi. Scrivere il seguito della saga monumentale che ha letteralmente segnato un’epoca influenzando per sempre la letteratura per ragazzi e di genere fantastico non poteva che essere un’impresa titanica.
Per chi ci è cresciuto, l’uscita de La maledizione dell’erede è stato l’avverarsi di un sogno. Chi non vorrebbe sapere cosa succede dopo? Dare una sbirciatina al di là del muro del the end? Oggi tra continui sequel, remake e spin off, ci siamo sempre più abituati, ma questo è un caso sottilmente diverso.
Il “19 anni dopo di Harry Potter” è in un certo senso una violazione del sacro “e vissero per sempre felici e contenti”, che già strideva leggermente nell’omonimo ultimo capitolo de I doni della morte. Stiamo parlando di una storia “eroica”, non di una qualsiasi. E gli eroi son tutti giovani e belli (Guccini docet). Da tradizione, gli eroi sono acerbi, ingenui, vergini. Ignari di che cosa è un mondo fuori dallo straordinario. Sanno cogliere l’attimo, affrontare il pericolo, persino morire, ma non sono fatti per affrontare la “continuità” del tempo. E infatti questo Harry adulto non convince, o almeno non più come prima. Non a caso, gli autori sembrano a disagio nel gestire la crescita repentina di un personaggio che non potrà che essere adolescente in eterno nei cuori di tutti i lettori.

Forse adesso siamo davvero al capolinea di Harry Potter. Difficile immaginare un seguito dopo questo erede maledetto, che a conti fatti è più un post scriptum dei romanzi precedenti che un vero e proprio sequel. L’alternativa che tutti i fan caldeggiano (tra cui chi scrive…) è invece l’uscita di un prequel di Harry Potter, la storia dei suoi genitori, dell’ascesa di Voldemort, di come tutto ha avuto inizio. Una mossa alla George Lucas insomma, ma possibilmente fatta meglio.