“Nothing is real”: quando i Beatles incontrarono l’Oriente

Dal White Album a Rishikesh: il MAO di Torino inaugura una mostra sul viaggio in India dei Fab Four e la contaminazione tra Oriente ed Occidente del post-’68.

di Martina Galanti  – Dal 1 giugno al 2 ottobre 2016 al MAO una mostra a cura di  Luca Beatrice dedicata al viaggio in Oriente dei Fab Four e all’abbandono dell’esotismo a favore di una più attiva contaminazione di culture. Lush si occupa degli allestimenti sensoriali per costruire questa mostra “d’atmosfera”. Ogni senso è stimolato: odori e colori ricreano gli scenari distanti dell’Oriente, che tuttavia qui pare vicinissimo; l’udito è sollecitato dalla onirica musica dei Beatles, riportando lo spettatore al clima della Beat Generation. Curata di Costanza Cavalli Etro è la parte della mostra chiamata Inside the wonderbox che prevede la proiezione di due film del Fashion Film Festival.

Nothing is real mostra la ricerca del diverso, dell’Altro a cui sempre più gli artisti occidentali tendono negli anni ’60.

Era il 1968 quando su sollecitazione di George Harrison, i Beatles iniziano il loro viaggio per l’India alla volta di Rishikesh per reincontrare Maharishi Mahesh Yogi – il primo incontro era avvenuto a Londra nel 1967. Insieme ai Fab Four ci sono Donovan. Mia Farrow e la sorella Prudence (Dear Prudence, canzone di John Lennon e Paul McCartney del 1968).

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A partire da questo famoso viaggio dei Beatles in India, la cultura pop inizia il suo percorso tensivo verso il misticismo e la fusione fra Oriente e Occidente. Non si parla più di semplice gusto per l’esotismo, già presente da molto tempo nei ricchi salotti occidentali: si parla ora di fusione, di contaminazione e reinvenzione culturale. L’Oriente e l’Occidente si incontrano, si trasformano e si fondono contribuendo alla definizione di un nuovo concetto di cultura dove non esiste più la netta distinzione fra cultura alta e cultura popolare. Percorrendo le sale di Nothing is real è possibile trovare, fra le altre cose, le fotografie di Patty Boyd (fidanzata di George Harrison), manuali di viaggi low cost, reportage televisivi del giovane Furio Colombo, Wonderwall (il film che fa della psichedelia l’elemento portante) diretto da Joe Massot con la regia musicale di George Harrison che scelse però di affidarsi a musicisti indiani per l’esecuzione. Frutto del mitico viaggio in India (portato a termine soltanto da George Harrison e John Lennon) è il White Album, novità assoluta segnata dalla rigenerazione spirituale e, probabilmente, dalla differenza di vedute che inizia a profilarsi fra i quattro.

Attraversando le 11 sale di Nothing is real i temi che catturano sono quelli dell’incontro fra il sacro e il profano e fra il divino e il pop. Questo ponte fra mondi apparentemente distanti che fino agli anni ’60 sembrava totalmente sconosciuto alla cultura occidentale, dopo il primo incontro ha unito il senso del divino alla miscredenza pop favorendone il rinnovamento culturale; è il ’68, l’emancipazione sessuale è in atto, Luigi Ontani coglie l’occasione e crea i tableaux vivant ispirati al suo viaggio in India nei quali i temi dell’identità, della corporeità, del nudo sono messi in scena attraverso il travestimento e la maschera. L’incontro del mondo sacro con il mondo profano produce forme ironiche e delicate di letteratura erotica (a titolo esemplificativo, da vedere Le amanti del Dalai Lama e la raffigurazione “dell’arte dell’amore”).

Nothing is real è l’incontro con un mondo differente da quello a cui gli artisti occidentali erano abituati, mondo che contribuirà alla controcultura e alla contaminazione di mondi lontani.

Il percorso risulta nel complesso un po’ dispersivo invero, pur rimanendo all’apparenza molto immediato e di facile fruizione. È sicuramente un percorso d’atmosfera, si entra nel mondo Beat e si riesce ad avere l’impressione di come l’Oriente potesse rappresentare il confine mentale da conquistare per creare qualcosa che fosse veramente controcultura.

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